LA FIGLIA DEL DOTTOR BAUDOIN

LA FIGLIA DEL DOTTOR BAUDOIN. Marie-Aude Murail. Camelozampa.
Il dottor Baudoin è un affermato medico generico, stanco e scostante che ormai tratta i pazienti come un peso insopportabile e imbottendoli di medicinali. Il suo giovane socio il dottor Chasseloup invece ha ancora l’entusiasmo e la pazienza di chi ha appena iniziato la professione e soprattutto un’empatia nei confronti degli altri che non lascia indifferenti. Belloccio e spiritoso Baudoin, timido e goffo Chasseloup. Baudoin ha una moglie e 3 figli e quando la più grande Violaine gli confessa di essere incinta a soli 17 anni per poi negare dicendogli che è un falso allarme, lui continua a sentire che qualche catastrofe sta per sconvolgere la sua vita apparentemente perfetta e come se non bastasse Chasseloup sembra spuntare ovunque.
La Murail è sempre insuperabile nel mostrarci con ironia e delicatezza le dinamiche familiari di questi nostri tempi, non prende mai le parti di nessuno, alla fine parteggiamo un po’ per tutti, sia per gli adulti sempre di corsa che per i ragazzi alle prese con un mondo troppo complicato, perchè davvero le famiglie perfette non esistono ma riconoscere qualche nostro atteggiamento sbagliato non può che aiutare. Il tema dell’aborto poi viene affrontato per una volta senza quei tratti patetici che ho trovato spesso. Un tema importante trattato con sensibilità e raziocinio. Insomma quest’autrice è sempre una garanzia.

TANTI PICCOLI FUOCHI.

TANTI PICCOLI FUOCHI. Celeste Ng. Bollati e Boringhieri.
Shaker Heights. Sobborgo amicano anni ’90. Democratici, abbienti, perbene, sorridenti e dediti alla beneficenza. Puntualmente osservanti delle regole e promotori di civiltà e senso cinico. Uno spaccato che, indipendentemente dall’epoca (solitamente anni ’50), già abbiamo incontrato nella letteratura e nel cinema. Il background quindi non ci racconta nulla di nuovo: a Shaker Heights sono tutti perfetti e disposti a tutto per mantenersi tali. Immacolati tappeti, ben sbattuti, che accuratamente nascondono le sporcizie.
La storia si apre con un anomalo incendio che distrugge completamente la casa dei Richardson, distinta famiglia della cittadina, e si dipana a ritroso, promettendo un mistero che il lettore, di pagina in pagina, immagina essere qualcosa di grosso, qualcosa che faccia davvero clamore. Una trama forse da romanzo popolare: segreti, fraintendimenti e rivelazioni si alternano a controverse problematiche sociali, immigrazione, povertà e questioni razziali.
Sfortunatamente, la narrazione, nonostante alcuni spunti arrotolati su noti cliché (la madre single, artista in fuga, squattrinata per scelta), non decolla. Manca quello slancio che permette ai personaggi di uscire dalla carta. Restano lì, a raccontarsi tutti con la stessa voce, ad interpretare ruoli preconfezionati senza nulla aggiungere. Persino nelle parti più drammatiche mi sono chiesta: ma il pathos dov’è?

LA SCRITTRICE DEL MISTERO.

LA SCRITTRICE DEL MISTERO. Alice Basso. Garzanti.
Un nuovo capitolo dedicato a Vani Sarca alle prese con il mondo che suo malgrado la circonda. La stesura di un nuovo libro, la risoluzione di un mistero che coinvolge un ex fidanzato, i turbamenti amorosi della pseudo gemella piccola, una sorella ingombrante giunta a un capolinea, ma soprattutto LUI: il commissario Berganza ufficialmente, nella sua vita (come Vani mi rifiuto di chiamarlo Romeo).
Come i precedenti, questo ultimo romanzo sfoggia un giallo da risolvere, un pretesto per raccontare il dietro le quinte del mondo editoriale. Tuttavia, in questo volume troviamo anche una maggiore rotondità dei personaggi, data dai molti flashback che fanno emergere dettagli sostanziali “delle vite degli altri”. Lara ed Enrico in primis, personaggi di contorno, eppure fondamentali per la comprensione del personaggio Vani Sarca.
Di un’ironia spigliata (e spietata), ricca e succulenta, mai banale, il libro non tradisce le aspettative e regala momenti di ilarità, godimento e riflessione. Lo stile della Basso, ormai inconfondibile, ci fa sperare in una folgorazione scrittoria che le faccia partorire presto (prestissimo) un nuovo capitolo, perché ormai senza Vani non sappiamo stare.

