GLI SCOMPARSI DI CHIARDILUNA. L’ATTRAVERSASPECCHI 2

GLI SCOMPARSI DI CHIARDILUNA. L’ATTRAVERSASPECCHI 2. Christelle Dabos. Edizioni EO.
Ofelia, si trova ancora sull’arca del Polo, in attesa di un matrimonio combinato contro il quale si ergono forze che nemmeno l’Innominato e Don Abbondio assieme potrebbero eguagliare.
Maldestra e per quanto mi riguarda pure un po’ tonta (occhialuta e stereotipata come un figurino) Ofelia è ancora più invischiata in quello che all’inizio pareva essere un intrigo politico. Dal canto suo, Thor, unico erede della dinastia dei draghi nonché figlio illegittimo, è ancora il fidanzato detestato da tutti (la corte, la famiglia di Ofelia, i parenti della di lui madre, eccetera…). Ferreo, severo, enigmatico e di poche parole per usare un eufemismo, non vince il premio simpatia e nemmeno quello di consolazione. Sua malgrado, la mancata coppia si trova tra l’incudine: lo spirito di faglia del Polo, lo smemorato e temuto Farouk, che vuole gli venga decifrato un libro mistico in suo possesso; e il martello, un certo Mille Facce, un essere soprannaturale che ama farsi chiamare Dio e ha tutto l’interesse affinché tutti gli spiriti di famiglia restino tristemente ignoranti in merito al loro passato e a quello dell’umanità.
Disavventure picaresche e colpi di scena, trascinano i protagonisti verso un non-epilogo che lascia il lettore in preda a una fastidiosa curiosità, nonostante gli innegabili difetti nella caratterizzazione dei personaggi. Tutti, protagonisti e comparse, sono monotematici e monodimensionali (la sciarpa di Ofelia, tanto per intenderci, è il mio preferito), sempre uguali a loro stessi, fatta eccezione per Thor che verso la fine scopre le carte… appena prima di scomparire nel nulla (e dopo 500 pagine).
Tuttavia. Tuttavia quando si scopre, appunto, che l’intrigo non è politico, bensì teologico/filosofico; quando l’autore scrive frasi del tipo: “Dio governa il mondo e fa lapsus”, ecco è in momenti così che al lettore sale la sbrusia.

JAKOB IL BUGIARDO.

JAKOB IL BUGIARDO. Jurek Becker. Neri Pozza.
Commentare un libro di cui già si è visto il film è una fatica, soprattutto perché, pur non essendo la più famosa interpretazione di Robin Williams, hai la sua faccia davanti mentre leggi. Una faccia che devo ammettere alleggerisce i primi due terzi della narrazione, ma solo sulla pellicola. Sulla carta ci prova, quella faccia, ma non ci riesce.
Polonia. Jakob Heym, ospite della struttura conosciuta come ghetto ebraico di Lodz, è il protagonista del libro, un po’ interprete, un po’ narratore, è lui il personaggio che sulla scena è sempre baciato, o perseguitato, dall’occhio di bue. Jakob è un buono. Un eroe improvvisato, un paladino della disperazione. Una sera, al ritorno dalla fabbrica, Jakob sfora il coprifuoco e viene mandato a rapporto alla sede del comando. Entra ed esce poco dopo. Vivo. Incolume. Un improvviso colpo di fortuna, che suo malgrado lo indurrà a mettere in moto gli arrugginiti ingranaggi dell’intera comunità.
I russi stanno combattendo a 500 km da lì. Stanno arrivando.
Una frase mezzo sussurrata e mezzo sputata, con il solo intento di salvare un compagno di lavoro dal farsi ammazzare, una distrazione breve ed effimera. Una menzogna poi che lievita come il pane, dove di pane non se ne vede da tanto e che si ingigantisce fino a diventare una leggenda.
Poiché Jakob non può spiegare la notizia ai suoi compaesani, prende piede diceria che JAKOB HEYM HA UNA RADIO.
La notizia circumnaviga il ghetto, si insinua ovunque come la muffa e a Jakob non resta che reggere il gioco, un funambolo che infrange tutte le regole e dà fondo a tutte le sue risorse (fisiche e mentali) per tenere viva una speranza. Non una fiaccola, per come stanno le cose è più che altro un cerino, eppure diventano tutti fiammiferai, con un ricordo con un motivo per continuare a vivere, fino alla fine. Fino a quando i Russi non arrivano… e si fermano giusto alla periferia di Varsavia, mentre il ghetto viene distrutto (perchè la speranza è una bella cosa, ma spesso l’accompagna la beffa).
Si nota in questo libro, diversamente da tanti altri romanzi sullo sterminio nazista, l’anonimia riservata ai carcerieri, di rado nominati. La loro esistenza è percepita attraverso tutti il resto, persone, cose, animali (unica eccezione: quando prelevano l’eminente medico affinché possa occuparsi della precaria salute del comandate. Forse, a sottolineare il nonsense intrinseco nell’atto).
Lo stile è lento e un po’ datato (come il libro), descrittivo spesso in modo afoso, difficoltoso per il lettore non lasciarsi prendere dallo sconforto e superare la prima metà del libro, quando qualcosa comincia ad accadere.

