UN PAPPAGALLO VOLO’ SULL’IJSSEL

UN PAPPAGALLO VOLO’ SULL’IJSSEL. Kader Abdolah. Iperborea.
Abdolah probabilmente prende spunto dalla sua esperienza di rifugiato politico e scrive un romanzo corale nel quale racconta la vita di un gruppo di primi immigrati in Olanda negli anni ’80, sistemati in piccoli paesi rurali sulle sponde del fiume Ijssel. La curiosità e la solidarietà iniziali, con il passare degli anni e gli arrivi di massa, si trasformano in diffidenza e vera propria ostilità, dopo l’11 settembre e due omicidi molto simbolici come quello del regista Theo van Gogh, in vero e proprio odio irrazionale e spianano la strada ai radicali partiti populisti oramai tristemente diffusi in tutta Europa. Da Memed fuggito per cercare di curare la figlia, a Khalid miniatore del Corano, gli anziani con un passato di rilievo nei loro paesi di provenienza, e Pari madre di famiglia e moglie di un attivista armato, ognuno cercherà una propria collocazione e un futuro nel nuovo paese. Alcuni riusciranno, altri pagheranno cara la loro scelta di emancipazione, altri ancora rimarranno in un insoddisfacente limbo di sopravvivenza.
Questo romanzo, molto orientale nel ritmo, ha il grande pregio di mantenere lucidità e obiettività anche se l’autore ha vissuto in prima persona molte di queste esperienze, non scade mai nel patetico, cosa che spesso capita quando si parla di immigrazione, e non offre certo risposte facili e buoniste. Ci racconta le ragioni di tutti, immigrati e autoctoni, e va da se che quando culture così diverse si incontrano il dialogo e l’apertura mentale sono l’unica risposta a un fenomeno che non ha una vera e propria soluzione. Finchè esisteranno guerre e regimi totalitari io non mi sento di negare una possibilità di fuga e futuro a nessuno.

ELEANOR OLIPHANT STA BENISSIMO

ELEANOR OLIPHANT STA BENISSIMO. Gail Honeyman. Garzanti.
Eleanor vive a Glasgow, ha 31 anni fa la contabile anche se è laureata in lettere, vive da sola, talmente sola che dal venerdì sera al lunedì mattina spesso non pronuncia nemmeno una parola. E’ una persona un po’ stramba che dice spesso, senza filtri, quello che pensa e fatica ad interpretare i comportamenti degli altri perchè nessuno gliel’ho mai insegnato. Ma dietro alla cicatrice che le deturpa la faccia e ai suoi atteggiamenti schivi c’è un dramma inimmaginabile che il lettore pian piano intuisce. Ora Eleaonor  è innamorata, e anche se il suo lui non la conosce nemmeno, sa che sono destinati l’uno all’altra. L’incontro con Raymond, un suo collega nerd, apre una breccia nella sua impenetrabilità e le da modo di confrontarsi con quel mondo dal quale è sempre stata esclusa, ma tutto ha un prezzo.
E’ il romanzo del momento, strapubblicizzato da mesi e apprezzato dai lettori. L’ho visto paragonare a Bridjet Jones, e per quanto il punto di vista di Eleanor mi abbia strappato varie risate, il tema della solitudine sempre presente e il suo passato, gettano un’ombra troppo triste. Allo stesso tempo non trovo nemmeno che approfondisca molto questo tema che sarebbe davvero d’attualità e lo rovina con un finale molto poco credibile. Mi trovo d’accordo con chi l’ha definito un romanzo furbetto, ammicca al lettore cercando la sua risata, cercando il pathos con il dramma di fondo e con la suspence per capire cosa sia davvero successo, e poi gli da un finale consolatorio. Insomma c’è un po’ di tutto per tutti i palati. Intendiamoci l’ho letto molto volentieri ma da qui al capolavoro ci passa veramente tanto, lo definirei però sicuramente narrativa di intrattenimento di qualità.