«… È così che funziona con te, Vani? Uno crede di stare con una defilata, solitaria ghostwriter che passa la sua esistenza a scribacchiare davanti a un computer, e invece si ritrova bombardato da colpi di scena come in un incrocio fra Goldfinger e Peyton Place? Perché a me va benissimo, eh. Basta saperlo. Ho una certa età, devo arrivarci preparato, agli shock.»
NE VOGLIO UNO ANCHE IO.

VITTORIA

VITTORIA. Barbara Fiorio. Feltrinelli.
Sto cercando le giuste parole per commentare questo libro da due giorni ormai. Non se ne trovano. Mi scuso da subito.
Abituati allo stile della Fiorio, ci si avvicina alla sua ultima opera, dalla copertina curiosa e variopinta, con le consuete aspettative: ironia pungente e comicità seria.
Vittoria è una sorpresa: una lettura amara, eppure il lettore, come Socrate fece con la sua cicuta, la trangugia come se non ci fosse un domani. Distante dai suoi predecessori, questo libro ha in sé il seme del realismo, non quello divertente, bensì quello vero, quotidiano, terreno.
“Non si può amare chi non ci ama, è contro natura.”
Genova. Vittoria è una donna di 46 anni, un’età atroce per rimanere soli, per stare a guardare il futuro sgretolarsi e crollare, lasciando il presente annichilito e diroccato come una moderna Pompei.
Una donna in crisi affettiva, perché reduce da una relazione che l’ha prosciugata di ogni energia e speranza. In crisi creativa, perché cammin facendo ha accantonato il suo talento, l’arte della fotografia.
Disorientata e triste, senza un compagno e senza un lavoro (N.d.R. non stupiamoci, questo è il 2018), Vittoria raccoglie i cocci della vita che credeva di avere, sotto gli occhi preoccupati e partecipi degli amici, scialuppe e roccaforti che dall’esterno hanno avuto lo spiacevole privilegio di assistere allo sboccio sconsiderato di un Ego velleitario in crisi di identità (N.d.R. mi rifiuto di fare spoiler, andate a leggervi il libro), e all’autopsia di una convivenza.
Uno scherzo, forse una congiura di stelle, conducono la nostra protagonista a calcare le scene della cartomanzia, lei che non ha mai creduto “in queste cose”.
Un lavoro estemporaneo, che ha del ridicolo e purtroppo anche del necessario, ma che offre panorami umani inaspettati. Contatti che danno e prendono in egual misura e le permettono un passo per volta di riappropriarsi della propria vita.
Vittoria è un inno all’amicizia, alla quotidiana sopravvivenza, popolato di ordinari eroi, un libro adulto per adulti (se non hai più di quarantanni e non stai cercando lavoro, non puoi capire cosa si cela dietro a Linkedin, Monster, Info.Jobs e compagnia bella).
Quando ci curiamo di noi stessi nonostante il fango che ci circonda, quando ci adattiamo a nuotare in una palude.
Quando guardiamo il presente senza capirlo ed il passato è ormai un libro finito, che lascia spazio ad altre letture.
Siamo tutti Vittoria.

SMILE

SMILE. Roddy Doyle. Guanda.
Dimenticate il Roddy Doyle dei Ridarelli, questo è l’autore per adulti in tutta la sua irlandesità, e chi ha letto autori irlandesi capirà subito cosa intendo.
Victor Forde 54 ani dopo il sofferto divorzio dalla moglie, unico grande amore della sua vita nonchè famosissima star della tv irlandese, si trasferisce nel suo vecchio quartiere di Dublino. Scandisce le giornate bighellonando e ricreandosi una routine fatta di piccoli gesti, e inizia a scrivere quel romanzo che non è mai stato capace di portare a termine in una vita intera. Quando al pub rincontra un vecchio compagno di scuola di cui proprio non si ricorda, ripercorre tutta la sua vita partendo dalla scuola dei Fratelli Cristiani che hanno frequentato, nodo cruciale fatto di botte e sopraffazioni, poi l’incontro e la storia d’amore con quella che diventerà fulcro e sostegno dell’uomo che è stato, fondamentalmente un debole.
Da subito si percepisce un forte disagio nell’incontro dei due vecchi compagni e procediamo pian piano nella lettura in attesa di qualcosa che sappiamo sarà forte, ma sicuramente non possiamo aspettarci un colpo di scena così spiazzante che rimetta in discussione tutto il romanzo.
Inaspettato, doloroso, splendido.

