Pregiudizio E Orgoglio

Pregiudizio E Orgoglio. P. R. Moore-Dewey (Patrizia Mureddu).
Vi siete mai chiesti quali pensieri possano passare nella mente di un gentiluomo inglese, dei primi dell’ottocento, privilegiato beneficiario di una rendita di almeno diecimila sterline l’anno, nel momento in cui si scopre innamorato della saccente e poco attraente figlia secondogenita di una famiglia di bassi natali e pessimo decoro? Una giovane donna, è mio dovere precisarlo, anche un poco priva di senno, capace di rifiutare la mano del giovane, elegante, aitante, compìto e vivace curato Mr Collins…
Inoltre… come reagirà questo vero gentleman al rifiuto, invero poco urbano, della medesima giovane donna?
Confrontarsi con il romanzo di Jane Austen è impresa ardua: in questi anni abbiamo letto tutto quanto era in qualche modo collegato ai personaggi di O&P (il plurale è perché i fanatici sono due… io e una certa mia amica che voi non conoscete).
Questa è la seconda versione della vicenda, scritta dal punto di vista di Mr Darcy, che ho affrontato.
Devo essere sincero: nettamente la migliore, anche se ho motivi per essere insoddisfatto della lettura… oggettivamente era impossibile fare peggio di quell’autrice che aveva trasformato Mr Darcy in un dandy…
Quali aspettative si possono avere riguardo una rielaborazione di O&P? Per cominciare, c’è la speranza di rivivere le atmosfere, i luoghi, i caratteri e i comportamenti “so British” che Miss Austin era così brava a rendere. Ci si può augurare, naturalmente, una lettura stilisticamente impeccabile, quell’eleganza che per noi fanatici è ”refreshing” come una passeggiata in un salotto, mentre uno dei gentleman della casa è intento a scrivere una lettera all’amata sorella (salvo un paio di “inciampi” mi sembra che l’autrice meriti un plauso).
Infine… da un lato, la pretesa che la trama e i personaggi siano fedeli all’originale, dall’altra l’esigenza di un po’ di originalità… altrimenti è puro esercizio stilistico. E’ un equilibrio difficile, quello tra fedeltà e spunti di originalità: nel riconoscere all’autrice di avere affrontato l’impresa con tutta la passione e e l’entusiasmo di una ammiratrice sfegatata di Miss Austen, devo anche notare che alcune licenze mi sono parse eccessive. La parte migliore del romanzo, il rapporto tra Mr Darcy e Georgiana, si basa, a mio personale parere, su una forzatura, in nessun modo nel romanzo di Miss Austen si ha sentore di tale “confidenza” e ironia reciproca, anzi nel finale si parla di un certo stupore di Miss Georgiana nell’accorgersi dei modi a volte “canzonatori” di Elizabeth nei confronti di Mr Darcy, stupore che denota, mi pare, che tale rapporto non era quello esistente tra i fratelli (d’altra parte dobbiamo tenere presente che sono personaggi British e non italiani). Un altro dubbio: il Mr Darcy disegnato da Miss Austen si sarebbe confidato in materia sentimentale con la sorella di undici anni più giovane? Avrebbe confidato all’amico Mr Bingley di essere stato rifiutato da Miss Elizabeth? Non credo e mon mi pare che ci sia traccia di consapevolezza in Miss Jane Bennet-Mr Bingley alla notizia del fidanzamento di Mr Darcy e Elizabeth.
Credo che l’intuizione di esplorare il rapporto tra i fratelli Darcy sia stata notevole, di ciò devo dare atto all’autrice, seppure con i distinguo di cui sopra.
Personalmente ritengo che affrontare il racconto dalla parte di Mr Darcy richieda necessariamente un approfondimento della società nella quale vive un gentiluomo di quel livello: in O&P partecipiamo ai piccoli ricevimenti e agli svaghi dei piccoli e poco abbienti gentiluomini di campagna, poco si vede della vita “mondana” della buona società londinese a cui fa riferimento a volte la “simpaticissima” Caroline Bingley e nulla sappiamo della “large company” con la quale Mr Darcy e la sorella trascorrono l’estate, la stessa compagnia attesa a Pemberley il giorno dopo la visita di Elizabeth. Io sarei molto curioso di sapere qualcosa di più, magari evitando derive gotiche o dandy (vero Miss Pamela Aidan?).