Shadowblack – Il fuorilegge (Spellsinger #1).

Shadowblack – Il fuorilegge (Spellsinger #1). Sebastien De Castell. Il battello a vapore.
La trama in due parole: Il sedicesimo compleanno di Kellen si avvicina. Il limite massimo consentito per dimostrare di possedere la magia.
Figlio primogenito di un’illustre famiglia, Kellen è la pecora nera, Kelln è senza magia e per questo che non apparterrà mai alla nobile casta dei maghi Jan’Tep, bensì a quella dei servi, gli schiavi, gli Sha’Tep. Una mancanza che, nonostante gli sforzi e la buona volontà, è destinata a diventare il marchio del disonore. A differenza dei suoi pomposi ed arroganti compagni, Kellen non è soltanto molto sveglio, ma anche diverso, uno di quei diversi che per il solo fatto di esistere possono mutare il corso della storia.
Lui è una discordanza, come gli spiega Ferius Parfax, la misteriosa (ed incivile) donna straniera che tutti detestano, una cartomante picaresca con un’inclinazione speciale per i problemi ed il sarcasmo.
Pur trattandosi di romanzo Young Adults, il mondo creato da Sebastien De Castell è affascinante, divertente, ben costruito che regala al lettore un romanzo di formazione. Duelli, avventura, incantesimi ed intrighi; ma soprattutto LUI, Reichis, il demoniaco feliscoiattolo, il socio-famiglio di Kellen, un elemento buffo che dona all’intera narrazione una comicità tutta particolare.

La serie Spellslinger è così composta (e io ho già i primi 3):
Spellslinger (Spellslinger, #1)
Shadowblack (Spellslinger, #2)
Charmcaster (Spellslinger, #3)
Soulbinder (Spellslinger, #4)
Queenslayer (Spellslinger, #5)
Crownbreaker (Spellslinger, #6)

Fidanzati dell’inverno L’Attraversaspecchi – 1

Fidanzati dell’inverno L’Attraversaspecchi – 1. Christelle Dabos. Edizioni E/O.
Primo libro di una saga acclamata, di cui in rete raccontano:
Per chi ha amato:
Philip Pullman, la sua fantasia e le sue atmosfere.

Non esageriamo.
Twilight per la storia d’amore tra un uomo misterioso e tormentato ma capace di profonde passioni e una ragazza apparentemente impacciata, ma piena di risorse.

Non mi pare un bel complimento, a meno che non si stia parlando di tiratura delle vendite e niente altro.
Hunger Games per le incredibili avventure e per l’azione politica dei protagonisti che vogliono rovesciare un sistema di potere.
Non mi sono mai piaciuti, né su carta né su pellicola.
Harry Potter per la ricchezza e l’articolazione del suo magico mondo.
Più che articolazione parlerei di macchinazione.

In realtà il fascino di questa serie credo sia dovuto alla curiosa mescolanza di elementi Fantasy, Belle Époque e Steampunk.
In un futuro che possiamo definire post apocalittico, l’universo è composto da ventuno arche, che orbitano attorno a quello che un tempo era il pianeta Terra.
Ofelia appartiene ad una famiglia in vista dell’arca Anima, è una lettrice (evoca i ricordi appartenuti agli oggetti), goffa ed intellettuale, refrattaria al matrimonio, alla vita sociale tanto ambita dalle sue coetanee, è suo malgrado obbligata a sposare un nobile (Thor), un uomo sconosciuto, ovviamente burbero, ovviamente pericoloso, ovviamente appartenente ad un’arca inospitale, fredda e lontana.
La parola chiave è ovviamente, poiché fin qui potrebbe trattarsi di un libercolo farcito di cliché per ragazzini. Tuttavia a salvare la carenza di spessore dei personaggi viene in aiuto un mistero, peraltro contorto, che speriamo venga approfondito a dovere e svelato con cautela nei prossimi due volumi. Sarebbe d’uopo che le prossime narrazioni ci regalassero una caratterizzazione dei personaggi degna di quell’ambientazione davvero originale in cui la storia si svolge.

