VOX

VOX. Christina Dalcher. Nord.
E’ il romanzo del momento per tanti motivi: perchè molto pubblicizzato, per il tema attuale, perchè è piuttosto evidente e plateale la critica al governo Trump, ma soprattutto perchè è un romanzo intelligente e avvincente.
In un futuro prossimo gli Stati Uniti si chiudono su stessi e mandano al potere la forza politica del maschilismo, delle intolleranze e dell’estremismo religioso. Prendendo alla lettera la Bibbia, alle donne viene concessa esclusivamente la vita da casalinghe e viene loro imposto fin da bambine un dispositivo elettronico che gli permette di pronunciare solo 100 parole al giorno, non 100 sostantivi, 100 parole in tutto, pena una scarica elettrica fortissima. La protagonista è Jean Mclellan, una famosa neurolinguista sposata con 4 figli che racconta la storia in prima persona. Come soffra nel vedere la sua piccola Sonia pronunciare appena 40 parole al giorno ed essere premiata a scuola per essere rimasta muta, come vede il suo primogenito  diventare attraverso il lento lavaggio del cervello delle scuole un Puro a tutti gli effetti che guarda la madre con disprezzo, e come arrivi ad odiare il marito che ritiene un debole incapace di ribellarsi.
Grazie però alla sua fama e alla scoperta che aveva fatto prima di diventare una donna di casa qualsiasi, viene incaricata dal Presidente di finire gli esperimenti che stava facendo per guarire suo fratello che dopo un aneurisma è diventato afasico.
Jean non ci metterà molto a scoprire che dietro in realtà c’è un piano aberrante e che è venuto il suo momento di assumersi delle responsabilità e dei rischi per la libertà.
Curata la caratterizzazione dei personaggi, interessantissime le implicazioni linguistiche alle 100 parole, ricco di colpi di scena che ovviamente non ho anticipato, questo romanzo ci ricorda continuamente, come continuamente fa Jean con i suoi sensi di colpa, che a volte è molto più breve di quel che crediamo il passo tra l’indifferenza, la pigrizia e la perdita di libertà che troppo spesso diamo per scontate, gli estremismi, di tutti i tipi, sono nemici della libertà e ricordiamoci che proprio ora viviamo in un’epoca in cui stanno riaffiorando estremismi di ogni tipo.

LA SALA DA BALLO

LA SALA DA BALLO. Anne Hope. Ponte alle Grazie.
Ai primi del ‘900 nei manicomi in Inghilterra venivano internati non solo i malati mentali, ma più sommariamente tutti coloro che avevano reazioni considerate eccessive, i depressi o addirittura anche solo gli indigenti. Insomma non si andava tanto per il sottile, in un ambiente che diventava spesso ultimo atto di vite che avrebbero potuto essere recuperate. Nell’immenso e famoso manicomio di Sharston, esempio di lungimiranza e indulgenza, al venerdì sera si tiene un ballo, unico momento nel quale si incontrano uomini e donne. John e Ella si incontrano così e grazie alla mediazione di Clem (bellissimo personaggio) che aiuta Ella che è analfabeta, si scrivono e imparano a conoscersi. La storia è raccontata alternativamente da John, Ella e da un personaggio importantissimo, il dottor Fuller, appassionato di musica e purtroppo di eugenetica, del quale seguiamo l’evoluzione negativa e il degenerare della personalità e delle teorie in un tragico crescendo di eventi.
L’autrice trae ispirazione da una storia vera e ci regala un romanzo storico bellissimo: intenso, drammatico e che racconta una realtà poco conosciuta. Consigliatissimo.

LA FIGLIA DEL BOIA

LA FIGLIA DEL BOIA. Oliver Potzsh. Neri Pozza.
Siamo a Shongau un piccolo paese della Baviera nel 1659, che fatica a riprendersi dopo la guerra dei 30 anni, martoriato dalle pestilenze e dalla carestia, oltre che dalle incursioni dei mercenari. allo sbando. Jacob Kuisl è il boia incaricato, un boia anomalo, non ama fare quello che fa, è temuto e cercato allo stesso tempo per le sue conoscenze mediche e quando a seguito degli omicidi di alcuni bambini che presentano uno strano marchio, il paese intero chiede a gran voce che venga bruciata sul rogo come strega la levatrice del villaggio, non crede a queste superstizioni e inizia ad indagare con il giovane medico Simon che se la intende con la sua intraprendente figlia. Gli interessi in gioco sono molti: quelli dei commercianti del paese che litigano da sempre con quelli di Augusta, quelli della chiesa che vede continuamente sabotato il cantiere dove stanno cercando di costruire un lebbrosario e sullo sfondo la levatrice, che un gruppo di orfani andava spesso a trovare. Che connessione hanno tutte queste cose si chiede Kuisl?
Questo è il primo romanzo di una fortunata serie di gialli, l’ultimo è uscito proprio questo mese, e se come giallo mi è sembrato un po’ scarso, come ambientazione e descrizione dei dettagli storici e dei personaggi me lo sono bevuto, ambientazione tra l’altro un po’ diversa dalle solite. Insomma felicissima di averlo letto ma non leggerò gli altri.

