Shadowblack – Il fuorilegge (Spellsinger #1).

Shadowblack – Il fuorilegge (Spellsinger #1). Sebastien De Castell. Il battello a vapore.
La trama in due parole: Il sedicesimo compleanno di Kellen si avvicina. Il limite massimo consentito per dimostrare di possedere la magia.
Figlio primogenito di un’illustre famiglia, Kellen è la pecora nera, Kelln è senza magia e per questo che non apparterrà mai alla nobile casta dei maghi Jan’Tep, bensì a quella dei servi, gli schiavi, gli Sha’Tep. Una mancanza che, nonostante gli sforzi e la buona volontà, è destinata a diventare il marchio del disonore. A differenza dei suoi pomposi ed arroganti compagni, Kellen non è soltanto molto sveglio, ma anche diverso, uno di quei diversi che per il solo fatto di esistere possono mutare il corso della storia.
Lui è una discordanza, come gli spiega Ferius Parfax, la misteriosa (ed incivile) donna straniera che tutti detestano, una cartomante picaresca con un’inclinazione speciale per i problemi ed il sarcasmo.
Pur trattandosi di romanzo Young Adults, il mondo creato da Sebastien De Castell è affascinante, divertente, ben costruito che regala al lettore un romanzo di formazione. Duelli, avventura, incantesimi ed intrighi; ma soprattutto LUI, Reichis, il demoniaco feliscoiattolo, il socio-famiglio di Kellen, un elemento buffo che dona all’intera narrazione una comicità tutta particolare.

La serie Spellslinger è così composta (e io ho già i primi 3):
Spellslinger (Spellslinger, #1)
Shadowblack (Spellslinger, #2)
Charmcaster (Spellslinger, #3)
Soulbinder (Spellslinger, #4)
Queenslayer (Spellslinger, #5)
Crownbreaker (Spellslinger, #6)

TANTI PICCOLI FUOCHI.

TANTI PICCOLI FUOCHI. Celeste Ng. Bollati e Boringhieri.
Shaker Heights. Sobborgo amicano anni ’90. Democratici, abbienti, perbene, sorridenti e dediti alla beneficenza. Puntualmente osservanti delle regole e promotori di civiltà e senso cinico. Uno spaccato che, indipendentemente dall’epoca (solitamente anni ’50), già abbiamo incontrato nella letteratura e nel cinema. Il background quindi non ci racconta nulla di nuovo: a Shaker Heights sono tutti perfetti e disposti a tutto per mantenersi tali. Immacolati tappeti, ben sbattuti, che accuratamente nascondono le sporcizie.
La storia si apre con un anomalo incendio che distrugge completamente la casa dei Richardson, distinta famiglia della cittadina, e si dipana a ritroso, promettendo un mistero che il lettore, di pagina in pagina, immagina essere qualcosa di grosso, qualcosa che faccia davvero clamore. Una trama forse da romanzo popolare: segreti, fraintendimenti e rivelazioni si alternano a controverse problematiche sociali, immigrazione, povertà e questioni razziali.
Sfortunatamente, la narrazione, nonostante alcuni spunti arrotolati su noti cliché (la madre single, artista in fuga, squattrinata per scelta), non decolla. Manca quello slancio che permette ai personaggi di uscire dalla carta. Restano lì, a raccontarsi tutti con la stessa voce, ad interpretare ruoli preconfezionati senza nulla aggiungere. Persino nelle parti più drammatiche mi sono chiesta: ma il pathos dov’è?

WOLF. LA RAGAZZA CHE SFIDO’ IL DESTINO.

WOLF. LA RAGAZZA CHE SFIDO’ IL DESTINO. 
1956. Il Terzo Reich ha vinto la seconda guerra mondiale, Hitler governa mezzo mondo. I campi di lavoro e di sterminio sono comuni, la razza ariana obbligata a riprodursi, gli orrori della Shoah non sono finiti, sono semplicemente diventati la quotidianità.
Yael è fuggita da un campo di sterminio. Quello dove il Dottore l’aveva scelta tra migliaia di bambini per sperimentare farmaci che avrebbero cambiato i colori tipici della sua razza. Una fortuna non finire sezionata tra tanti altri, ma solo rivoltata come un calzino, che perde la pelle e muta come un serpente. Yael riesce a fuggire grazie a quello che pare essere un effetto collaterale degli esperimenti: muta forma. Yael riesce a essere chiunque, una chimera fatta di tutte le persone che imita e di cui assume le sembianze. Reclutata dalla resistenza, Yael pare essere l’unica in grado di portare a compimento il progetto Valchiria, avvicinarsi a Hitler quanto basta per ucciderlo in diretta mondiale, e dare quindi il via all’insurrezione. L’unico modo è vincere il Tour dell’Asse: una gara motociclistica che parte dalla Germania e si conclude a Tokyo. Per partecipare Yael diventa Adele Wolfe, l’unica ragazza che abbia mai partecipato, e vinto, la gara.
Una competizione che puzza di morte ed inganni, per la quale Yael si è addestrata dieci anni.
Il romanzo è un perfetto esempio di ucronia, un corso alternativo della storia mondiale dove distopia e fantapolitica vanno a braccetto. Peccato che si tratti davvero di un romanzo per ragazzi (13 anni) e che quindi sia poco corposo nonostante la complessità dei temi trattati. WOLF è una ricerca di riscatto, di vendetta, di giustizia, ma soprattutto di identità umana.

