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UN PO’ MENO CHE ANGELI. Barbara Pym. Astoria.
L’ironia sagace e malinconica della Pym ci regala un’altra chicca. Io a dire il vero l’ho letto in edizione La Tartaruga che a fine anni ’90 ne aveva pubblicato quasi tutti i romanzi e che si trovano facilmente in biblioteca.
Anni ’40 siamo a Londra ovviamente, e stavolta la Pym se la prende con il mondo accademico degli antropologi, in quegli anni infatti andava molto di modo andare in Africa o Asia ad approfondire ricerche sugli usi e costumi delle tribù locali, ricerche per lo più inutili e senza significato. I personaggi sono molti: il professore alla ricerca di fondi che corteggia una anziana ereditiera, un antropologo appena rientrato dopo anni di Africa in crisi esistenziale, gli studenti senza mezzi che cercano di conquistare una borsa di studio per poter finalmente partire per il loro viaggio sul campo. Poi c’è Catherine giornalista di riviste femminili che viene lasciata da Tom, antropologo belloccio ma piuttosto immaturo che si imbarca in una nuova storia con una giovane ragazza adorante e che poi per sfuggirne torna in Africa. Catherine è la tipica protagonista femminile pymiana, abbastanza forte da guardare in faccia la realtà ma sempre onesta e schietta anche nelle sue debolezze.
Ritmi lenti, tanti thè, battute fulminanti improvvise, riflessioni profonde e mai banali con quel pizzico di derisione per non risultare troppo pesante. Chi conosce l’autrice sa di cosa parlo.

ASPETTANDO BOJANGLES

On 18 maggio 2017, in passato prossimo, by ernus

ASPETTANDO BOJANGLES. Olivier Bourdeaut. Neri Pozza.
Neri Pozza non sbaglia un colpo.
Un libro di follia e leggerezza che non affronta la malattia mentale, bensì le vive accanto, nel bene e nel male. Un racconto assurdo ed irreale, drammatico come pochi.
Una strana famiglia dove il padre dà ogni giorno un nome diverso alla moglie, la madre dà del Voi a chiunque compreso il figlio, ed infine il bambino che non va più a scuola ricevendo un’educazione a dir poco insolita. La loro casa è sempre animata da feste e cene, alle quali spesso partecipa un senatore, il miglior amico della famiglia. Danze, alcol, burle. Lei, protagonista indiscussa, donna dai mille nomi ed altrettante bizzarrie, strenuamente amata da entrambi gli uomini della sua vita.
Lei, insensato inizio e razionale fine di ogni cosa, sotto gli occhi di un bambino dall’infanzia stramba, è il cardine attorno cui ruota l’intera vicenda, una giostra di personaggi buffamente rappresentati, comparse di una tragica commedia.
Lei che “non tratta il suo piccolo né da adulto né da bambino, ma come un personaggio da romanzo”, chiede spesso al figlio: “Quando la realtà è banale e triste, inventatemi una bella storia”.
Un libro che sembra giocoso, una parvenza destinata a dissiparsi di pagina in pagina, di ricordo in ricordo, rivelando attraverso le parole del diario lasciato dal padre, una dolorosa condizione vissuta sino alla fine. Una donna affetta da bipolarismo e schizofrenia, della quale il marito asseconda gli eccessi, gli scherzi e l’anomala vivacità, decidendo di vivere in un mondo stravagante dove ogni giorno è un nuovo inizio.

