MUCCHE #nonseguitelamandria

MUCCHE #nonseguitelamandria. Dawn O’Porter. Astoria.
Dawn O’Porter è una giovane giornalista e scrittrice inglese che si è sempre occupata di temi scottanti, in questo romanzo attualissimo si interroga su cosa significhi essere donna oggi. Lo fa in maniera provocatoria, che è un po’ il suo marchio di fabbrica, ma questo le da la possibilità di approfondire meglio i tanti temi affrontati.
Le protagoniste sono tre: Tara giornalista televisiva di successo e ragazza madre alla ricerca dell’amore, Cam famosissima blogger paladina delle donne senza figli e Stella portatrice del gene BRCA che deve decidere al più presto di operarsi e asportare seno e ovaie nonostante desideri ardentemente un figlio.
Dopo che Tara viene ripresa da uno sconosciuto mentre si masturba in metropolitana convinta di essere sola, diventa lo zimbello dell’Inghilterra intera, il video diventa virale e la sua vita viene letteralmente distrutta. L’unica che le mostra solidarietà è Cam sul suo blog mentre Stella sola e chiusa nel suo dolore inizia a scrivere a Cam mail di minaccia in quello che interpreta come atteggiamento falso e compiaciuto.
Non voglio svelare molto di una trama che è veramente avvincente, grazie anche allo stile: riflessioni in prima persona di Tara si alternano ai post del blog di Cam e alle mail di Stella.
I temi affrontati sono moltissimi: se sia possibile conciliare la carriera con la maternità, il desiderio di maternità negato, la scelta di non avere figli sempre giudicata, cosa sia il femminismo nel nostro secolo, la sessualità femminile ancora oggetto di molti pregiudizi e tabù, il ruolo sempre più importante dei social nel quotidiano di tutti, il livore infondato e inopportuno che le persone sfogano quando sono dietro a una tastiera e protetti dall’anonimato del web salvo poi essere pronti a cambiare completamente opinione seguendo la massa.
Un bellissimo romanzo che fa davvero riflettere tanto e riesce a farci vedere molti punti di vista, il messaggio però è importantissimo: essere donna, ancora oggi non è per nulla facile se non ci sentiamo di conformarci al ruolo che ti vuole affibbiare la società, quindi non siamo sempre così pronte a giudicare le scelte degli altri.

JAKOB IL BUGIARDO.

JAKOB IL BUGIARDO. Jurek Becker. Neri Pozza.
Commentare un libro di cui già si è visto il film è una fatica, soprattutto perché, pur non essendo la più famosa interpretazione di Robin Williams, hai la sua faccia davanti mentre leggi. Una faccia che devo ammettere alleggerisce i primi due terzi della narrazione, ma solo sulla pellicola. Sulla carta ci prova, quella faccia, ma non ci riesce.
Polonia. Jakob Heym, ospite della struttura conosciuta come ghetto ebraico di Lodz, è il protagonista del libro, un po’ interprete, un po’ narratore, è lui il personaggio che sulla scena è sempre baciato, o perseguitato, dall’occhio di bue. Jakob è un buono. Un eroe improvvisato, un paladino della disperazione. Una sera, al ritorno dalla fabbrica, Jakob sfora il coprifuoco e viene mandato a rapporto alla sede del comando. Entra ed esce poco dopo. Vivo. Incolume. Un improvviso colpo di fortuna, che suo malgrado lo indurrà a mettere in moto gli arrugginiti ingranaggi dell’intera comunità.
I russi stanno combattendo a 500 km da lì. Stanno arrivando.
Una frase mezzo sussurrata e mezzo sputata, con il solo intento di salvare un compagno di lavoro dal farsi ammazzare, una distrazione breve ed effimera. Una menzogna poi che lievita come il pane, dove di pane non se ne vede da tanto e che si ingigantisce fino a diventare una leggenda.
Poiché Jakob non può spiegare la notizia ai suoi compaesani, prende piede diceria che JAKOB HEYM HA UNA RADIO.
La notizia circumnaviga il ghetto, si insinua ovunque come la muffa e a Jakob non resta che reggere il gioco, un funambolo che infrange tutte le regole e dà fondo a tutte le sue risorse (fisiche e mentali) per tenere viva una speranza. Non una fiaccola, per come stanno le cose è più che altro un cerino, eppure diventano tutti fiammiferai, con un ricordo con un motivo per continuare a vivere, fino alla fine. Fino a quando i Russi non arrivano… e si fermano giusto alla periferia di Varsavia, mentre il ghetto viene distrutto (perchè la speranza è una bella cosa, ma spesso l’accompagna la beffa).
Si nota in questo libro, diversamente da tanti altri romanzi sullo sterminio nazista, l’anonimia riservata ai carcerieri, di rado nominati. La loro esistenza è percepita attraverso tutti il resto, persone, cose, animali (unica eccezione: quando prelevano l’eminente medico affinché possa occuparsi della precaria salute del comandate. Forse, a sottolineare il nonsense intrinseco nell’atto).
Lo stile è lento e un po’ datato (come il libro), descrittivo spesso in modo afoso, difficoltoso per il lettore non lasciarsi prendere dallo sconforto e superare la prima metà del libro, quando qualcosa comincia ad accadere.