CARTOLINE DALLA TERRA DI NESSUNO

CARTOLINE DALLA TERRA DI NESSUNO. Aidan Chambers. BUR.
Jacob è un ragazzo goffo e imbranato come quasi tutti i ragazzi di 17 anni, quasi ossessionato da Anna Frank va in Olanda per partecipare alla commemorazione della battaglia di Arnhem nella quale è morto suo nonno da giovane. Qui viene ospitato dalla famiglia di Gertrui, la ragazza che nel 1944 ha assistito il nonno ferito durante la battaglia e che ora è un’anziana signora malata che ha preso una decisione molto difficile da accettare.
Charmbers è un famoso e acclamato autore per ragazzi e in effetti questo romanzo riesce ad affrontare in maniera semplice ma senza fornire risposte moltissimi temi: l’eutanasia, l’omosessualità, la guerra, le difficoltà nei rapporti con la famiglia e nel crescere, l’amore, e tanti altri. Le avventure e disavventure che capitano a Jacob sono tante in soli pochi giorni tra Amsterdam, Haarlem e Arnhem e questo tiene abbastanza alto il ritmo della lettura.
Ma il vero punto forte di questa lettura secondo me è Amsterdam, città meravigliosa che attraverso le pagine del romanzo si riesce a rievocare come se vivessimo nella cartina e respirassimo la sua atmosfera vitale.
Essendo io molto, ma molto lontana dall’età di Jacob, ho apprezzato di più i racconti di Gertrui e la sua ricostruzione dell’ennesimo brutto capitolo della seconda guerra mondiale, ma è un romanzo che comunque mi sento di consigliare.

UN PAPPAGALLO VOLO’ SULL’IJSSEL

UN PAPPAGALLO VOLO’ SULL’IJSSEL. Kader Abdolah. Iperborea.
Abdolah probabilmente prende spunto dalla sua esperienza di rifugiato politico e scrive un romanzo corale nel quale racconta la vita di un gruppo di primi immigrati in Olanda negli anni ’80, sistemati in piccoli paesi rurali sulle sponde del fiume Ijssel. La curiosità e la solidarietà iniziali, con il passare degli anni e gli arrivi di massa, si trasformano in diffidenza e vera propria ostilità, dopo l’11 settembre e due omicidi molto simbolici come quello del regista Theo van Gogh, in vero e proprio odio irrazionale e spianano la strada ai radicali partiti populisti oramai tristemente diffusi in tutta Europa. Da Memed fuggito per cercare di curare la figlia, a Khalid miniatore del Corano, gli anziani con un passato di rilievo nei loro paesi di provenienza, e Pari madre di famiglia e moglie di un attivista armato, ognuno cercherà una propria collocazione e un futuro nel nuovo paese. Alcuni riusciranno, altri pagheranno cara la loro scelta di emancipazione, altri ancora rimarranno in un insoddisfacente limbo di sopravvivenza.
Questo romanzo, molto orientale nel ritmo, ha il grande pregio di mantenere lucidità e obiettività anche se l’autore ha vissuto in prima persona molte di queste esperienze, non scade mai nel patetico, cosa che spesso capita quando si parla di immigrazione, e non offre certo risposte facili e buoniste. Ci racconta le ragioni di tutti, immigrati e autoctoni, e va da se che quando culture così diverse si incontrano il dialogo e l’apertura mentale sono l’unica risposta a un fenomeno che non ha una vera e propria soluzione. Finchè esisteranno guerre e regimi totalitari io non mi sento di negare una possibilità di fuga e futuro a nessuno.

