IL TEMPO DELL’ATTESA. La saga dei Cazalet 2.

IL TEMPO DELL’ATTESA. La saga dei Cazalet 2. Elizabeth Jane Howard.Fazi.
Adesso che conosciamo tutti i componenti del clan Cazalet, questo secondo capitolo della saga scorre che è una meraviglia.
La storia si srotola tra il settembre 1939 e l’inverno del 1941, il tempo dell’attesa appunto. Attesa che l’Inghilterra entri definitivamente nel conflitto mondiale, attesa di capire come questo cambierà le loro vite, e una volta percepiti i disagi dei razionamenti dei bombardamenti e della durezza e ineluttabilità di una guerra che non sembra risolversi per il verso giusto, attesa di sapere quando e se le loro vite inizieranno veramente.
Sì perchè il grosso della storia è raccontato dal punto di vista delle tre ragazze: Louise che con caparbietà insegue il suo sogno di diventare attrice, Clary che cerca nel suo noioso quotidiano “La” storia, quella che deve essere raccontata, e Polly sempre più in crisi perchè è armata solo del suo grande cuore ma è l’unica che non ha un vero obiettivo. Ovviamente ci sono anche tutti gli altri componenti della famiglia con i loro sotterfugi, tradimenti, conversioni e grandi dolori e i più piccoli con le loro spassose marachelle. Ci sono dispersi, malattie incurabili e tanto altro.
Uno stile sempre sopraffino, capace di cambiare registro ogni volta che cambia il punto di vista senza mai perdere profondità, l’eco dei grandi eventi della seconda guerra mondiale appena accennati, ma che viene voglia di approfondire, personaggi, anche i più marginali tratteggiati minuziosamente.
Magnifico, forse più del primo.

MRS. PALFREY ALL’HOTEL CLAREMONT

MRS. PALFREY ALL’HOTEL CLAREMONT. Elziabeth Taylor. Astoria.
Londra anni 60′. L’anziana Mrs. Palfrey si è appena trasferita al modesto Hotel Claremont, e come gli altri quattro ospiti fissi, persone che non si sentono più in grado di gestire una casa da soli ma non sono ancora da ricovero, vuole dimostrare loro di non essere completamente dimenticata dai suoi familiari, garantisce quindi che le visite del nipote che abita in città saranno frequenti. I giorni passano e il compiaciuto compatimento degli altri la porta a dire la prima bugia della sua vita, così presenta un ragazzo conosciuto per caso come suo nipote. Ludo è uno scrittore in erba che vive di espedienti alle soglie dell’indigenza ma che prova una sincera simpatia per quell’anziana signora tutta d’un pezzo. Le bugie però non sono solo le sue e in una commedia agrodolce si svelano pian piano i non detti di tutti gli ospiti.
Ho letto parecchi romanzi con personaggi e tematiche simili, ma la Taylor oltre a scrivere bene e a centrare sempre il punto in poche parole, crea personaggi a tutto tondo e molto realistici, gli anziani non sono perfetti o derelitti e vittime, così come gli slanci di Ludo sono incostanti e spesso interessati, del resto la vita è davvero così. Un finale assolutamente inaspettato è la ciliegina sulla torta. Brava quest’autrice che stanno ripubblicando e che voglio approfondire.

