UNA COSA DIVERTENTE CHE NON FARO’ MAI PIU’

UNA COSA DIVERTENTE CHE NON FARO’ MAI PIU’. David Foster Wallace. Minimum Fax.
Nato come reportage giornalistico, approfondito poi un po’ come un saggio sociologico, Wallace ci racconta la sua esperienza su una crociera extra lusso ai Caraibi. Lo fa “alla Wallace”, con ironia graffiante ma con riflessioni sagaci e sempre pertinenti.
Il fatto però è che da ex agente di viaggio, molte delle dinamiche in crociera che hanno fatto divertire gli altri a me non risultavano nuove, e ho trovato spesso le descrizioni del quotidiano troppo prolisse e pedanti. Insomma non l’ho trovata una lettura così entusiasmante come altri lettori in rete la definiscono.

MIDDLE ENGLAND

MIDDLE ENGLAND. Jonathan Coe. Feltrinelli.
Con questo suo ultimo romanzo Coe rispolvera i personaggi di La banda dei brocchi e di Circolo Chiuso e attraverso di loro fa un’analisi piuttosto accurata e quasi sociologica dell’Inghilterra di oggi. Se ne La banda dei brocchi ci ha raccontato gli anni ’70 e ’80 e in Circolo Chiuso il nuovo millennio, qui parte dal 2010 e ci fa un breve resoconto di cosa sono diventati a cinquantanni suonati Philip, Doug, Benjamin e Lois. La vera protagonista però è Sophie, figlia di Lois, ricercatrice universitaria che si trasferisce dalla multiculturale Londra alla più provinciale Birmingham, si innamora, si sposa e fatica a tenere insieme il matrimonio con un uomo che ha opinioni politiche diverse dalle sue. Sullo stesso piano della vita dei protagonisti ci sono gli eventi importanti di quel decennio: i tristemente famosi “Riots” del 2011, le olimpiadi del 2012 con una cerimonia che ha fatto nuovamente sentire il paese unito, poi i pregiudizi e i giochetti politici che hanno portato inaspettatamente alla Brexit. Un romanzo importante e interessante e nonostante un finale tirato un po’ per le lunghe e dai toni dolciastri, cosa inconsueta per Coe, lo trovo un autore che vale sempre la pena.

GLI SCOMPARSI DI CHIARDILUNA. L’ATTRAVERSASPECCHI 2

GLI SCOMPARSI DI CHIARDILUNA. L’ATTRAVERSASPECCHI 2. Christelle Dabos. Edizioni EO.
Ofelia, si trova ancora sull’arca del Polo, in attesa di un matrimonio combinato contro il quale si ergono forze che nemmeno l’Innominato e Don Abbondio assieme potrebbero eguagliare.
Maldestra e per quanto mi riguarda pure un po’ tonta (occhialuta e stereotipata come un figurino) Ofelia è ancora più invischiata in quello che all’inizio pareva essere un intrigo politico. Dal canto suo, Thor, unico erede della dinastia dei draghi nonché figlio illegittimo, è ancora il fidanzato detestato da tutti (la corte, la famiglia di Ofelia, i parenti della di lui madre, eccetera…). Ferreo, severo, enigmatico e di poche parole per usare un eufemismo, non vince il premio simpatia e nemmeno quello di consolazione. Sua malgrado, la mancata coppia si trova tra l’incudine: lo spirito di faglia del Polo, lo smemorato e temuto Farouk, che vuole gli venga decifrato un libro mistico in suo possesso; e il martello, un certo Mille Facce, un essere soprannaturale che ama farsi chiamare Dio e ha tutto l’interesse affinché tutti gli spiriti di famiglia restino tristemente ignoranti in merito al loro passato e a quello dell’umanità.
Disavventure picaresche e colpi di scena, trascinano i protagonisti verso un non-epilogo che lascia il lettore in preda a una fastidiosa curiosità, nonostante gli innegabili difetti nella caratterizzazione dei personaggi. Tutti, protagonisti e comparse, sono monotematici e monodimensionali (la sciarpa di Ofelia, tanto per intenderci, è il mio preferito), sempre uguali a loro stessi, fatta eccezione per Thor che verso la fine scopre le carte… appena prima di scomparire nel nulla (e dopo 500 pagine).
Tuttavia. Tuttavia quando si scopre, appunto, che l’intrigo non è politico, bensì teologico/filosofico; quando l’autore scrive frasi del tipo: “Dio governa il mondo e fa lapsus”, ecco è in momenti così che al lettore sale la sbrusia.

JAKOB IL BUGIARDO.