L’ isola dei monaci senza nome

L’ isola dei monaci senza nome. Marcello Simoni. Newton Compton.
Un antico mistero che può distruggere uno dei dogmi fondanti la religione Cattolica, pirati turchi, il mar di Toscana, battaglie navali.
Cristiano d’Hercole è il figlio naturale del pirata Sinan il Giudeo, uno dei comandanti della flotta di Khayr al-Dīn, detto il Barbarossa, ultimo erede di un antico popolo (gli esseni) custode di segreto che può minare le fondamenta della religione Cattolica. Nella lotta tra il bene e il male, nello specifico una confraternita segreta detta la Loggia dei Nascosti, dovrà sconfiggere temibili nemici e ritrovare una misteriosa tomba.
Raccontata in questi termini sembra una storia trita e ritrita anche un po’ noiosa… ma… l’autore, Marcello Simoni, bibliotecario, ex archeologo, è un narratore con i fiocchi, degno erede di quella tradizione del romanzo d’avventura che sta tra Salgari, Dumas, forse Verne. Un autore con tempi di narrazione tipici di questi classici e, forse per questo, perfetti: traccia una trama completa, anche complessa, ma lineare e solida, senza improvvisazioni. In aggiunta, delinea una serie di “cattivi” con i giusti crismi, fondamentali in un romanzo di cappa e spada, che qui, come spesso accade, sono molto più affascinanti dei buoni. Per dire… se Dan Brown avesse queste qualità sarebbe un grande scrittore di thriller… Difetti: qualche ingenuità nel racconto di alcune parti di “raccordo”. La storia è di fantasia, ma basata quasi interamente su personaggi realmente esistiti e fatti storici realmente accaduti. Nel complesso una piacevolissima lettura estiva.

Inferno

Inferno. Dan Brown. Mondadori.
Hanno “sparato” a Robert Langdon nei vicoli del centro storico di Firenze. Purtroppo, l’hanno colpito di striscio e non è morto. Il trauma gli ha però fatto perdere la memoria delle ultime 48 ore e il più famoso studioso di simbologia della storia della letteratura mondiale è costretto a decifrare tutta una serie di messaggi celati in alcune importanti opere d’arte italiane, ciascuno dei quali rimanda a un altro, aiutato solo da una donna con un Q.I di 208 (quasi 200 in più della maggior parte delle persone che conosco),  fino all’inevitabile lieto fine nel quale il cattivo è “neutralizzato”, la popolazione umana salvata e i nostri eroi possono tornare a casa in attesa della prossima avventura.
La prima parte del romanzo è piuttosto piacevole: la trama è il pretesto per raccontare l’ARTE, in questo caso Firenze e alcune delle opere più belle del rinascimento e, ovviamente, quell’incredibile opera che è la Commedia di Dante (tomo che il sottoscritto non ha mai potuto digerire, ma è un altro discorso). Risulta evidente l’ammirazione dell’autore per l’arte italiana, raccontata con ardore e passione, tanto che si avrebbe voglia di organizzare immediatamente una gita a Firenze (meno riusciti, ma non meno vividi, gli atti d’amore per Venezia e Istanbul che, arrivando in fasi avanzate del romanzo, soffrono i tempi ristretti, obbligati dal necessario sviluppo dell’intreccio). Quando Dan Brown cerca di guadagnarsi la pagnotta e deve tirare le fila di una trama avventurosa, dimostra di non essere in grado di scrivere con un minimo di autentico pathos; a volte appare come un bambino incapace di tenere un segreto, in altre pagine, probabilmente consapevole della vacuità del suo prodotto, rimescola le carte, creando inutili complicazioni che non aggiungono interesse e lasciano… forti dubbi sulla consistenza logica degli avvenimenti raccontati. Come anticipato, alla fine del romanzo tutto si aggiusta e il nostro eroe ritroverà persino il suo amatissimo orologio di Topolino, scomparso misteriosamente e senza alcuna spiegazione.
Con il cuore sollevato per la lieta novella, possiamo apprezzare l’estremo omaggio all’arte di Dante Alighieri: la chiusa del romanzo con lo stesso sostantivo usato dal Sommo Poeta per le tre cantiche della Commedia, “stelle”.