IL GIOCO

IL GIOCO. Edith Nesbit. Elliot.
Jane e Lucilla  dopo molti anni passati nella scuola che le doveva tenere lontane dalla grande guerra, finalmente riescono a convincere il loro tutore a iniziare una vita vera. Il problema è che il tutore ha perso tutta l’eredità lasciata loro dalla zia e invece che vivere una vita tranquilla e oziosa a Londra, si ritrovano confinate in un cottage in campagna e poche sterline per iniziare un’attività che possa permettere loro di guadagnare e mantenersi.
Le due ragazze però sono completamente inesperte di tutte le piccole incombenze quotidiane (la conta del primo incasso della vendita dei fiori fa morire dal ridere così come i loro battibecchi) ma hanno tutto l’ottimismo e l’incoscienza che permette loro di non abbattersi e prendere questa sfida come un gioco appunto e soprattutto come un’opportunità per vivere una vita degna.
“La vita è un gioco, in ogni sua parte, anche quelle normalmente considerate serie, come i soldi e le preoccupazioni relative, e l’incertezza sul futuro. Se guardate dalla giusta prospettiva, ognuna di queste cose è un’avventura, un gioco. Finché abbiamo da mangiare e da vestirci, e un tetto sopra la testa, tutto quanto è un grande gioco. Per noi la vita deve essere tale, e come tale dobbiamo trattarla.”
Nel loro percorso di crescita professionale e non solo, incontreranno molti personaggi tra cui parecchi giovanotti per lo più positivi che rimangono totalmente conquistati dall’innocenza delle due, ma alcuni veri e propri furfanti che le metteranno di fronte alla loro inadeguatezza.
Tanto humor british, un pizzico di romanticismo, e uno stile curato e gradevole per un romanzo davvero fresco e spiritoso, unica pecca il finale un po’ sottotono.

MARY

MARY. Mary Wollstronecraft. Elliot.
Nata e vissuta in Inghilterra nella seconda metà del ‘700 la Wollstonecraft è unanimemente considerata l’antesignana del movimento femminista, molti sono i suoi saggi e opere filosofiche sul tema sviscerato sotto molti aspetti. Questo è uno dei due unici romanzi che ha scritto, pubblicato nel 1788 si scaglia contro il matrimonio, che veniva considerato l’unico modo per sistemare una ragazza indipendentemente dalle sue inclinazioni e che quindi veniva vagliato non in relazione ai sentimenti ma ai vantaggi economici che ne derivavano, in quella che era a tutti gli effetti una compravendita e che generava insoddisfazione nella migliore delle ipotesi, infelicità nella peggiore. E’ questo che succede a Mary ignorata dai genitori fino a che non diventa ragazza, che cresce e si forma da sola e che quindi accetta in matrimonio un vero e proprio sconosciuto. Ma il tempo passa Mary cresce e fa esperienze diverse e conosce una persona che le fa capire cosa ha perso per sempre.
Questo il messaggio importantissimo dell’opera, non dimentichiamo che non siamo nemmeno ancora nell’800.
Tutt’altro discorso è il suo valore letterario, che onestamente ho trovato veramente minimo, la prosa è scarna, la protagonista di una perfezione morale a dir poco fastidiosa. Insomma grazie veramente Mary per le tue battaglie, diciamo che il talento letterario l’hai lasciato a tua figlia, visto che la figlia è nientemeno che la Mary Shelley di Frankenstein.

IL SERPENTE DELL’ESSEX

IL SERPENTE DELL’ESSEX. Sarah Perry. Neri Pozza.
Strapublicizzato, una copertina che parla da sola, articoli in ogni dove che accostavano questa autrice a nomi quasi imbarazzanti, insomma l’ho aspettato tanto e lo consideravo quasi una certezza e invece è stata una grande delusione.
Inghilterra fine ‘800 Cora Seaborne vive il suo lutto come una liberazione, il marito era un uomo famoso e influente ma crudele, che negli anni non ha mai perso occasione di umiliarla in svariati modi. Così, con il figlio (probabilmente autistico) e la tata/amica fidata Martha si trasferisce per un po a Colchester anche per dedicarsi alla sua passione per i fossili.
Quando arriva al paese però lo trova in subbuglio, gli abitanti sostengono che sia tornato un terribile serpente-drago che nei secoli li ha sempre perseguitati uccidendo e rapendo alcuni abitanti. Di tutt’altro parere invece è il prelato William Ramsone che cerca in ogni modo di risvegliare le coscienze e la parte razionale dei suoi fedeli.
Tanti sono i personaggi incontrati in questo romanzo come se fosse piccole storie a se stanti, così come svariati sono i temi affrontati ma nessuno di questi viene approfondito. Lo stile è curato e sofisticato ma spesso sembra pretenzioso e alla ricerca di quell’effetto che la trama non riesce a dare.
Ci si ritrova stancamente al finale e ci si domanda “e quindi?”