ELEANOR OLIPHANT STA BENISSIMO

ELEANOR OLIPHANT STA BENISSIMO. Gail Honeyman. Garzanti.
Eleanor vive a Glasgow, ha 31 anni fa la contabile anche se è laureata in lettere, vive da sola, talmente sola che dal venerdì sera al lunedì mattina spesso non pronuncia nemmeno una parola. E’ una persona un po’ stramba che dice spesso, senza filtri, quello che pensa e fatica ad interpretare i comportamenti degli altri perchè nessuno gliel’ho mai insegnato. Ma dietro alla cicatrice che le deturpa la faccia e ai suoi atteggiamenti schivi c’è un dramma inimmaginabile che il lettore pian piano intuisce. Ora Eleaonor  è innamorata, e anche se il suo lui non la conosce nemmeno, sa che sono destinati l’uno all’altra. L’incontro con Raymond, un suo collega nerd, apre una breccia nella sua impenetrabilità e le da modo di confrontarsi con quel mondo dal quale è sempre stata esclusa, ma tutto ha un prezzo.
E’ il romanzo del momento, strapubblicizzato da mesi e apprezzato dai lettori. L’ho visto paragonare a Bridjet Jones, e per quanto il punto di vista di Eleanor mi abbia strappato varie risate, il tema della solitudine sempre presente e il suo passato, gettano un’ombra troppo triste. Allo stesso tempo non trovo nemmeno che approfondisca molto questo tema che sarebbe davvero d’attualità e lo rovina con un finale molto poco credibile. Mi trovo d’accordo con chi l’ha definito un romanzo furbetto, ammicca al lettore cercando la sua risata, cercando il pathos con il dramma di fondo e con la suspence per capire cosa sia davvero successo, e poi gli da un finale consolatorio. Insomma c’è un po’ di tutto per tutti i palati. Intendiamoci l’ho letto molto volentieri ma da qui al capolavoro ci passa veramente tanto, lo definirei però sicuramente narrativa di intrattenimento di qualità.

E MARX TACQUE NEL GIARDINO DI DARWIN

E Marx tacque nel giardino di Darwin. Ilona Jerger. Neri Pozza.

Ammetto che non avrei mai messo in relazione questi due personaggi, studiati a scuola ma in momenti (e materie) molto diversi, e non ricordo nessun insegnante che me li abbia mai collegati. Tuttavia, dopo aver letto questo libro ho approfondito ed esiste una saggistica immensa che rapporta, ora posso dire a ragione, i due studiosi.

Londra fine 800, il dottor Beckett, medico brillante e fuori dagli schemi, ha in cura i due famosi studiosi e, certo della loro comunanza di pensiero, inizia a solleticarlo l’idea di un loro incontro.

L’autrice, che si destreggia tra realtà e fantasia, caratterizza in modo puntuale i due personaggi: il borghese Darwin, very english man, introverso e malinconico per inclinazione ma arzillo studioso della sua “natura” che osserva fino all’ultimo giorno di vita e innamorato della moglie al punto da rinunciare al suo ateismo (mai confessato formalmente nemmeno a se stesso); il socialista Marx, rigido tedesco, burbero pensatore inflessibile e criptico scrittore, indomabile coerente disposto a morire per le sue idee (infatti esiliato in una insalubre Londra a causa di esse).

Due mondi diversi, due personaggi apparentemente agli antipodi cosa possono avere in comune? Una sola cosa: il loro pensiero e i risultati di esso. La teoria di Darwin distrugge l’idea che il genere umano sia il vertice del mondo biologico e libera la biologia da qualsiasi visione finalista e teleologica della natura. Non c’è un progetto divino alla base dell’evoluzione, semplicemente succede ed è l’ambiente che plasma silenziosamente gli individui sulla base delle variazioni casuali che essi incorporano. Si producono adattamenti come conseguenza della vita, ossia della lotta di piante e animali per sopravvivere.

Per Marx il pensiero darwiniano porta alla “Naturalizzazione dell’uomo e umanizzazione della natura” cancellando di fatto l’esistenza e la necessità di un Dio creatore. Marx analizza la struttura della società del suo tempo e capisce che la scienza non trova le soluzioni ma spiega i fenomeni, compresi quelli sociali ed economici e diventa quindi lo strumento per superare le disuguaglianze sociali e il razzismo, non immediatamente ma con il tempo e grazie a rivoluzioni che come per l’evoluzione delle specie necessitano di secoli per portare a dei risultati.

In buona sostanza Marx vorrebbe utilizzare l’opera darwiniana a fini filosofico-politici mentre Darwin pretenderebbe di rinchiuderla nella provetta del biologo: nessuno dei due oggi potrebbe dirsi soddisfatto.