JAKOB IL BUGIARDO. Jurek Becker. Neri Pozza.
Commentare un libro di cui già si è visto il film è una fatica, soprattutto perché, pur non essendo la più famosa interpretazione di Robin Williams, hai la sua faccia davanti mentre leggi. Una faccia che devo ammettere alleggerisce i primi due terzi della narrazione, ma solo sulla pellicola. Sulla carta ci prova, quella faccia, ma non ci riesce.
Polonia. Jakob Heym, ospite della struttura conosciuta come ghetto ebraico di Lodz, è il protagonista del libro, un po’ interprete, un po’ narratore, è lui il personaggio che sulla scena è sempre baciato, o perseguitato, dall’occhio di bue. Jakob è un buono. Un eroe improvvisato, un paladino della disperazione. Una sera, al ritorno dalla fabbrica, Jakob sfora il coprifuoco e viene mandato a rapporto alla sede del comando. Entra ed esce poco dopo. Vivo. Incolume. Un improvviso colpo di fortuna, che suo malgrado lo indurrà a mettere in moto gli arrugginiti ingranaggi dell’intera comunità.
I russi stanno combattendo a 500 km da lì. Stanno arrivando.
Una frase mezzo sussurrata e mezzo sputata, con il solo intento di salvare un compagno di lavoro dal farsi ammazzare, una distrazione breve ed effimera. Una menzogna poi che lievita come il pane, dove di pane non se ne vede da tanto e che si ingigantisce fino a diventare una leggenda.
Poiché Jakob non può spiegare la notizia ai suoi compaesani, prende piede diceria che JAKOB HEYM HA UNA RADIO.
La notizia circumnaviga il ghetto, si insinua ovunque come la muffa e a Jakob non resta che reggere il gioco, un funambolo che infrange tutte le regole e dà fondo a tutte le sue risorse (fisiche e mentali) per tenere viva una speranza. Non una fiaccola, per come stanno le cose è più che altro un cerino, eppure diventano tutti fiammiferai, con un ricordo con un motivo per continuare a vivere, fino alla fine. Fino a quando i Russi non arrivano… e si fermano giusto alla periferia di Varsavia, mentre il ghetto viene distrutto (perchè la speranza è una bella cosa, ma spesso l’accompagna la beffa).
Si nota in questo libro, diversamente da tanti altri romanzi sullo sterminio nazista, l’anonimia riservata ai carcerieri, di rado nominati. La loro esistenza è percepita attraverso tutti il resto, persone, cose, animali (unica eccezione: quando prelevano l’eminente medico affinché possa occuparsi della precaria salute del comandate. Forse, a sottolineare il nonsense intrinseco nell’atto).
Lo stile è lento e un po’ datato (come il libro), descrittivo spesso in modo afoso, difficoltoso per il lettore non lasciarsi prendere dallo sconforto e superare la prima metà del libro, quando qualcosa comincia ad accadere.

OLGA

OLGA. Berrnard Schlink. Neri Pozza.
Olga è nata a fine ‘800 e cresciuta in quelle terre di mezzo che poi sarebbero diventate Polonia, Lituania, e Germania. E’ forte, determinata, volitiva e generosa. E dopo essere riuscita contro ogni previsione a diventare maestra, vive dedicandosi all’insegnamento e guarda gli accadimenti di un secolo con il disincanto di una temperamento pratico. Ma Olga ama anche, e quando ama lo fa nell’unico modo che conosce: con trasporto e dedizione. Solo così può sopportare le continue attese dovute ai viaggi nel mondo di Herbert, il suo amore di sempre, sognatore, irrequieto e affascinato dall’infinito, che non ha potuto sposare a causa della differenza di estrazione sociale.
Il romanzo è diviso in tre parti: nella prima un narratore esterno racconta la giovinezza di Olga quasi fosse una favola, nella seconda un giovane amico di Olga ne racconta in prima persona la vecchiaia, e dopo la sua morte ne scopre alcune segreti. Nella terza vengono riportate le lettere di Olga a Herbert e finalmente sentiamo la sua voce e la sua versione e scopriamo la un colpo di scena molto bello sulla sua morte. E’ come un gioco di scatole, di avvicinamento alla personalità della protagonista da punti di vista sempre più prossimi a lei.
Un bel romanzo, che ripercorre la storia della Germania del secolo scorso, ma se l’espediente narrativo delle tre parti che si incastrano è molto accattivante, ne appesantisce anche la storia con continue ripetizioni sul carattere della protagonista. Bello sì, ma da qui a paragonare l’autore a Ghunter Grass secondo me ne passa un po’, Grass è sicuramente più ostico ma decisamente più profondo.