LA VITA INIZIA QUANDO TROVI IL LIBRO GIUSTO

LA VITA INIZIA QUANDO TROVI IL LIBRO GIUSTO. Ali Berg, Michelle Kalus. Garzanti.
Per noi bibliofili è una tentazione quasi irresistibile quella di leggere di NOI, delle nostre manie e delle nostre passioni, e magari riuscire a trovare anche qualche consiglio originale su romanzi che finora ci sono sfuggiti. E’ per questo che ogni tanto finiamo per acquistare qualcuna delle innumerevoli offerte editoriali con questo tema. Quanti sono i romanzi i romanzi che si intitolano “La libreria o la Biblioteca che faceva questo e quello..” ??!! Davvero troppi, soprattutto perchè il livello è piuttosto basso. Per intenderci si contano sulle dita di una mano i romanzi che mi hanno entusiasmato come Il club del libro e della torta di bucce di patate di Guernsey. Avrete quindi capito che non condivido assolutamente l’entusiasmo che ha accolto questo romanzo, nonostante la simpatica copertina.
Siamo a Melbourne, Frankie sta passando un brutto periodo: è una scrittrice in crisi che lavora in libreria con la sua migliore amica, e dopo essere stata lasciata decide di lasciare sui tram della città i suoi romanzi preferiti con un’invito, per cercare di trovare un’anima gemella che condivida con lei la sua passione per la lettura. L’esperimento però le procura solo una serie di appuntamenti esilaranti ma non certo interessanti. Per fortuna c’è il bellissimo Sunny che ha appena conosciuto, deve solo cercare di soprassedere sulla sua discutibile passione per i romanzi Young Adult.
Qualche personaggio simpatico, molti episodi inverosimili, pochi i consigli letterari degni di nota, in sostanza un romanzo rosa camuffato.

LA FAMIGLIA AUBREY

LA FAMIGLIA AUBREY. Rebecca West. Fazi.
Dopo il successo strepitoso dei mitici Cazalet, la Fazi ha deciso di puntare sulle saghe familiari, prima tra tutte gli Aubrey di Rebecca West, autrice considerata nell’elite della letteratura britannica del secolo scorso.
Gli Aubrey sono una famiglia povera, sempre alle prese con i debiti contratti dal padre, sempre sull’orlo della crisi, costretti a trasferimenti repentini e a una vita all’insegna di privazioni. Ma sono anche tanto di più. Una famiglia nella quale si legge, si suona, si discute,  tutte cose che riescono quasi a sopperire a tutte le altre mancanze, ma fanno dei loro componenti dei diversi alla fine dell’800.
La madre ex pianista ormai votata solo alla sopravvivenza della famiglia, il padre scrittore geniale e anticonformista, scialacquatore ed egoista, Cordelia la figlia maggiore che soffre di più la loro situazione e cerca ovunque una scappatoia, le gemelle Mary e Rose la forte, voce narrante del romanzo, con un futuro da pianiste già tracciato e un’onestà morale e una sensibilità che permette loro di analizzare e risolvere qualsiasi problema, il piccolo Richard Quinn luce degli occhi di tutti, che riesce sempre a dire o fare la cosa giusta.
Il trasferimento da Edimburgo a Londra, un pizzico di esoterico, un omicidio e un colpo di scena finale. Vi sembra avvincente? Assolutamente no se spalmato in un numero di pagine così e non è certo il numero che mi ha mai spaventato ma un ritmo bisogno pur darlo se no è troppa fatica.
Leggere questo romanzo è come andare sulle montagne russe, interminabili e lentissime descrizioni che si alternano a pezzi indimenticabili, intensi e intelligenti.
Il dubbio è: vale la pena? Non ne sono sicura.
E dire che dovevo saperlo, Baricco per me è sempre una garanzia, mai una volta che siamo d’accordo su qualcosa, per lui questo romanzo è un capolavoro assoluto.
Eppure il secondo della trilogia che uscirà in questi giorni vorrei proprio leggerlo, mi piacerebbe vedere come si evolvono i protagonisti e come verrà reso l’irrompere della prima guerra mondiale nelle loro vite, la cosa certa è che ci sto pensando perchè è molto più corto ma è anche ovvio che qualcosa di forte mi è arrivato.