Un covo di vipere

Un covo di vipere. Andrea Camilleri. Sellerio.
L’inizio è travolgente: puro Camilleri, Montalbano e Livia smarriti in una selva oscura che, nel sogno, è il dipinto di Rousseau “il Doganiere”. A seguire il solito linguaggio colorito, un personaggio, un barbone nella fattispecie, che appare subito carico di promesse. Poi il nulla, l’antimateria in forma di romanzo giallo, nessun brivido, nessuno slancio. Da dubitare che sia farina del sacco di Camilleri. Romanzo rimasto nel cassetto per alcuni anni, causa un tema già accennato e qui “approfondito”. Poteva restarci in quel cassetto.

Impressioni italiane

Impressioni italiane. Charles Dickens. Robin.
La lettura di un qualsiasi scritto di Charles Dickens, fosse anche solo una lista della spesa, inebria il lettore, lo commuove fino alle lacrime o suscita un sorriso di ilarità.
Cosa può dire quindi un suo estimatore del XXI secolo, se non esaltarne la vastità del lessico e la prosa senza confronto? Può certo anche apprezzare la generosità d’animo dell’uomo, sempre pronto a una parola di conforto per gli umili, una carezza di gentilezza per i disadattati.
La salace penna però non risparmia i potenti e in primo luogo coloro che esercitano il potere spirituale e temporale facendosi scudo con l’abito talare. Costoro saranno sempre messi alla berlina dal nostro sommo.
Un uomo che è il fortunato possessore di smisurate qualità, un buon carattere, un animo nobile, una dialettica insuperabile e un gusto per le arti squisito: Raffaello, Michelangelo, Bernini sono degli apocrifi artigiani del martello… ah la bellezza sconfinata delle rovine romane… ah che orrore il rinascimento italiano e tutte quelle tele commissionate dai prelati (fa eccezione, tra i monumenti, il cupolone, nella sua maestosa imponenza).
Quest’uomo dai gusti sopraffini e dalla eccelsa capacità di sintesi dedica poche e misurate righe a capolavori quali piazza dei miracoli di Pisa e le innumerevoli bellezze architettoniche sparse in lungo e il largo della penisola, ma fracassa le gonadi per intere pagine sulla miseria del popolo italiano e sui divertimenti del carnevale romano.
Ah che orrore il golfo di Napoli se rapportato a quello di Genova del quale aveva parlato in toni misurati.
Ah che strazio le basiliche romane, molto più apprezzabili le chiesette della campagna inglese.
La buona predisposizione d’animo dell’uomo, e la straordinaria sensibilità dell’artista, giunge all’estasi durante un sogno di mezza estate, nel quale l’io narrante visita in barca una città quasi interamente percorsa dai canali, un capitolo nel quale la consueta prosa dell’autore assume una nota chiaramente shakespeariana:
Ci inoltrammo cosi in questa città fantastica, proseguendo il nostro percorso attraverso vie strette e vicoli, tutti pieni di acqua frusciante. […] Tante e tante volte, da allora, ho ripensato a questo strano Sogno sull’acqua: a metà curioso di sapere se si trova ancora là e se il suo nome sia: Venezia.”.