LA VITA RIFLESSA

LA VITA RIFLESSA. Ernesto Aloia. Bompiani.
Marco è un cinquantenne in crisi con se stesso e col mondo, forse perchè quello che è non corrisponde assolutamente con l’immagine di se che si era fatto da giovane. Dopo la crisi globale del 2008 lavora in una piccola azienda che attraverso i social riesce a indirizzare e incanalare l’opinione pubblica quando si scaglia su personaggi pubblici, spesso a ragione. Dal suo passato però ricompare Greg, un amico mai dimenticato con il quale ha condiviso una brutta esperienza, che lo coinvolge nella creazione di un social futuristico e innovativo, che avrà un impatto devastante sui ragazzi e che metterà Marco di fronte alle proprie responsabilità quando si accorgerà di essere stato una pedina nelle sue mani.
Ho voluto leggere questo romanzo convinta che il tema centrale fosse quello dell’impatto sull’individuo e sull’identità personale dei social, realtà che tra l’altro conosco solo indirettamente, ma per quanto Aloia scriva in maniera fluida e precisa oltre che con uno stile abbastanza “alto”, il tema si perde in un guazzabuglio di altri temi, come la crisi finanziaria, la malattia, la depressione, l’editoria, l’invecchiamento, il rapporto con il passato, ecc,  che seppur attualissimi, creano molta confusione e ci portano a chiederci dove volesse davvero arrivare, alcuni capitoli poi mi sono risultati del tutto inutili alla narrazione come la ricerca per la tesi della figlia o l’incidente iniziale dal quale sembrava dovesse dipendere chissà cosa.
Per quanto sia un romanzo che mi ha fatto molto riflettere, non mi ha proprio convinta, ed è un peccato perchè aveva grandi potenzialità. Bello però il finale.

UN UOMO AL TIMONE

UN UOMO AL TIMONE. Nina Stibbe. Bompiani.
Siamo negli anni ’70 e il divorzio era ancora una realtà nuova, quando la famiglia Vogel, madre 3 figli e molti animali, si trasferisce in un piccolo villaggio nei pressi di Londra viene quindi additata ed evitata. Non aiuta certo la madre alcolista, depressa e improbabile drammaturga. Le due bambine di casa 12 e 10 anni prendono quindi la situazione in mano e decidono di cercare qualcuno che tenga il timone e che li renda credibili agli occhi degli altri. Lizzie racconta in prima persona quindi tutti i tentativi per lo più disastrosi che insieme alla sorella grande e saggia fanno per trovare un uomo per la famiglia.
Mia sorella diceva che non è che avere un uomo sia un bene, ma non avercelo è un male. E che gli uomini sono solo sostanze irritanti di un genere o di un altro, che è meglio avere che non avere. Ed è per questo (il meglio avere che non avere) che spiegava tutti i padri sgradevoli e bisbetici che si vedono nelle poltrone e dietro il volante e che leggono il giornale prima di chiunque altro. Le donne e i bambini preferiscono averli che non averli – anche con tutte le loro abitudini e l’alito cattivo – ed era quella la base dello schema ricorrente che desideravamo ardentemente veder ricorrere.
Piccole e grandi tragedie si consumano quindi nell’arco di un anno, finchè tutto precipita  veramente e dalla cenere la madre troverà la forza di risorgere e ricominciare aiutata finalmente dall’uomo al timone meno probabile.
Che dire il romanzo è molto carino e intelligente nonostante l’idea non sia nuova, nella parte centrale una bella sfrondata l’avrei sicuramente data, ma il punto è che per ridere a crepapelle e apprezzarne l’ironia come ho letto in molte recensioni, forse avrei dovuto leggerlo una decina di anni fa, ora da mamma, il senso di precarietà e di incertezza di un bambino che affronta ogni giorno dei genitori egoisti e inadeguati, per quanto raccontato in maniera divertente, mi lascia un retrogusto troppo amaro.

LA TRECCIA

LA TRECCIA. Laetitia Colombani. Nord.
Smita è un’intoccabile, svuota le latrine del suo villaggio in India per un pugno di riso ogni tanto, ma è assolutamente determinata a interrompere la catena e a mandare la sua adorata figlia a scuola per imparare a leggere e scrivere e affrancarla dal suo destino.
Giulia è una ragazza giovane di Palermo che si trova a dover affrontare il fallimento della piccola ma storica azienda di parrucche di famiglia.
Sarah è un avvocato di Montreal che ha messo la sua posizione e la sua carriera sempre davanti a tutto: alla famiglia, ai figli  e persino a se stessa, volontà e forza ha sempre pensato che la portassero ovunque lei volesse andare ma non ha fatto i conti con ciò che non può controllare, la malattia.
Qualcosa le unirà a loro insaputa nonostante siano ai capi opposti del mondo, perchè la forza delle donne è una forza inesauribile e senza confini.
L’acclamatissimo primo romanzo di questa nota sceneggiatrice e regista francese io l’ho trovato buono fino a un certo punto. Se da un lato l’idea è originale e le tre ambientazioni diverse sono molto accattivanti, le protagoniste ben caratterizzate e lo stile piacevole, dall’altro il finale scontato, melenso e improbabile sciacqua molto l’impressione finale che rimane del romanzo ed è un vero peccato.