L’ANELLO

L’ANELLO. Georgette Heyer. Astoria.
Non possono essere più diversi i cugini protagonisti di questo romanzo: Ludovic impetuoso e sfrontato, sir Tristram assennato e solido. Si assomigliano invece Eustacie e Sarah, entrambe romantiche e alla ricerca di quell’avventura che nella vita di una donna dell’epoca è un miraggio, anche a costo di inventarla. Riuscire a trovare l’anello di Ludovic che lo scagionerebbe dall’accusa di omicidio che pende su di lui quindi è proprio l’impresa che fa per loro.
Che dire che non abbia già detto della Heyer? E’ la sua solita spassosissima commedia british ambientata in epoca regency con dialoghi frizzanti e un tocco di giallo in più. Sicuramente uno dei più riusciti.

PRIMA DI PRANZO

PRIMA DI PRANZO. Angela Thirkell. Astoria.
Inghilterra anni ’50. Il signor Middleton è molto preoccupato, vede la pace della sua casa di campagna minacciata quando la sorella gli comunica che passerà l’estate da lui con i suoi due figliastri che lui ricorda essere ragazzi un po’ sopra le righe. E in effetti Daphne e Denis non passano di certo inosservati in quel mondo fatto di nobili pigri che trascorrono giornate tra fiere del bestiame, ricevimenti, the e riunioni senza senso per perorare cause che non interessano nessuno, ma sanno farsi voler bene con il senso pratico e la dinamicità che contraddistingue la nuova borghesia.
Questo è il terzo romanzo che leggo della Thirkell, l’ambientazione è sempre la stessa così come le tematiche e i frettolosi intrecci amorosi, tant’è che alcuni dei personaggi dei romanzi precedenti fanno anche qui la loro comparsata in una sorta di continuità.
Una delle mie letture british classiche insomma, ma questo romanzo a differenza degli altri due è sicuramente meno vivace con un tocco addirittura di malinconia nel personaggio disilluso e triste della signora Middleton.

COLPA D’AMORE

COLPA D’AMORE. Elizabeth von Arnim. Bollati Boringhieri.
La dolce, morbida e remissiva Milly è stata diseredata dal marito senza un motivo dichiarato, un vero shock per la famiglia Bott, un’illustre famiglia che fa della reputazione e del decoro il suo unico credo. Come gestire ora questa cognata improvvisamente indigente salvando le apparenze nonostante il sospetto si sia insinuato in ognuno di loro? La fuga di Milly tra l’altro non aiuta certo le cose, lei conosce perfettamente il motivo per il quale è stata diseredata e in un moto di vergogna e orgoglio decide di iniziare una nuova vita lontano dai Bott e dalla loro ipocrisia. Da quel momento iniziano le sue disavventure: Milly è cosciente di avere sbagliato ma è sincera, onesta e buona, mentre trova sulla sua strada invece che dei complici, come dovrebbero essere la sorella e l’amante, solo ipocriti ed egoisti pronti a giudicare dall’alto del loro piedistallo fatto di menzogne e autoindulgenza e che dopo mille peripezie porta ad un finale perfetto.
Meraviglioso il personaggio delle suocera che guarda con dispiacere e preoccupazione tutti gli affanni della famiglia che dall’alto dei suoi anni sa essere assolutamente vani e inutili.
Non starò qui ad annoiarvi descrivendovi le caratteristiche di quest’autrice che io amo alla follia e di cui ho già parlato parecchie volte, una delle poche ormai che ho voluto in cartaceo da sfoggiare nella mia libreria, dirò solo che lo stile è sempre molto sofisticato, la trama è originale e particolarmente arguta, ma questo romanzo l’ho trovato più velenoso del solito ma anche un po’ più lento.