Uno scandalo in Boemia

Uno scandalo in Boemia, Arthur Conan Doyle. Felici.
Un breve racconto in formato tascabile, un (molto) piccolo enigma per uno dei personaggi più celebri della letteratura investigativa, Scherlock Holmes. La trama o il giudizio sono ininfluenti, anche se oggettivamente non è tra gli scritti più riusciti di Conan Doyle, tuttavia rimane un piccolo pezzo di storia del giallo: è il racconto nel quale fa la sua comparsa The Woman, come viene appellata dal geniale Holmes, Irene Adler, una delle poche menti capaci di tenere testa al nostro eroe

A volte ritorno

A volte ritorno. John Niven. Einaudi.
Perché se Dio ci ama ha permesso che il mondo diventasse quello che è diventato? Semplice, è stato in vacanza. Al suo ritorno si aggiorna rapidamente sulla situazione e decide che c’è solo una soluzione possibile, rimandare Gesù Cristo sulla terra. Problema: siamo nel XXI secolo, non può certo andare in giro per deserti a predicare “peace and love”. Cosa si può fare? La risposta può essere solo una: partecipare a un talent show. Tra l’altro, è il personaggio giusto per questo tipo di format: belloccio, canta bene e, andando in giro a dire di essere il figlio di Dio, appare fuori di testa quanto basta.
Bisogna convincere Gesù Cristo a tornare sulla terra e non ne avrebbe tanta voglia: dategli torto, in paradiso, passa le giornate a suonare la chitarra e farsi le canne, in compagnia di uno che la Stratocaster la suonava “da Dio” anche sulla terra, quando veniva chiamato Jimi Hendrix.
Arrivato alle puntate finali dello show televisivo, si esibisce in un brano, poco noto, di un semisconosciuto cantautore del New Jersey, tale Bruce Springsteen… “In the day we sweat it out in the streets of a runaway american dream…”: grande successo. Gesù coglie l’occasione per prendere la parola e diffondere il messaggio del Padre alle genti e, come già duemila anni prima, non tutto andrà per il verso giusto.
Divertente, dissacrante, dissonante (nel senso musicale del termine) ma anche, pur con una certa ingenuità di fondo, filosoficamente interessante, nel senso che il libro è pervaso da una etica elementare che mi è sembrata più “elevata” di qualsiasi interpretazione forzata delle Scritture.
Qualche difetto rimane, il romanzo è a volte un po’ troppo “peace and love” e la satira di costume è forse un po’ troppo scontata.

Scarpe italiane

Scarpe italiane. Henning Mankell. Marsilio
Fredrik Welin è un ex-medico che in passato ha eseguito un’operazione chirurgica in modo colpevolmente errato. Vive in compagnia di un gatto e un cane, piuttosto avanti negli anni, in un isolotto della Svezia, riducendo al minimo i contatti con altre persone. Nel pieno di un gelido inverno scandinavo, riceve la visita di una donna che ha amato, ma che ha anche abbandonato da un giorno all’altro, senza addurre alcuna giustificazione. Questa donna, Harriet, è in fin di vita e ha cercato Welin per fargli mantenere un’antica promessa.
Leggo da qualche parte che Fredrik Welin è stato paragonato al commissario Wallander, il protagonista di dieci romanzi di Mankell: non la penso così. Entrambi uomini logorati dai rimorsi e dai ricordi, riflessivi e auto-psicanalitici, sono nell’intimo due persone profondamente diverse: quanto Wallander è meravigliosamente umano, Fredrik Welin è essere incapace di sentimenti, arido e spesso privo di una parvenza di morale. Un personaggio odioso come pochi, inserito in una vicenda che spesso presenta momenti molto toccanti, in un contesto popolato da personaggi sofferenti e genuini. Coinvolto suo malgrado di nuovo nella “vita” dimostra tutta la sua insufficienza e raramente riesce a mettere insieme due azioni decenti consecutivamente. Tuttavia, l’uomo deve avere qualcosa che non lo rende totalmente repellente ai suoi simili… interessante caso da psicanalisi.
Un romanzo struggente, splendido, con alcuni personaggi secondari superbi che non dimenticherò presto (la ragazzina con la katana su tutti).
Unica pecca: il finale, sospeso, probabilmente inevitabile considerata la trama e il personagglo principale, ma nel quale avrei preferito, preteso, un bilancio da parte del protagonista maggiormente esplicito o qualcosa d’altro, non so, non sono un autore: da lettore mi è rimasto un senso di incompiutezza.
In ogni caso, più leggo Henning Mankell e più sono entusiasta delle sue storie di uomini dai risvolti psicologici spesso complessi e foschi.