LETTERE AD ALICE CHE LEGGE JANE AUSTEN

LETTERE AD ALICE CHE LEGGE JANE AUSTEN PER LA PRIMA VOLTA. Fay Weldon. Bompiani.
Fay Weldon è una scrittrice e saggista inglese considerata femminista e dopo aver letto quest’opera non posso che concordare, anche se il titolo credo sia un po’ fuorviante.
In una serie di lettere alla nipote, che si sta cimentando per la prima volta nella scrittura di un romanzo e si lamenta del fatto che a scuola le fanno leggere libri obsoleti come Jane Austen, l’autrice le da parecchi consigli sull’approccio alla lettura, alla scrittura e a tutto l’iter creativo appunto, prendendo spesso ad esempio le difficoltà oggettive che deve avere avuto la nostra Zia Jane in un’epoca non favorevole e non provenendo da una famiglia facoltosa.
Il vero tema del saggio quindi non è Jane Austen ma ne è lo spunto, alcuni aneddoti e punti di vista sulla sua vita li ho trovati veramente interessanti e nuovi, ma quando affronta il tema della Citta’ dell’Invenzione, dell’ispirazione e della scrittura l’ho trovato un po’ prolisso e saccente, o forse semplicemente a me non interessava quella parte.

LA FIGLIA DEL DOTTOR BAUDOIN

LA FIGLIA DEL DOTTOR BAUDOIN. Marie-Aude Murail. Camelozampa.
Il dottor Baudoin è un affermato medico generico, stanco e scostante che ormai tratta i pazienti come un peso insopportabile e imbottendoli di medicinali. Il suo giovane socio il dottor Chasseloup invece ha ancora l’entusiasmo e la pazienza di chi ha appena iniziato la professione e soprattutto un’empatia nei confronti degli altri che non lascia indifferenti. Belloccio e spiritoso Baudoin, timido e goffo Chasseloup. Baudoin ha una moglie e 3 figli e quando la più grande Violaine gli confessa di essere incinta a soli 17 anni per poi negare dicendogli che è un falso allarme, lui continua a sentire che qualche catastrofe sta per sconvolgere la sua vita apparentemente perfetta e come se non bastasse Chasseloup sembra spuntare ovunque.
La Murail è sempre insuperabile nel mostrarci con ironia e delicatezza le dinamiche familiari di questi nostri tempi, non prende mai le parti di nessuno, alla fine parteggiamo un po’ per tutti, sia per gli adulti sempre di corsa che per i ragazzi alle prese con un mondo troppo complicato, perchè davvero le famiglie perfette non esistono ma riconoscere qualche nostro atteggiamento sbagliato non può che aiutare. Il tema dell’aborto poi viene affrontato per una volta senza quei tratti patetici che ho trovato spesso. Un tema importante trattato con sensibilità e raziocinio. Insomma quest’autrice è sempre una garanzia.

TANTI PICCOLI FUOCHI.

TANTI PICCOLI FUOCHI. Celeste Ng. Bollati e Boringhieri.
Shaker Heights. Sobborgo amicano anni ’90. Democratici, abbienti, perbene, sorridenti e dediti alla beneficenza. Puntualmente osservanti delle regole e promotori di civiltà e senso cinico. Uno spaccato che, indipendentemente dall’epoca (solitamente anni ’50), già abbiamo incontrato nella letteratura e nel cinema. Il background quindi non ci racconta nulla di nuovo: a Shaker Heights sono tutti perfetti e disposti a tutto per mantenersi tali. Immacolati tappeti, ben sbattuti, che accuratamente nascondono le sporcizie.
La storia si apre con un anomalo incendio che distrugge completamente la casa dei Richardson, distinta famiglia della cittadina, e si dipana a ritroso, promettendo un mistero che il lettore, di pagina in pagina, immagina essere qualcosa di grosso, qualcosa che faccia davvero clamore. Una trama forse da romanzo popolare: segreti, fraintendimenti e rivelazioni si alternano a controverse problematiche sociali, immigrazione, povertà e questioni razziali.
Sfortunatamente, la narrazione, nonostante alcuni spunti arrotolati su noti cliché (la madre single, artista in fuga, squattrinata per scelta), non decolla. Manca quello slancio che permette ai personaggi di uscire dalla carta. Restano lì, a raccontarsi tutti con la stessa voce, ad interpretare ruoli preconfezionati senza nulla aggiungere. Persino nelle parti più drammatiche mi sono chiesta: ma il pathos dov’è?