LA VITA RIFLESSA

LA VITA RIFLESSA. Ernesto Aloia. Bompiani.
Marco è un cinquantenne in crisi con se stesso e col mondo, forse perchè quello che è non corrisponde assolutamente con l’immagine di se che si era fatto da giovane. Dopo la crisi globale del 2008 lavora in una piccola azienda che attraverso i social riesce a indirizzare e incanalare l’opinione pubblica quando si scaglia su personaggi pubblici, spesso a ragione. Dal suo passato però ricompare Greg, un amico mai dimenticato con il quale ha condiviso una brutta esperienza, che lo coinvolge nella creazione di un social futuristico e innovativo, che avrà un impatto devastante sui ragazzi e che metterà Marco di fronte alle proprie responsabilità quando si accorgerà di essere stato una pedina nelle sue mani.
Ho voluto leggere questo romanzo convinta che il tema centrale fosse quello dell’impatto sull’individuo e sull’identità personale dei social, realtà che tra l’altro conosco solo indirettamente, ma per quanto Aloia scriva in maniera fluida e precisa oltre che con uno stile abbastanza “alto”, il tema si perde in un guazzabuglio di altri temi, come la crisi finanziaria, la malattia, la depressione, l’editoria, l’invecchiamento, il rapporto con il passato, ecc,  che seppur attualissimi, creano molta confusione e ci portano a chiederci dove volesse davvero arrivare, alcuni capitoli poi mi sono risultati del tutto inutili alla narrazione come la ricerca per la tesi della figlia o l’incidente iniziale dal quale sembrava dovesse dipendere chissà cosa.
Per quanto sia un romanzo che mi ha fatto molto riflettere, non mi ha proprio convinta, ed è un peccato perchè aveva grandi potenzialità. Bello però il finale.

UN UOMO AL TIMONE

UN UOMO AL TIMONE. Nina Stibbe. Bompiani.
Siamo negli anni ’70 e il divorzio era ancora una realtà nuova, quando la famiglia Vogel, madre 3 figli e molti animali, si trasferisce in un piccolo villaggio nei pressi di Londra viene quindi additata ed evitata. Non aiuta certo la madre alcolista, depressa e improbabile drammaturga. Le due bambine di casa 12 e 10 anni prendono quindi la situazione in mano e decidono di cercare qualcuno che tenga il timone e che li renda credibili agli occhi degli altri. Lizzie racconta in prima persona quindi tutti i tentativi per lo più disastrosi che insieme alla sorella grande e saggia fanno per trovare un uomo per la famiglia.
Mia sorella diceva che non è che avere un uomo sia un bene, ma non avercelo è un male. E che gli uomini sono solo sostanze irritanti di un genere o di un altro, che è meglio avere che non avere. Ed è per questo (il meglio avere che non avere) che spiegava tutti i padri sgradevoli e bisbetici che si vedono nelle poltrone e dietro il volante e che leggono il giornale prima di chiunque altro. Le donne e i bambini preferiscono averli che non averli – anche con tutte le loro abitudini e l’alito cattivo – ed era quella la base dello schema ricorrente che desideravamo ardentemente veder ricorrere.
Piccole e grandi tragedie si consumano quindi nell’arco di un anno, finchè tutto precipita  veramente e dalla cenere la madre troverà la forza di risorgere e ricominciare aiutata finalmente dall’uomo al timone meno probabile.
Che dire il romanzo è molto carino e intelligente nonostante l’idea non sia nuova, nella parte centrale una bella sfrondata l’avrei sicuramente data, ma il punto è che per ridere a crepapelle e apprezzarne l’ironia come ho letto in molte recensioni, forse avrei dovuto leggerlo una decina di anni fa, ora da mamma, il senso di precarietà e di incertezza di un bambino che affronta ogni giorno dei genitori egoisti e inadeguati, per quanto raccontato in maniera divertente, mi lascia un retrogusto troppo amaro.

LA TRECCIA

LA TRECCIA. Laetitia Colombani. Nord.
Smita è un’intoccabile, svuota le latrine del suo villaggio in India per un pugno di riso ogni tanto, ma è assolutamente determinata a interrompere la catena e a mandare la sua adorata figlia a scuola per imparare a leggere e scrivere e affrancarla dal suo destino.
Giulia è una ragazza giovane di Palermo che si trova a dover affrontare il fallimento della piccola ma storica azienda di parrucche di famiglia.
Sarah è un avvocato di Montreal che ha messo la sua posizione e la sua carriera sempre davanti a tutto: alla famiglia, ai figli  e persino a se stessa, volontà e forza ha sempre pensato che la portassero ovunque lei volesse andare ma non ha fatto i conti con ciò che non può controllare, la malattia.
Qualcosa le unirà a loro insaputa nonostante siano ai capi opposti del mondo, perchè la forza delle donne è una forza inesauribile e senza confini.
L’acclamatissimo primo romanzo di questa nota sceneggiatrice e regista francese io l’ho trovato buono fino a un certo punto. Se da un lato l’idea è originale e le tre ambientazioni diverse sono molto accattivanti, le protagoniste ben caratterizzate e lo stile piacevole, dall’altro il finale scontato, melenso e improbabile sciacqua molto l’impressione finale che rimane del romanzo ed è un vero peccato.