LE ASSAGGIATRICI.

LE ASSAGGIATRICI. Rosella Postorino. Feltrinelli.
1943. Rosa ha lasciato Berlino per sfuggire ai bombardamenti, ospite a casa dei suoceri mentre il marito, Gregor, combatte sul fronte russo da bravo tedesco.
Nove donne di Gross-Partsch, un villaggio vicino alla Tana del Lupo, meglio noto come il quartier generale di Hitler. Nove donne che assieme a Rosa hanno il compito di ingerire il cibo del Führer per scongiurare la minaccia degli avvelenamenti. Non certo volontarie, vittime di un’isteria generale al cui vertice siede l’ambigua e corrotta figura di un macellaio che paradossalmente non sopporta i mattatoi. Sì, perchè Hitler, promotore di macelli di uomini aveva subito un trauma da piccolo… più di uno verrebbe da affermare. Ironia della sorte. Un’ironia macabra che per una volta proietta una luce poco lusinghiera anche sulle condizioni dello stesso popolo tedesco, che pur soggiogato dal carismatico merchandising hitleriano, non se la passa bene in guerra. La fame e la paura sono una pestilenza che affligge anche la razza ariana.
Rosa è una cittadina, trapiantata tra donne di campagna, con le quali da subito instaura un non-rapporto dovuto ad un’inesistente differenza culturale. Rosa è prigioniera né più né meno delle altre. Obbligate a mangiare anche quando non hanno fame, quando si sentono male, topi da laboratorio rinchiusi in una mensa che da un momento all’altro può trasformarsi in una tomba. Raramente nel romanzo (ispirato alla storia vera di Margot Wölk, assaggiatrice di Hitler) ci sono scene violente; il sopruso è insito nella storia stessa, di giorno in giorno, di notte in notte, di pagina in pagina.
La sensazione claustrofobica di sopraffazione, la tirannia quotidiana, il pericolo di porre un piede in fallo pur appartenendo alla razza giusta, privano le persone del libero arbitro fino a che non resta che domandarsi cosa significhi essere e rimanere umani. Cosa si è disposti a fare per continuare a sentirsi vivi, nonostante la paura, l’incertezza, la colpa?
Scritto con uno stile impeccabile, credo che Le Assaggiatrici sia soprattutto questo, un libro senza eroi, dove tutti sono vittime, persino i carnefici.

DUE COME LORO

DUE COME LORO. Marco Marsullo. Einaudi.
Sono un po’ di anni che incrocio spesso quest’autore: è molto apprezzato, è pubblicato niente meno che da Einaudi, ma i romanzi precedenti mi sembrava che partissero tutti da idee già ampiamente sfruttate. Questo in realtà non fa differenza, ma me ne sono accorta solo durante la lettura.
Shep fa il doppio gioco, lavora sia per Dio che per il Diavolo, si occupa degli aspiranti suicidi, cerca di salvarli per Dio e di infondergli il coraggio per farlo per il Diavolo, si barcamena tra quei due bizzarri figuri assecondando i miserabili che non trovano più gioia nella vita. Quando nella sua  nuova lista legge il nome del futuro marito della sua ex fidanzata, di cui è ancora follemente innamorato, gioisce e pensa che finalmente è arrivato il suo momento. Ma come sempre la vita ci stupisce e lui che di suicidio sa qualcosa si trova a dover prendere la decisione più difficile mai presa.
Questo romanzo non l’ho capito, non ho capito cosa volesse dirci e dove volesse arrivare, non ho capito perchè dicono che sia divertente e commovente quando l’ho trovato solo fastidiosamente senza tanto senso. Mi ha ricordato A volte ritorno di Niven o Un lavoro sporco di Moore ma di questi gran bei romanzi non ha nè la brillantezza nè lo spessore.