LA SCRITTRICE DEL MISTERO.

LA SCRITTRICE DEL MISTERO. Alice Basso. Garzanti.
Un nuovo capitolo dedicato a Vani Sarca alle prese con il mondo che suo malgrado la circonda. La stesura di un nuovo libro, la risoluzione di un mistero che coinvolge un ex fidanzato, i turbamenti amorosi della pseudo gemella piccola, una sorella ingombrante giunta a un capolinea, ma soprattutto LUI: il commissario Berganza ufficialmente, nella sua vita (come Vani mi rifiuto di chiamarlo Romeo).
Come i precedenti, questo ultimo romanzo sfoggia un giallo da risolvere, un pretesto per raccontare il dietro le quinte del mondo editoriale. Tuttavia, in questo volume troviamo anche una maggiore rotondità dei personaggi, data dai molti flashback che fanno emergere dettagli sostanziali “delle vite degli altri”. Lara ed Enrico in primis, personaggi di contorno, eppure fondamentali per la comprensione del personaggio Vani Sarca.
Di un’ironia spigliata (e spietata), ricca e succulenta, mai banale, il libro non tradisce le aspettative e regala momenti di ilarità, godimento e riflessione. Lo stile della Basso, ormai inconfondibile, ci fa sperare in una folgorazione scrittoria che le faccia partorire presto (prestissimo) un nuovo capitolo, perché ormai senza Vani non sappiamo stare.

«… È così che funziona con te, Vani? Uno crede di stare con una defilata, solitaria ghostwriter che passa la sua esistenza a scribacchiare davanti a un computer, e invece si ritrova bombardato da colpi di scena come in un incrocio fra Goldfinger e Peyton Place? Perché a me va benissimo, eh. Basta saperlo. Ho una certa età, devo arrivarci preparato, agli shock.»
NE VOGLIO UNO ANCHE IO.

VITTORIA

VITTORIA. Barbara Fiorio. Feltrinelli.
Sto cercando le giuste parole per commentare questo libro da due giorni ormai. Non se ne trovano. Mi scuso da subito.
Abituati allo stile della Fiorio, ci si avvicina alla sua ultima opera, dalla copertina curiosa e variopinta, con le consuete aspettative: ironia pungente e comicità seria.
Vittoria è una sorpresa: una lettura amara, eppure il lettore, come Socrate fece con la sua cicuta, la trangugia come se non ci fosse un domani. Distante dai suoi predecessori, questo libro ha in sé il seme del realismo, non quello divertente, bensì quello vero, quotidiano, terreno.
“Non si può amare chi non ci ama, è contro natura.”
Genova. Vittoria è una donna di 46 anni, un’età atroce per rimanere soli, per stare a guardare il futuro sgretolarsi e crollare, lasciando il presente annichilito e diroccato come una moderna Pompei.
Una donna in crisi affettiva, perché reduce da una relazione che l’ha prosciugata di ogni energia e speranza. In crisi creativa, perché cammin facendo ha accantonato il suo talento, l’arte della fotografia.
Disorientata e triste, senza un compagno e senza un lavoro (N.d.R. non stupiamoci, questo è il 2018), Vittoria raccoglie i cocci della vita che credeva di avere, sotto gli occhi preoccupati e partecipi degli amici, scialuppe e roccaforti che dall’esterno hanno avuto lo spiacevole privilegio di assistere allo sboccio sconsiderato di un Ego velleitario in crisi di identità (N.d.R. mi rifiuto di fare spoiler, andate a leggervi il libro), e all’autopsia di una convivenza.
Uno scherzo, forse una congiura di stelle, conducono la nostra protagonista a calcare le scene della cartomanzia, lei che non ha mai creduto “in queste cose”.
Un lavoro estemporaneo, che ha del ridicolo e purtroppo anche del necessario, ma che offre panorami umani inaspettati. Contatti che danno e prendono in egual misura e le permettono un passo per volta di riappropriarsi della propria vita.
Vittoria è un inno all’amicizia, alla quotidiana sopravvivenza, popolato di ordinari eroi, un libro adulto per adulti (se non hai più di quarantanni e non stai cercando lavoro, non puoi capire cosa si cela dietro a Linkedin, Monster, Info.Jobs e compagnia bella).
Quando ci curiamo di noi stessi nonostante il fango che ci circonda, quando ci adattiamo a nuotare in una palude.
Quando guardiamo il presente senza capirlo ed il passato è ormai un libro finito, che lascia spazio ad altre letture.
Siamo tutti Vittoria.