… che Dio perdona a tutti

… che Dio perdona a tutti. Pif. Feltrinelli.
Arturo è un agente immobiliare feticista di dolci siciliani. Si divide tra partite di calcetto, lavoro e amici, in quella che è la vita ordinaria di un trentacinquenne d’oggi. Quando l’amore però irrompe nella sua vita tutta cambia e prende un sapore diverso, soprattutto perchè la Lei perfetta ha una pasticceria. I primi grossi attriti però saltano fuori quando lei si accorge che lui è un credente molto tiepido e forse nemmeno quello vista la sua omertà. Arturo a quel punto decide di darle una lezione applicando alla lettera i dettami cristiani, cosa che ovviamente crea non pochi disguidi alla vita già preordinata di una ragazza della Palermo Bene e che entra in conflitto con tutto ciò che a voce lei professa.
E’ possibile essere cristiani coerenti nella società attuale? Questo è l’interrogativo che pone il romanzo.
Con lo snobismo che ogni tanto mi prende, avevo deciso non lasciami influenzare dalla pubblicità che è stata fatta a questo romanzo e di non leggerlo, decisione tra l’altro immotivata, visto che Pif con la sua comicità intelligente mi è sempre piaciuto. Per fortuna quando si tratta di leggere cambio idea piuttosto spesso.
Un romanzo molto carino, a tratti esilarante e comunque per nulla banale o schierato. Bravo Pif.

All’improvviso ebbi tutto chiaro. Stavo parlando con persone che facevano i conti con la propria fede da una vita e le avevano dato mille significati, ma nessuno la concepiva così come io avevo sempre pensato fosse da intendere, motivo per cui mi aveva sempre atterrito e allontanato. Perchè essere cattolico è difficilissimo. Amare il prossimo senza voler nulla in cambio è difficilissimo. Perchè noi, in fondo, vogliamo che i nostri gesti buoni abbiano una ricompensa.

OLGA

OLGA. Berrnard Schlink. Neri Pozza.
Olga è nata a fine ‘800 e cresciuta in quelle terre di mezzo che poi sarebbero diventate Polonia, Lituania, e Germania. E’ forte, determinata, volitiva e generosa. E dopo essere riuscita contro ogni previsione a diventare maestra, vive dedicandosi all’insegnamento e guarda gli accadimenti di un secolo con il disincanto di una temperamento pratico. Ma Olga ama anche, e quando ama lo fa nell’unico modo che conosce: con trasporto e dedizione. Solo così può sopportare le continue attese dovute ai viaggi nel mondo di Herbert, il suo amore di sempre, sognatore, irrequieto e affascinato dall’infinito, che non ha potuto sposare a causa della differenza di estrazione sociale.
Il romanzo è diviso in tre parti: nella prima un narratore esterno racconta la giovinezza di Olga quasi fosse una favola, nella seconda un giovane amico di Olga ne racconta in prima persona la vecchiaia, e dopo la sua morte ne scopre alcune segreti. Nella terza vengono riportate le lettere di Olga a Herbert e finalmente sentiamo la sua voce e la sua versione e scopriamo la un colpo di scena molto bello sulla sua morte. E’ come un gioco di scatole, di avvicinamento alla personalità della protagonista da punti di vista sempre più prossimi a lei.
Un bel romanzo, che ripercorre la storia della Germania del secolo scorso, ma se l’espediente narrativo delle tre parti che si incastrano è molto accattivante, ne appesantisce anche la storia con continue ripetizioni sul carattere della protagonista. Bello sì, ma da qui a paragonare l’autore a Ghunter Grass secondo me ne passa un po’, Grass è sicuramente più ostico ma decisamente più profondo.