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LE MIE AMICHE SONO STREGHE

On 18 maggio 2017, in passato prossimo, by ernus

LE MIE AMICHE SONO STREGHE. Silvia Bencivelli. Einaudi.
Brillante. Divertente. Accurato.
“Alice detesta le cose semplici, soprattutto se sono anche sbagliate. Fa la giornalista scientifica, perciò il mondo è abituata a interrogarlo e poi a raccontarlo”.
Alice (la protagonista) in quanto giornalista scientifica detesta il qualunquismo, è quella che si definisce “una rompi scatole”, quella che fa di ogni informazione un approfondimento atto a comprendere e quindi valutare. Ora, alla soglia dei quaranta anni, si guarda attorno e con un certo sgomento si accorge che le sua amiche storiche, donne istruite che un tempo rifuggivano le superstizioni e le credenze popolari grossolane, sono diventate streghe contemporanee. Immigrate in un presente ignoto e rigorosamente illogico. Dal cibo esclusivamente biologico all’omeopatia, passando per la spinosa questione dei vaccini, Alice si trova improvvisamente a fare i conti con un lato emotivo che cozza con la sua indole di scienziata. Alice non le riconosce più e mentre cerca di riportarle in carreggiata, tenta anche di capire il perché di questi cambiamenti.
Un libro gustoso e corposo, meticoloso nelle spiegazioni (alle volte fin troppo, ma essendo l’autrice stessa una giornalista scientifica è comprensibile) eppure alla portata di chiunque. Scritto con piglio colloquiale, Le Mie Amiche Sono Streghe, regala risate e riflessioni, toccando argomenti noti e spesso triti: le scie chimiche, la medicina olistica, misteriose multinazionali a cui fanno capo tutti i mali sociali.

IL ROMANZO PERFETTO DELLA MIA VITA SBAGLIATA. Melanie Sumner. Mondadori.
Aris è una ragazzina di dodici anni, che vive con la madre e il fratellino un po’ strambo a Kanuga, una piccola cittadina del Sud degli Stati Uniti zeppa di scuole cristiane e dove il razzismo purtroppo è ancora all’ordine del giorno.
Aris è intelligente e sveglia e soprattutto dotata di una buona dose di ironia, e mentre cerca di scrivere un romanzo in 30 giorni, seguendo i bizzarri consigli di un manuale regalatole dalla madre, ci racconta la sua vita di adolescente in cerca di sicurezza e stabilità, cose che la madre, nonostante tutta la sua buona volontà non riesce a darle, ancora annichilita dal dolore per la morte del marito avvenuta qualche anno prima.
E’ per questo che Aris è assolutamente convinta che Penn sia la soluzione ai loro problemi, amico di famiglia, tata a tempo pieno, unica IMP ufficiale (influenza maschile positiva). Ma si sa quando c’è di mezzo il cuore non tutto ciò che è logico è anche facile, e la madre e Penn non fanno eccezione.
Un romanzo per ragazzi veramente bello, a tratti un po’ prolisso e a volte divaga troppo perdendo il filo, ma affronta temi importanti: l’amicizia, le prime cotte ai tempi dei social, l’insicurezza degli adolescenti, la fragilità dei genitori, la religione, il razzismo e la pedofilia. Temi scottanti che ne fanno una lettura più adatta a ragazzi già grandini, dai 14-15 anni.

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Una infanzia siberiana. Clara Strada Janovic. Marsilio.
Estremo oriente siberiano. Una terra sconosciuta, lontana ed aliena, che certo non figura nella letteratura contemporanea. Clara Strada Janovic ha raccolto i suoi ricordi in questo libro, rimembranze, appunto, della sua infanzia siberiana. Nata nel 1935, Clara Strada Janovic è cresciuta sotto l’egida di Stalin e degli anni che hanno seguito la sua dipartita. Un’epoca in cui la politica, vissuta o combattuta, aveva un posto in prima fila nella vita del comune cittadino. Un periodo storico di clamore e orrore, si alterna alla durezza e alla meraviglia di una natura incontaminata, dove l’uomo è un ospite che deve guadagnarsi il diritto di sopravvivere. Seppur racchiusa in un microcosmo socialmente artificiale, Clara è una cittadina del mondo e cresce in mezzo a diverse popolazioni ed etnie, tungusi, ghiliaki, nanai, contadini deportati dopo la collettivizzazione delle campagne; coreani, cinesi, tatari, polacchi.
Dalla taiga siberiana all’Italia di Palmiro Togliatti e Carol Wojtyla, Clara Strada Janovic racconta  la vita quotidiana di un’ideologia forte e anche amata, che diventata regime; con occhio vigile e mai disincantato, capace di cogliere il bello ed il brutto.