TANTI PICCOLI FUOCHI.

TANTI PICCOLI FUOCHI. Celeste Ng. Bollati e Boringhieri.
Shaker Heights. Sobborgo amicano anni ’90. Democratici, abbienti, perbene, sorridenti e dediti alla beneficenza. Puntualmente osservanti delle regole e promotori di civiltà e senso cinico. Uno spaccato che, indipendentemente dall’epoca (solitamente anni ’50), già abbiamo incontrato nella letteratura e nel cinema. Il background quindi non ci racconta nulla di nuovo: a Shaker Heights sono tutti perfetti e disposti a tutto per mantenersi tali. Immacolati tappeti, ben sbattuti, che accuratamente nascondono le sporcizie.
La storia si apre con un anomalo incendio che distrugge completamente la casa dei Richardson, distinta famiglia della cittadina, e si dipana a ritroso, promettendo un mistero che il lettore, di pagina in pagina, immagina essere qualcosa di grosso, qualcosa che faccia davvero clamore. Una trama forse da romanzo popolare: segreti, fraintendimenti e rivelazioni si alternano a controverse problematiche sociali, immigrazione, povertà e questioni razziali.
Sfortunatamente, la narrazione, nonostante alcuni spunti arrotolati su noti cliché (la madre single, artista in fuga, squattrinata per scelta), non decolla. Manca quello slancio che permette ai personaggi di uscire dalla carta. Restano lì, a raccontarsi tutti con la stessa voce, ad interpretare ruoli preconfezionati senza nulla aggiungere. Persino nelle parti più drammatiche mi sono chiesta: ma il pathos dov’è?

LA SCRITTRICE DEL MISTERO.

LA SCRITTRICE DEL MISTERO. Alice Basso. Garzanti.
Un nuovo capitolo dedicato a Vani Sarca alle prese con il mondo che suo malgrado la circonda. La stesura di un nuovo libro, la risoluzione di un mistero che coinvolge un ex fidanzato, i turbamenti amorosi della pseudo gemella piccola, una sorella ingombrante giunta a un capolinea, ma soprattutto LUI: il commissario Berganza ufficialmente, nella sua vita (come Vani mi rifiuto di chiamarlo Romeo).
Come i precedenti, questo ultimo romanzo sfoggia un giallo da risolvere, un pretesto per raccontare il dietro le quinte del mondo editoriale. Tuttavia, in questo volume troviamo anche una maggiore rotondità dei personaggi, data dai molti flashback che fanno emergere dettagli sostanziali “delle vite degli altri”. Lara ed Enrico in primis, personaggi di contorno, eppure fondamentali per la comprensione del personaggio Vani Sarca.
Di un’ironia spigliata (e spietata), ricca e succulenta, mai banale, il libro non tradisce le aspettative e regala momenti di ilarità, godimento e riflessione. Lo stile della Basso, ormai inconfondibile, ci fa sperare in una folgorazione scrittoria che le faccia partorire presto (prestissimo) un nuovo capitolo, perché ormai senza Vani non sappiamo stare.

«… È così che funziona con te, Vani? Uno crede di stare con una defilata, solitaria ghostwriter che passa la sua esistenza a scribacchiare davanti a un computer, e invece si ritrova bombardato da colpi di scena come in un incrocio fra Goldfinger e Peyton Place? Perché a me va benissimo, eh. Basta saperlo. Ho una certa età, devo arrivarci preparato, agli shock.»
NE VOGLIO UNO ANCHE IO.