THEODORE E DOROTHEE

THEODORE E DOROTHEE. Alexandre Postel. Minimum Fax.
Non lasciatevi ingannare dalla copertina questo NON è un romanzo d’amore, tutt’altro.  E’ un romanzo sulla disillusione o meglio sulla consapevolezza.
Theodore e Dorothee sono una giovane coppia ormai affiatata e solida quando decidono di andare a convivere. Sono giovani e convinti che da ora in avanti il mondo sarà ai loro piedi e la vita basterà assaporarla. Invece si trovano davanti a una quantità di bivi e scelte che li lascia spossati e incerti, con la sensazione di faticare senza andare da nessuna parte e rincorrere quel futuro che credevano di avere raggiunto.
Dalla scelta banale su come e cosa mangiare a quella se avere o meno dei figli, passando per il lavoro, la casa, le amicizie e il sesso, sono tutti aspetti del quotidiano che si trovano a condividere e su cui si interrogano.
Un timore s’insinuava in loro: che tutto – i giorni, le emozioni, e perfino l’attualità – da quel momento non fosse altro che una lunga replica inutile.
Un romanzo intelligente, ironico e attualissimo che però ho trovato un po’ troppo verboso e con troppi sottintesi della cultura e della politica francese che non ho potuto apprezzare.

PRENDILUNA

PRENDILUNA. Stefano Benni. Feltrinelli.
Prendiluna è una vecchia maestra in pensione gattara a cui è stata affidata una missione importantissima: consegnare i suoi Diecimici a dieci Giusti, l’unico modo per salvare il mondo. Inizia così un viaggio bislacco alla ricerca di persone che nel corso della sua vita ha ritenuto meritevoli, dieci personaggi che mettono a nudo le ipocrisie e le debolezze della nostra società in un finale davvero funambolico.
Erano anni ormai che non leggevo Benni ma mi sono lasciata invogliare dalle recensioni in rete che dichiaravano che fosse tornato quello di un tempo.
Del vecchio Benni, quello di Comici spaventati guerrieri o La compagnia dei celestini o anche di Saltatempo, tutti romanzi che ho amato molto, ho trovato certo qualcosa: i giochi di parole sempre azzeccatissimi, la polemica ai poteri come Stato e Chiesa, la capacità di descrivere con immagini vivide alcuni aspetti della società (gli uomini con lo sguardo sempre rivolto alla loro pozzangherina è un’immagine splendida). Per il resto la storia è veramente assurda ai limiti del fastidioso, spesso volgare e un entusiasmo iniziale, andando avanti con la lettura, è stato sostituito da una vera e propria  insofferenza.

NON DITELO ALLO SCRITTORE

NON DITELO ALLO SCRITTORE. Alice Basso. Garzanti.
Brillante. Sagace. Divertente. Scorrevole e possiamo aggiungere anche: appiccicoso come la carta moschicida. Un libro che non riesci a metter giù e continui a leggere fino a quando non ti accorgi che manca poco alla sveglia… quella del mattino. Insomma una lettura che regala personaggi da deficit, di sonno appunto.
Da un lato: la penna. Vani Sarca ed Enrico Fuschi alle prese con una nuova sfida editoriale. Lui direttore della casa editrice Erica, imprenditore impenitente. Lei la ghostwriter che tutti vorremmo essere. Un moderno Cyrano de Bergerac, dark e misantropo, un camaleonte che presta il suo talento ad aspiranti scrittori meno fortunati. “Verrò a trovarvi sul lago” di Ruggero Solimano, calca da due decenni la passerella della letteratura contemporanea, e in occasione del suo ventennale la casa editrice Erica vuole proporre una ristampa, ricca di contenuti inediti. Idea felice ed all’apparenza pure facile, se non fosse che dopo qualche accurata ricerca si scopre che il sempiterno romanzo, nonché cavallo di battaglia delle Edizioni Erica, è un “falso” ossia l’eccelsa produzione di un anonimo ghostwriter. A Vani tocca l’arduo compito di evitare ad Enrico un infarto per discredito, all’anonimo anonimo ghostwriter il linciaggio per eccesso di simpatia, ad un nuovo romanzo di soffocare in un cassetto.
Dall’altro: la spada. Vani Sarca e Romeo Berganza (sulla cui accoppiata vincente non posso assolutamente spendere parole) alle costole di uno spacciatore, un pezzo grosso agli arresti domiciliari. Lui, ormai noto commissario dall’aria stropicciata e di poche parole, ma buone; lei, la consulente della polizia che non vorresti incontrare. Mai.
Alice Basso ci regala – di nuovo, e vale la pena sottolinearlo – un libro ricco di citazioni, forbito e colloquiale, comico ed maturo, che non può mancare nella nostra libreria.