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La gabbia dei fiori

On 7 maggio 2017, in passato prossimo, Senza categoria, by ernus

La gabbia dei fiori. Anosh Irani. Piemme.
India. Bombai. Madhu è una hijra – appartiene al terzo sesso, né maschio, né femmina. Incompresa come sa comprendere soltanto che sente di non avere un posto nel mondo. Nè carne, nè pesce. La sua infanzia è una costellazione di delusioni ed incomprensioni, fino all’esplosione della supernova che la conduce per forza di cose a Kamathipura, l’atroce distretto a luci rosse di Bombai. Un girone infernale dove reietti di ogni sorta scontano in anticipo la propria pena. Madhu ha quarant’anni ora, ha smesso di prostituirsi e vive di elemosina ed espedienti, a lei è stato concesso l’onore di vivere nella casa della tenutaria del bordello, assieme ad un gruppetto di prostitute che chiama famiglia. In bilico tra passato e presente, Madhu vive in un mondo dove il valore di una vita si conta in monete, letteralmente. La malattie, l’Aids, la morte lenta che tutto ricopre come petrolio sulla spiaggia, dipingono una società che sopravvive come può, come una zecca: succhiando il sangue altrui. Eppure Madhu ha conservato una strana lungimiranza e la capacità di vedere il bello, dove ogni bellezza è sfigurata dell’esistenza stessa. In un momento della vita in cui quasi tutti i sogni e il clamore sono sopiti, arriva Kinjal, una bambina di appena dieci anni. Kinjal è un pacchetto, una bambina venduta ad un bordello da una zia. A Madhu spetta il compito di istruirla e prepararla al suo destino di bambola rotta. Tuttavia qualcosa si inceppa in Madhu, qualcosa che sarà la salvezza di Kinjal.
Un libro toccante, tratto da una storia vera, un breve fascio di luce su un mondo sconosciuto, di cui i media certo non parlano.

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I COLORI DOPO IL BIANCO

On 6 maggio 2017, in patriottismi, by dony

I COLORI DOPO IL BIANCO. Nicola Lecca. Mondadori.
Silke è in fuga dalla perfetta e asettica Innsbruck, in fuga dalla sua ricchissima e fredda famiglia, in fuga da un mondo talmente ordinato e preordinato da non consentire neppure il minimo slancio di spontaneità o qualsiasi tipo di dubbio. Ha scelto Marsiglia, città di mare, caotica, colorata, sporca e talmente viva da frastornarla. E’ qui che scoprirà che la sua voglia di vita supera di molto il senso di appartenenza e di obbedienza ai suoi genitori, è qui che scoprirà di volere altro. Vi suona banale? Sapeste a me!! Ed è per questo che nonostante gli entusiastici parerei letti in rete ero molto scettica. Invece ammetto che fino a metà romanzo sono rimasta veramente colpita: dallo stile curato ed espressivo, dalla caratterizzazione dei personaggi e dalla descrizione dei luoghi davvero notevole. Ma il punto è che dalla metà in poi non succede più nulla, il finale è dei più scontati e improbabili e in generale il romanzo lascia un sapore di artificioso e stucchevole. Un po’ come quando mangio i marshmallow, subito mi sembrano buonissimi ma dopo un po lasciano un gusto dolciastro stomachevole.

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Mia sorella è una foca monaca

On 3 maggio 2017, in passato prossimo, by ernus

Mia sorella è una foca monaca. Christian Frascella. Fazi Editore.
Torino. La fine degli anni Ottanta vede crollare il Muro.
Il protagonista di questo libro è un diciassettenne con un’alta considerazione di sé.  Uno sbruffone buffo. Convinto di essere un gran picchiatore, che viene steso dal bullo della scuola in pochi secondi. Un Casanova spaccone ed imbranato, poco convincente; ex studente in attesa di buttarsi a pesce nel mondo del lavoro (siamo in un’epoca in cui il lavoro nelle fabbriche era ancora disponibile e grandemente considerato).
Vive con il padre, quasi-alcolista abbandonato dalla moglie per un uomo più giovane, e la sorella. Una giovane seria e di chiesa.
Non piange mai il protagonista di questa storia e continua a ripetersi  di essere più in gamba di tutti, nonostante la vita lo metta col sedere per terra un giorno sì e uno no. Una convinzione che lo riveste come il mantello di superman, o quello di Harry Potter. Un mantra che gli permette di sopravvivere in mondo che cambia drasticamente e in una cittadina dove tutto è immobile.
Un libro veloce e caustico, esilarante a volte, aggressivo e doloroso, che dipinge un tempo ormai lontano ed un italianissimo protagonista di periferia che rispecchia la tradizione letteraria del talentuoso perdente.