IL CASTELLO TRA LE NUVOLE

IL CASTELLO TRA LE NUVOLE. Kerstin Gier. Corbaccio.
La Gier abbandona per una volta il mondo della fantasia per scrivere un romanzo quasi giallo. Dico quasi perchè quello che trovo veramente irresistibile di quest’autrice più che le trame, è l’ironia spiritosa ma mai troppo tagliente che ne fanno un’ottima lettura per giovani o per coloro che come me ci si sentono ancora.
Fanny a 17 ha deciso di abbandonare la scuola per fare un praticantato presso un prestigioso e famoso Hotel molto retrò sulle Alpi svizzere.
Gli ospiti sono tutti molto ricchi e snob, ma il personale lavora presso l’hotel da sempre e ha formato una sorta di accogliente famiglia. Fanny deve ricoprire moltissimi ruoli che vanno dal riordino delle camere, all’aiutante nella Spa o aiutante nel mini club, le sue avventure con le piccole pesti sono da rotolarsi dalla risate, ed è qui che si mette in testa che qualcun voglia rapire la figlia di un famoso oligarca russo ospite dell’Hotel.
Certo detta così non sempre decisamente una lettura così appassionante o originale, ma chi conosce la Gier sa che riesce a rendere piacevole e divertente veramente qualsiasi intreccio, per non parlare del fatto che è una storia molto natalizia quindi adatta al periodo.

LA FELICITA’ DI EMMA

LA FELICITA’ DI EMMA. Claudia Schreiber. Keller.
Emma è una giovane ragazza quasi selvatica, ma non nel senso romantico del termine, è grezza e spesso sporca e gestisce da sola una fattoria nella campagna tedesca dell’ex Germania Ovest che è sull’orlo del fallimento: allevare maiali e soprattutto farlo in maniera etica, rende poco o nulla oramai. La sua infanzia è stata dura e violenta come spesso accadeva nelle piccole società rurali, Emma però non ha perso la speranza in una vita migliore e quando si ritrova nel cortile una Ferrari con dentro un giovane di città svenuto e una borsa zeppa di soldi, decide di cogliere la sua occasione al volo, visto che parrebbe che la sorte le abbia servito su piatto d’argento la soluzione a tutti i suoi problemi, compreso l’amore, poco importa se il ragazzo ancora non sa nemmeno chi sia. Un romanzo particolare, a tratti divertenti a tratti molto forte, alcuni procedimenti della macellazione dei maiali vengono descritti nei minimi dettagli volutamente. Si legge in un baleno ed è pieno di ironia, e anche se a volte è un po’ troppo grottesco, affronta anche temi importanti come l’eutanasia e la solitudine. Una lettura molto piacevole che ha avuto un grande successo in Germania dal quale hanno anche tratto un film.

COME FERMARE IL TEMPO

COME FERMARE IL TEMPO. Matt Haig. Edizioni E/O.
Tom Hazard dimostra quarantanni ma in realtà ne ha più di quattrocento, e quando racconta alla sua classe la storia in maniera molto vivida è perchè l’ha vissuta. La sua apparente normalità, e tutti i suoi cambi di identità e paesi hanno però un prezzo, per questo recluta o elimina per la società segreta degli Albatros, altri esseri umani che hanno la sua stessa disfunzione e invecchiano molto lentamente.
Tom è un uomo stanco, malinconico e rassegnato, che resiste al quotidiano tormento solo perchè vuole trovare la figlia che gli hanno riferito avere la sua stessa caratteristica, ma la vita è incertezza e l’incontro con una professoressa di francese della sua scuola lo scuote più del previsto.
Con dei flashback apparentemente casuali ci racconta la sua storia, la sua nascita in Francia alla fine del ‘600, l’esilio in Inghilterra, la morte della madre sospettata di stregoneria, il suo grande amore, i viaggi con il capitano Cook alla scoperta del mondo, l’incontro con Shakespeare, con Fitzgerald e Zelda ecc.
La trama vera e propria non mi ha convinto del tutto, sembra sempre che il romanzo stia per fare il saltò di qualità e diventare di più, ma poi non succede. Il finale poi oltre che affrettato mi è sembrato proprio un po’ banale.
Nonostante questo è un romanzo che si legge d’un fiato, proprio grazie a questi continui salti temporali e alle diverse ambientazioni storiche interessanti, oltre che per le splendide riflessioni in cui Haig è sempre stato maestro.
Il libro, La ricchezza dentro di te, ha un sottotitolo: Come sfruttare al meglio il tuo miliardario interiore. Rimango a fissarlo per un po’, immerso in una sorta di trance. E’ un’idea moderna molto popolare. Che il nostro io interiore sia diverso da quello esteriore. Che in realtà esista una versione autentica, più vera, migliore e più ricca di noi stessi, a cui possiamo attingere solo comprando una soluzione. L’idea che siamo separati dalla nostra natura quanto una bottiglia di profumo di Dior dagli alberi di una foresta. Per come la vedo io si tratta di un problema legato al vivere del XXI secolo. Molti di noi possiedono tutte le cose materiali di cui hanno bisogno, perciò ormai il compito del marketing è legare l’economia alle emozioni, indurci a credere di avere nuovi bisogni spingendoci a volere cose di cui non avevamo mai avuto bisogno. Ci spingono a sentirci poveri con un reddito di trentamila sterline l’anno. A pensare di aver viaggiato troppo poco se abbiamo visitato solo dieci paesi stranieri. A sentirci vecchi se abbiamo una ruga. A sentirci brutti se le nostre immagini non vengono ritoccate o abbellite da filtri.
Nel seicento non conoscevo nessuno che volesse trovare il proprio miliardario interiore. L’unico desiderio era sopravvivere fino all’adolescenza ed evitare i pidocchi.