VITTORIA

VITTORIA. Barbara Fiorio. Feltrinelli.
Sto cercando le giuste parole per commentare questo libro da due giorni ormai. Non se ne trovano. Mi scuso da subito.
Abituati allo stile della Fiorio, ci si avvicina alla sua ultima opera, dalla copertina curiosa e variopinta, con le consuete aspettative: ironia pungente e comicità seria.
Vittoria è una sorpresa: una lettura amara, eppure il lettore, come Socrate fece con la sua cicuta, la trangugia come se non ci fosse un domani. Distante dai suoi predecessori, questo libro ha in sé il seme del realismo, non quello divertente, bensì quello vero, quotidiano, terreno.
“Non si può amare chi non ci ama, è contro natura.”
Genova. Vittoria è una donna di 46 anni, un’età atroce per rimanere soli, per stare a guardare il futuro sgretolarsi e crollare, lasciando il presente annichilito e diroccato come una moderna Pompei.
Una donna in crisi affettiva, perché reduce da una relazione che l’ha prosciugata di ogni energia e speranza. In crisi creativa, perché cammin facendo ha accantonato il suo talento, l’arte della fotografia.
Disorientata e triste, senza un compagno e senza un lavoro (N.d.R. non stupiamoci, questo è il 2018), Vittoria raccoglie i cocci della vita che credeva di avere, sotto gli occhi preoccupati e partecipi degli amici, scialuppe e roccaforti che dall’esterno hanno avuto lo spiacevole privilegio di assistere allo sboccio sconsiderato di un Ego velleitario in crisi di identità (N.d.R. mi rifiuto di fare spoiler, andate a leggervi il libro), e all’autopsia di una convivenza.
Uno scherzo, forse una congiura di stelle, conducono la nostra protagonista a calcare le scene della cartomanzia, lei che non ha mai creduto “in queste cose”.
Un lavoro estemporaneo, che ha del ridicolo e purtroppo anche del necessario, ma che offre panorami umani inaspettati. Contatti che danno e prendono in egual misura e le permettono un passo per volta di riappropriarsi della propria vita.
Vittoria è un inno all’amicizia, alla quotidiana sopravvivenza, popolato di ordinari eroi, un libro adulto per adulti (se non hai più di quarantanni e non stai cercando lavoro, non puoi capire cosa si cela dietro a Linkedin, Monster, Info.Jobs e compagnia bella).
Quando ci curiamo di noi stessi nonostante il fango che ci circonda, quando ci adattiamo a nuotare in una palude.
Quando guardiamo il presente senza capirlo ed il passato è ormai un libro finito, che lascia spazio ad altre letture.
Siamo tutti Vittoria.

LE ASSAGGIATRICI.

LE ASSAGGIATRICI. Rosella Postorino. Feltrinelli.
1943. Rosa ha lasciato Berlino per sfuggire ai bombardamenti, ospite a casa dei suoceri mentre il marito, Gregor, combatte sul fronte russo da bravo tedesco.
Nove donne di Gross-Partsch, un villaggio vicino alla Tana del Lupo, meglio noto come il quartier generale di Hitler. Nove donne che assieme a Rosa hanno il compito di ingerire il cibo del Führer per scongiurare la minaccia degli avvelenamenti. Non certo volontarie, vittime di un’isteria generale al cui vertice siede l’ambigua e corrotta figura di un macellaio che paradossalmente non sopporta i mattatoi. Sì, perchè Hitler, promotore di macelli di uomini aveva subito un trauma da piccolo… più di uno verrebbe da affermare. Ironia della sorte. Un’ironia macabra che per una volta proietta una luce poco lusinghiera anche sulle condizioni dello stesso popolo tedesco, che pur soggiogato dal carismatico merchandising hitleriano, non se la passa bene in guerra. La fame e la paura sono una pestilenza che affligge anche la razza ariana.
Rosa è una cittadina, trapiantata tra donne di campagna, con le quali da subito instaura un non-rapporto dovuto ad un’inesistente differenza culturale. Rosa è prigioniera né più né meno delle altre. Obbligate a mangiare anche quando non hanno fame, quando si sentono male, topi da laboratorio rinchiusi in una mensa che da un momento all’altro può trasformarsi in una tomba. Raramente nel romanzo (ispirato alla storia vera di Margot Wölk, assaggiatrice di Hitler) ci sono scene violente; il sopruso è insito nella storia stessa, di giorno in giorno, di notte in notte, di pagina in pagina.
La sensazione claustrofobica di sopraffazione, la tirannia quotidiana, il pericolo di porre un piede in fallo pur appartenendo alla razza giusta, privano le persone del libero arbitro fino a che non resta che domandarsi cosa significhi essere e rimanere umani. Cosa si è disposti a fare per continuare a sentirsi vivi, nonostante la paura, l’incertezza, la colpa?
Scritto con uno stile impeccabile, credo che Le Assaggiatrici sia soprattutto questo, un libro senza eroi, dove tutti sono vittime, persino i carnefici.

WOLF. LA RAGAZZA CHE SFIDO’ IL DESTINO.