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Reykjavìk café

On 3 maggio 2017, in passato prossimo, by ernus

Reykjavìk café. Sólveig Jónsdóttir. Sonzogno.
Hervòr, Karen, Silja e Mía sono alle soglie della trentina, un’età adulta in cui una donna dovrebbe iniziare a realizzarsi appieno. Sfortunatamente tutte e quattro vivono nel precariato sentimentale, emotivamente insoddisfatte e ferite.  quattro donne che in comune non hanno nulla eccetto la pausa caffè in un locale di Reykjavìk. Hervòr ci lavora da anni, nonostante una brillante carriera universitaria e un flirt con un noto professore. Karen, disordinata e afflitta da un lutto che non riesce ad elaborare e tra feste e discoteche si sveglia ogni weekend in un letto diverso. Silja e un medico la cui vocazione la obbliga a turni massacranti, che lasciano al marito fedifrago ampio spazio d’azione. Mía abbandonata dal marito per una donna in carriera con la quale lei non ha nulla in comune. Vite comunemente difettose, farcite di ansie e solitudine che tutti toccano: il denaro, il posto di lavoro, la famiglia, cocci disseminati che rendono l’avanzare tedioso e doloroso. Scritto con uno stile limpido, privo di fronzoli, Reykjavìk café è un libro che si legge bene, facile ed immediato.

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STONER

On 27 aprile 2017, in circolo socio-politico-storico, by dony

STONER. John Williams. Fazi.
Sono più di due anni che questo romanzo mi perseguita. Se ne leggono recensioni entusiastiche un po’ ovunque, in rete i pareri sono praticamente unanimi, sono addirittura uscite svariate pubblicazioni che parlano proprio della sua perfezione, ma con l’assoluta irrazionalità che mi coglie a volte ero assolutamente decisa a evitarlo e a schivarlo, rifacendomi a quella percentuale veramente irrisoria di lettori che lo ritiene sopravvalutato. Finchè un giorno una persona che stimo molto mi ha convinta.
Ritengo la letteratura una delle forme d’arte più complesse, proprio per il potenziale emotivo che ogni singola parola è capace di trasmettere all’immaginario individuale di ciascuno di noi. Ed è proprio per questo che mi sento di condividere le opinioni di entrambe le fazioni, anche se a pelle io mi metto sicuramente nella minoranza.
Il patto narrativo con l’autore è esplicito fin dall’incipit. La vita di William Stoner, professore universitario nella prima metà del novecento nel sud degli Stati Uniti, è stata del tutto ordinaria e per nulla indimenticabile. Nasce in una famiglia di agricoltori, si appassiona allo studio, unica sua ancora di salvezza per tutta la vita, si sposa in maniera affrettata come molti giovani, matrimonio infelice che lo condizionerà non poco, avrà una figlia, un’amante, beghe con i colleghi e degli amici mai veramente intimi. Questo lo si sa già. A questo punto quindi io mi aspettavo il racconto di una  brava persona qualsiasi. Di un integerrimo. Di un eroe di tutti i giorni. Ma Stoner non lo è mai del tutto. Non lo è in Università, non lo è nei confronti della figlia o dei genitori e in tante svariate occasioni nelle quali a un impulso iniziale segue la solita e più comoda apatia. Ed è questo ciò che veramente me lo ha reso inviso, è questo che non riesco proprio a perdonargli.
Si fa un gran parlare anche dello stile definito pacato e poetico allo stesso tempo. Ammetto che ci sono alcuni pezzi veramente notevoli e toccanti (il matrimonio o la morte li ho riletti e li ho veramente assaporati) ma per lo più anche lo stile l’ho trovato troppo impersonale e a tratti piatto (le lunghe e tediose descrizioni delle lezioni o delle dinamiche universitarie tra tutti).
Insomma, sono felice di averlo letto e ne è sicuramente valsa la pena ma non chiedetemi di amarlo.