La scarpa

La scarpa. Franco Gigliotti. Felici.
Il colonnello Lupi è un carabiniere in pensione. Da investigatore di razza qual è, intuisce immediatamente che la Converse All Star, intravista a lato del sentiero sul quale è solito fare una salutare camminata, può solo essere la testimonianza di un efferato delitto.
Il colonnello Lupi gode di buona salute, ha una moglie che ama ancora dopo molti anni di matrimonio, ha 3 figli tutti sposati con prole, bravi, belli, affermati e affezionatissimi ai genitori, i nipotini crescono tutti bene e sono di buon carattere.
Quello che a prima vista potrebbe sembrare un romanzo fantasy, trama e personaggi sono così perfetti che non sembrano appartenere al mondo reale, è invece un tentativo maldestro di giallo, con una trama scontata e insignificante, pieno di personaggi buonissimi e di nessun interesse. Ciò che più mi rimarrà impresso nella memoria sono comunque i dialoghi, non solo scritti in un insopportabile carattere corsivo, ma anche privi di qualsiasi… qualità (per dirne una, ironia) che possa renderli verosimili. Talmente kitsch da superare ogni forma possibile di commento.
La commessa del supermercato di Cecina che mi ha consigliato il libro, è stata data per dispersa… non credo che la troveranno mai, sepolta com’è in un punto inaccessibile della pineta.

L’ultimo quadro di Van Gogh

L’ultimo quadro di Van Gogh. Alan Zamboni. Infinito.
E non è nero il colore nella mano, sono solo corvi sopra il grano [Alan Zamboni, Murga di Vincent].
Grande rispetto per chi è capace di creare un’opera letteraria e una musicale, per di più coordinate su un unico soggetto e un ringraziamento all’autore per averci segnalato (e spedito) questo suo sforzo creativo.
Il CD deve essere ascoltato mentre si legge il romanzo? Questa è stata la domanda rivoltami da più parti: io non l’ho fatto, non riesco a fare due azioni contemporaneamente, neanche le più naturali e semplici. Ho dapprima ascoltato il CD, racconto in musica della vita di Van Gogh, in compagnia di un paio di amici: un musicista e un tecnico del suono. In tutta sincerità è un’opera abbastanza difficile: un concept album è impresa ardua, ciò nonostante il risultato non è nemmeno disprezzabile, ci sono diverse parti interessanti sia da un punto di vista musicale che interpretativo. Il difetto principale ci è parso essere un eccesso di produzione: togliere qualche effetto, strumento o base, in molti casi, avrebbe esaltato la componente narrativa. La Murga di Vincent (la potete cercare anche su YouTube) è piaciuta veramente molto: l’amico musicista ha parlato di soluzioni armoniche interessanti (o qualcosa di simile).
Il breve romanzo ruota attorno al misterioso suicidio del pittore olandese e al viaggio ad Auvers-sur-Oise
di un ancora più enigmatico io narrante, alla ricerca dell’ultimo quadro di Van Gogh. Il finale, l’incontro tra il narratore e Mademoiselle Ravoux ha, nelle intenzioni dell’autore, un significato profondo, quasi metafisico.
Un omaggio a Vincent in una storia in cuii il pittore olandese è assente “fisicamente”, ma presente in ogni pagina attraverso la sua arte. Il gioco dell’autore è spesso tra realtà e visione, artistica ma non solo, della stessa.
Il racconto rivela un difetto che mi pare, pressappoco, lo stesso del CD: vive tutto sulla creazione di attesa e mistero intorno all’incontro finale e crea un’aspettativa eccessiva che finisce, probabilmente, con lo sminuire o nascondere il messaggio che l’autore vuole trasmettere.
Libro sicuramente da consigliare agli appassionati di Van Gogh, per sognare, se non altro, di essere vissuti nella Paris di fine 800, vagando con l’immaginazione per le rue intorno a Montmartre insieme a Theo Van Gogh e Pére Tanguy.