QUAL E’ LA VIA DEL VENTO

QUAL E’ LA VIA DEL VENTO. Daniela Dawan. Edizioni E/O.
Il romanzo della Dawan è ambientato a Tripoli e racconta di giorni vissuti in prima persona. Si divide in due parti. La prima, durante la guerra dei sei giorni del giungo 1967, quando in Libia, come in tutto il Medio Oriente, la furia e la violenza delle popolazioni arabe si accanisce contro i cittadini ebrei costretti alla fuga o massacrati. La famiglia Cohen è tra queste, e mentre gli adulti cercano un modo per fuggire in Italia e non trovarsi sulla strada della folla impazzita, Micol è chiusa dentro la scuola di suore italiane che frequenta, che non vedono l’ora di liberarsi della piccola deicida. I giorni di panico e follia sono raccontati in maniera perfetta dal punto di vista di tutti i componenti della famiglia, con i quali non possiamo fare altro che solidarizzare e soffrire. La seconda parte invece è ambientata nel 2004 e racconta di una Micol ormai adulta che insieme a una delegazione di ebrei libici, torna a Tripoli per trattare con il governo di Gheddafi i risarcimenti e un’eventuale ritorno caldeggiato dal colonnello, che però pare impossibile: troppo dolore e troppe ingiustizie. Micol invece troverà la risposta alla domanda che l’ha ossessionata per tutta la vita sulla morte della sorella Leah, che ha aleggiato sulla sua infanzia come un enigmatico fantasma.
Un romanzo molto bello, che riesce ad essere accurato storicamente senza essere pesante e che crea la giusta empatia con i personaggi. Cala un po’ il ritmo sul finale, per le molte descrizioni di luoghi che gli anziani tornano a visitare a Tripoli e per l’eccessiva importanza che l’autrice da all’episodio della sorella che onestamente non mi ha preso per nulla, l’attesa della prima parta faceva presagire ben altro. Indimenticabili alcuni personaggi come il nonno Ghigo mangiatore di mortadella.

THE ACADEMY – Libro quarto

THE ACADEMY – Libro quarto. Amelia Drake. Rizzoli.
Strana scelta quella di Rizzoli di far uscire solo in edizione digitale questo quarto e ultimo romanzo della serie di The Academy.
Avevamo lasciato Twelve con i ribelli che hanno salvato lei e altri Spazzacamini dalla fuga dall’Accademia dei Ladri, il suo unico desiderio è condurre una vita normale e anonima, cosa che le riesce di fare per un periodo troppo breve, tante sono ancora le questioni per le quali tutti sembrano avere bisogno di un suo intervento. E qui Twelve diventa più che un’eroina, una vera e propria wonder woman con avventure e missioni davvero un po’ forzate e tante morti che ricordano più i vari Hungher Gmaes che i più classici romanzi di avventura.
Il finale nonostante tutto non è male, alcuni bei colpi di scena e l’introduzione di un paio di personaggi molto affascinanti compensano in parte i troppi punti interrogativi rimasti.
La lettura è comunque piacevole, i due autori (Davide Morosinotto e Pierdomenico Baccalario) sono troppo bravi per non esserlo, avevano fatto un buon lavoro nei romanzi precedenti pur lasciando nell’ultimo molte incognite, e qui c’era una romanzo intero per dare risposte e soddisfazione ai lettori, cosa che non è stata. L’impressione è che sia stato scritto velocemente per chiudere una serie alla quale i due autori non avevano più tempo di dedicarsi o per contratto in scadenza, ed è un vero peccato.