HEIDI

HEIDI. Francesco Muzzopappa. Fazi.
Chiara è una trentacinquenne milanese votata al lavoro piena di insicurezze e paure, la cui vita precipita quando si trova a dover gestire il padre malato di demenza senile che da temuto critico letterario si è trasformato in un anziano convinto di essere il vecchio dell’Alpe, il nonno di Heidi. Chiara tutto il giorno fa audizioni e segnalazioni per i reality più improbabili che ormai sono a tutte le ore nei nostri canali tv, ma il suo nuovo e discusso capo le chiede nuovi format con idee mai sentite, cosa praticamente impossibile.
Se l’idea come a me vi sembra carina, sappiate che è tutto qui. Muzzopappa è un autore che amo e che ho regalato un po’ a tutti certa di fare bella figura, ha un’ironia pungente e originale, cosa che ho trovato a tratti anche qui, ma la trama è talmente inconsistente, ripetitiva e zeppa di clichè da rovinare tutto. L’impressione è che come le estati precedenti abbia voluto marcare il cartellino.

UNA DONNA INSOLITA

UNA DONNA INSOLITA. Rose Macaulay. Astoria.
Siamo negli anni 20. Dopo la morte del padre misantropo, che ha cercato tutta la vita semplicemente un posto dove essere lasciato in pace, Denham è costretta a trasferirsi da Andorra nella caotica Londra insieme ai parenti della madre, una famiglia di editori intellettuali. Lei è cresciuta praticamente sola e selvatica, e quando si trova catapultata in una realtà completamente diversa, fatta di chiacchiere inutili, pettegolezzi e una cultura tanto esibita quanto sterile, fatica ad adattarsi e a comprenderne il senso. Ma l’amore si sa è cieco e quando il fascino insolito di Denham fa colpo sul socio dello zio, lei è del tutto decisa ad adeguarsi a “loro” e alla loro cultura superiore, ma è davvero possibile e soprattutto necessario snaturarsi così completamente? Leggete questo meraviglioso romanzo e lo saprete.
Il matrimonio? Denham scartò l’idea con indifferenza. Secondo lei non era una  sistemazione soddisfacente; tutto sommato richiedeva troppi sacrifici. Ad Andorra e a Londra era stata testimone della vita coniugale, una faccenda impegnativa, laboriosa. Cosa c’entrava il matrimonio con il baciarsi e il fare andare le barchette?
In rete si trova poco o nulla su questo romanzo che mi ha incuriosita da subito, ed è un vero peccato, perchè l’ho trovata una delle letture più spassose e intelligenti dell’anno. Le riflessioni di Denhman risultano elementari perchè lei è completamente priva di sovrastrato sociale, ma proprio per questo sono calzanti, argute e davvero divertenti, e mettono a nudo quanto della nostra vita è apparenza e convenzioni.
Molte delle esperienze di Denham sono autobiografiche, in quanto l’autrice ha vissuto la sua infanzia molto libera in Liguria, e nonostante sia stata abbastanza prolifica è stata ostracizzata dalla comunità letteraria inglese dell’epoca, Virginia Wolf tra tutti, quindi se come me non siete mai riusciti a entrare in sintonia con la Wolf, abbandonate quell’aria intellettuale e leggete la Macaulay vi sfido a non riconoscerne il valore.
Da leggere, da regalare poi da rileggere. Denham rimarrai sempre nel mio cuore.