WOLF. LA RAGAZZA CHE SFIDO’ IL DESTINO. 
1956. Il Terzo Reich ha vinto la seconda guerra mondiale, Hitler governa mezzo mondo. I campi di lavoro e di sterminio sono comuni, la razza ariana obbligata a riprodursi, gli orrori della Shoah non sono finiti, sono semplicemente diventati la quotidianità.
Yael è fuggita da un campo di sterminio. Quello dove il Dottore l’aveva scelta tra migliaia di bambini per sperimentare farmaci che avrebbero cambiato i colori tipici della sua razza. Una fortuna non finire sezionata tra tanti altri, ma solo rivoltata come un calzino, che perde la pelle e muta come un serpente. Yael riesce a fuggire grazie a quello che pare essere un effetto collaterale degli esperimenti: muta forma. Yael riesce a essere chiunque, una chimera fatta di tutte le persone che imita e di cui assume le sembianze. Reclutata dalla resistenza, Yael pare essere l’unica in grado di portare a compimento il progetto Valchiria, avvicinarsi a Hitler quanto basta per ucciderlo in diretta mondiale, e dare quindi il via all’insurrezione. L’unico modo è vincere il Tour dell’Asse: una gara motociclistica che parte dalla Germania e si conclude a Tokyo. Per partecipare Yael diventa Adele Wolfe, l’unica ragazza che abbia mai partecipato, e vinto, la gara.
Una competizione che puzza di morte ed inganni, per la quale Yael si è addestrata dieci anni.
Il romanzo è un perfetto esempio di ucronia, un corso alternativo della storia mondiale dove distopia e fantapolitica vanno a braccetto. Peccato che si tratti davvero di un romanzo per ragazzi (13 anni) e che quindi sia poco corposo nonostante la complessità dei temi trattati. WOLF è una ricerca di riscatto, di vendetta, di giustizia, ma soprattutto di identità umana.

THE ACADEMY. 1, 2, 3.

THE ACADEMY. Volume 1. Volume 2. Volume 3. Amelia Drake. Rizzoli.
Twelve ha dodici anni, è stata la dodicesima orfana ad approdare all’orfanotrofio Moser, in quello che è fu definito l’Anno Nero. Un anno intenso, con un indice di gradimento per gli abbandoni più alto della media. Il Moser, la direttrice, le regole, e il suo migliore amico Stephen Seventy sono tutto ciò che conosce, mentre si avvicina la data delle selezione che daranno accesso ad una delle Accademie di Danubia.
Danubia è l’ignoto sfavillante, la città che tutti immaginano e che nessuno ha mai visitato. L’esame per essere ammessi ad una delle Accademie, e diventare parte integrante della società, è una valutazione attitudinale che in più di un caso riserva sorprese. Diciotto sono le Accademie: dei Musicanti, degli Alchimisti, degli Scribi, degli Ussari, dei Servitori… finalmente Twelve e Stephen possono realizzare il loro sogno: lui sicuramente un Ussaro, lei una cameriera. Le due Accademie situate addirittura una di fronte all’altra. Tuttavia, la carrozza di Twelve e di alcuni compagni subisce un attacco terroristico, l’esplosione di uno dei dodici ponti li fa precipitare nelle acque del fiume. Twelve, Rebecca e la piccola Ninon (un imbucata di appena cinque anni) si salvano appena in tempo per essere rapite e portate in un luogo che non esiste.
La diciannovesima Accademia: quella dei Ladri. Isolata da tutto e da tutti, un’isoletta in mezzo al fiume che dall’esterno pare un edificio mezzo diroccato. Un luogo di inganni, dove niente è come sembra, soprattutto le persone. Dove regole ferree forgiano un sotto mondo che deve assicurarsi una progenie di criminali. Twelve non vuole essere annoverata tra i Ladri, certo, ma resta il fatto che il suo punteggio (calcolato con test attitudinale) non lascia dubbi; ed in effetti in più di un’occasione si dimostra un’eroina egoista, concentrata nella sopravvivenza sua e di ciò che le sta a cuore. Reclutata dalla cerchia degli Spazzacamini (ammettiamolo, non la peggiore delle tre presenti in Accademia) Twelve si dimostra perfettamente in grado di farsi dei nemici. Molti nemici. Pare che tutti quelli che entrano in contatto con lei finiscano per detestarla, eccetto la piccola Ninon che Twelve si ostina a voler far fuggire. Ninon che non sa leggere, ma è una maestra nello scassinare serrature, e che probabilmente si troverebbe a suo agio tra i Lord dell’Accademia.
Nonostante l’argomento scuola, ormai abusato, The Academy è uno young adult interessante proprio perché la protagonista non è “nobile di cuore e pura di pensieri”.
Una sola pecca voglio sottolineare: l’improvvisa ricomparsa di un personaggio creduto morto, del quale si spiega poco e in modo frettoloso, quasi fosse una macchinazione atta a risolvere un inceppo narrativo.