RIUNIONE DI FAMIGLIA

RIUNIONE DI FAMIGLIA. Francesca Hornak. Mondadori.
Nel Natale 2016 la famiglia Birch è costretta a una settimana di quarantena nell’antica villa di campagna del Norfolk a causa del rientro della figlia Olivia dalla sua ultima missione come medico volontario in Liberia, dove un’epidemia di Haag sta allarmando l’intero pianeta. Del resto il Natale si sa bisogna passarlo in famiglia, poco importa se a volte i familiari sono quelli che ci conoscono meno, del resto ognuno ha i suoi segreti, i parenti non si scelgono ma con loro si condivide un passato che per forza crea empatia e che in un modo o in un altro crea un legame che riesce ad abbattere in buona parte i muri della diffidenza. Andrew il padre è un critico gastronomico che rimpiange il suo passato da reporter e che ha appena ricevuto una mail dal figlio illegittimo che non sapeva di avere, Emma la moglie è alle prese con un nodulo maligno ma non vuole rovinare il natale alla famiglia, Olivia tornata dalla Liberia fatica a riabituarsi a una normalità che le sembra troppo vuota, poi c’è Phoebe dolce ma molto superficiale ed egoista che sta per sposarsi più per convenzione che per convinzione.
Equivoci e colpi di scena raccontati attraverso le voci dei vari protagonisti ne fanno una lettura veloce e piacevole, i personaggi sono ottimamente caratterizzati, lo stile è gradevole e curato, ma se la quarta di copertina la descriveva come “una commedia divertente e ironica” io invece l’ho trovata malinconica, amara e a tratti drammatica, sfido chiunque l’abbia letto veramente a dire il contrario.

L’ULTIMA VOLTA CHE SIAMO STATI BAMBINI

L’ULTIMA VOLTA CHE SIAMO STATI BAMBINI. Fabio Bartolomei. Edizioni E/O.
Bartolomei è uno degli autori italiani che amo di più, tutti i miei amici hanno ricevuto uno dei suoi romanzi in regalo, e se nei suoi ultimi romanzi non mi aveva entusiasmato come nei primi, qui è tornato in tutto il suo fulgore con quella che forse ad oggi è la sua opera migliore. Sono talmente tante le emozioni che questo romanzo trasmette da lasciarti quasi spossato e vuoto alla fine.
Siamo a Roma verso la fine della seconda guerra mondiale, è il cortile il regno di Cosimo, Italo, Vanda e Riccardo, hanno dieci anni e per loro la guerra è incomprensibile, sanno solo che comporta una serie infinita di divieti da parte degli adulti che peraltro “non gli hanno mai chiesto niente” prima di farla.
Sono molto diversi tra loro i quattro: Cosimo, cresciuto da un nonno chiuso nel suo dolore dopo che il figlio attivista comunista è sparito nel nulla, Italo piccolo balilla ansioso di essere all’altezza del fratello eroe di guerra, Vanda un’orfana che spera di trovare una famiglia ma sa di non essere carina quindi fa di tutto per essere ordinata e pulita, Riccardo tranquillo e generoso ma ebreo e “non è il momento giusto per essere ebrei nè per vivere nel ghetto”. Diversi si, ma a dieci anni le differenze sono come etichette staccate e illeggibili che non hanno alcuna importanza. Un giorno però Riccardo non arriva, dicono sia stato rubato dai tedeschi, e i tre non hanno dubbi su quale sia la cosa giusta da fare, quindi con motivazioni completamente diverse ma con il cuore saldo, scappano per ritrovare il loro amico e spiegare ai tedeschi che si sono sbagliati “i figli dei nemici non sono nemici a loro volta”. Sulle loro tracce due persone che non possono essere più diverse: Suor Adele, personaggio bellissimo, e il fratello soldato di Italo.
Il loro viaggio, molto più lungo del previsto, se all’inizio ha ovviamente il sapore della grande e bellissima avventura, man mano che procedono assume quello della tragedia, le difficoltà e i pericoli del mondo di fuori non sono cose che i bambini possono immaginare, fino a un finale inaspettato che non voglio assolutamente anticipare.
Il punto di vista dei bambini sugli adulti (quale dono inestimabile ha quest’autore) è veramente divertente ma soprattutto disarmante. Sono talmente evidenti ai loro occhi le follie che stanno dietro a quello di cui siamo capaci. Ho riso come una matta e il finale me lo sono sognato per una notte intera, credo sia un romanzo imperdibile per tutti e consigliatissimo anche ai ragazzi, profondo, meraviglioso e indimenticabile.