UN PO’ MENO CHE ANGELI

UN PO’ MENO CHE ANGELI. Barbara Pym. Astoria.
L’ironia sagace e malinconica della Pym ci regala un’altra chicca. Io a dire il vero l’ho letto in edizione La Tartaruga che a fine anni ’90 ne aveva pubblicato quasi tutti i romanzi e che si trovano facilmente in biblioteca.
Anni ’40 siamo a Londra ovviamente, e stavolta la Pym se la prende con il mondo accademico degli antropologi, in quegli anni infatti andava molto di modo andare in Africa o Asia ad approfondire ricerche sugli usi e costumi delle tribù locali, ricerche per lo più inutili e senza significato. I personaggi sono molti: il professore alla ricerca di fondi che corteggia una anziana ereditiera, un antropologo appena rientrato dopo anni di Africa in crisi esistenziale, gli studenti senza mezzi che cercano di conquistare una borsa di studio per poter finalmente partire per il loro viaggio sul campo. Poi c’è Catherine giornalista di riviste femminili che viene lasciata da Tom, antropologo belloccio ma piuttosto immaturo che si imbarca in una nuova storia con una giovane ragazza adorante e che poi per sfuggirne torna in Africa. Catherine è la tipica protagonista femminile pymiana, abbastanza forte da guardare in faccia la realtà ma sempre onesta e schietta anche nelle sue debolezze.
Ritmi lenti, tanti thè, battute fulminanti improvvise, riflessioni profonde e mai banali con quel pizzico di derisione per non risultare troppo pesante. Chi conosce l’autrice sa di cosa parlo.

LA RAGAZZA CON LA MACCHINA DA SCRIVERE

LA RAGAZZA CON LA MACCHINA DA SCRIVERE. Grant Allen. Elliot.
E’ singolare come due oggetti che ad oggi ci appaiono così banali possano avere in effetti avuto un impatto così forte nel mondo femminile, ed è anche questo che ci racconta questa piccola chicca rispolverata come spesso capita da Elliot. La bicicletta simbolo di libertà che portava in ogni luogo in tempi relativamente brevi senza bisogno di manutenzioni o di stalla, che la nostra protagonista guida con gioia e rigorosamente con la tenuta adeguata. La macchina da scrivere che ha dato a molte donne la possibilità di mantenersi da sole come dattilografe. Juliett Appleton è una giovane borghese rimasta orfana di padre e costretta quindi dall’oggi al domani a provvedere a se stessa. Ma Juliett non è certo tipo da lasciarsi sopraffare dagli eventi, è una ragazza colta, con iniziativa, il coraggio per osare e lo spirito giusto per ridere delle avversità. Passa quindi da un studio legale, a una comunità di anarchici (e questo è il vero pezzo forte del romanzo) a una casa editrice dove incontra finalmente il suo Romeo ma la romantica Venezia sarà teatro del finale non proprio lieto.
Che dire è un romanzo veramente delizioso e fresco, non avrei mai detto che fosse scritto da un uomo e per giunta un famoso naturalista, e a maggior ragione non mi sarei proprio aspettata il finale tutto improntato sulla storia d’amore, ovvio nulla di sdolcinato ma secondo me abbassa un po’ il tono.
Forse pensate che dia troppa importanza a questa storia dei miei antenati che hanno combattuto e sofferto a Lexington. E’ senz’altro possibile: in tal caso, a pensarci meglio, capirete che ho delle scusanti. I miei antenati non mi hanno lasciato nulla in eredità se non il ricordo del loro coraggio. Se mi avessero lasciato una tenuta nel Middlesex, o anche nel Massachusetts, mi soffermerei meno sul loro valore. Ma dal momento che mi hanno fatta erede solo della loro gloria, è naturale che ingigantisca l’unico lascito che abbia ricevuto. Privarmi di questa inezia significherebbe restare povera. Lasciate che riscatti la mia indigenza con l’onore di famiglia.