THE ACADEMY. 1, 2, 3.

THE ACADEMY. Volume 1. Volume 2. Volume 3. Amelia Drake. Rizzoli.
Twelve ha dodici anni, è stata la dodicesima orfana ad approdare all’orfanotrofio Moser, in quello che è fu definito l’Anno Nero. Un anno intenso, con un indice di gradimento per gli abbandoni più alto della media. Il Moser, la direttrice, le regole, e il suo migliore amico Stephen Seventy sono tutto ciò che conosce, mentre si avvicina la data delle selezione che daranno accesso ad una delle Accademie di Danubia.
Danubia è l’ignoto sfavillante, la città che tutti immaginano e che nessuno ha mai visitato. L’esame per essere ammessi ad una delle Accademie, e diventare parte integrante della società, è una valutazione attitudinale che in più di un caso riserva sorprese. Diciotto sono le Accademie: dei Musicanti, degli Alchimisti, degli Scribi, degli Ussari, dei Servitori… finalmente Twelve e Stephen possono realizzare il loro sogno: lui sicuramente un Ussaro, lei una cameriera. Le due Accademie situate addirittura una di fronte all’altra. Tuttavia, la carrozza di Twelve e di alcuni compagni subisce un attacco terroristico, l’esplosione di uno dei dodici ponti li fa precipitare nelle acque del fiume. Twelve, Rebecca e la piccola Ninon (un imbucata di appena cinque anni) si salvano appena in tempo per essere rapite e portate in un luogo che non esiste.
La diciannovesima Accademia: quella dei Ladri. Isolata da tutto e da tutti, un’isoletta in mezzo al fiume che dall’esterno pare un edificio mezzo diroccato. Un luogo di inganni, dove niente è come sembra, soprattutto le persone. Dove regole ferree forgiano un sotto mondo che deve assicurarsi una progenie di criminali. Twelve non vuole essere annoverata tra i Ladri, certo, ma resta il fatto che il suo punteggio (calcolato con test attitudinale) non lascia dubbi; ed in effetti in più di un’occasione si dimostra un’eroina egoista, concentrata nella sopravvivenza sua e di ciò che le sta a cuore. Reclutata dalla cerchia degli Spazzacamini (ammettiamolo, non la peggiore delle tre presenti in Accademia) Twelve si dimostra perfettamente in grado di farsi dei nemici. Molti nemici. Pare che tutti quelli che entrano in contatto con lei finiscano per detestarla, eccetto la piccola Ninon che Twelve si ostina a voler far fuggire. Ninon che non sa leggere, ma è una maestra nello scassinare serrature, e che probabilmente si troverebbe a suo agio tra i Lord dell’Accademia.
Nonostante l’argomento scuola, ormai abusato, The Academy è uno young adult interessante proprio perché la protagonista non è “nobile di cuore e pura di pensieri”.
Una sola pecca voglio sottolineare: l’improvvisa ricomparsa di un personaggio creduto morto, del quale si spiega poco e in modo frettoloso, quasi fosse una macchinazione atta a risolvere un inceppo narrativo.

Gli anni della leggerezza: La saga dei Cazalet 1

Gli anni della leggerezza: La saga dei Cazalet 1. Elizabeth Jane Howard. Fazi.

Gli anni della leggerezza sono quelli dell’infanzia del 1937, l’estate in cui i piccoli Cazalet, figli e nipoti, si ritrovano in campagna, dalla nonna forse per l’ultima volta.
I Cazalet sono perlopiù una famiglia benestante, discendono da una famiglia vittoriana, dove si cena in abito da sera, gli adulti sono separati dai bambini sorvegliati e spesso cresciuti dalle bambinaie. Ma i tempi cambiano, e sono destinati a farlo in modo repentino, sono gli anni dell’ascesa di Hitler, che pur essendo nella vita quotidiana una figura lontana, derisa, fraintesa e da molti sottovalutata, resta uno sgradito ospite sulla soglia di casa.
Il romanzo è una minuziosa disanima delle relazioni affettive e sentimentali tra i coniugi e i i figli, uno specchio della vita quotidiana che include tutti: giovani, vecchi, padroni e servi, tra le cicatrici di una guerra finita e le avvisaglie di una purtroppo imminente.
I fratelli Edward e Hugh che non potrebbero essere più diversi, il primo affascinante e con più di uno scheletro nell’armadio, il secondo più schivo e menomato dalla grande guerra. Rupert, vedovo ed artista mancato… tutti i Cazalet hanno in comune l’incomunicabilità con le loro rispettive mogli. Persino la sorella, Rachel, che non si è mai sposata per poter accudire i genitori e non è immune all’amore è una mosca presa nella ragnatela delle convenzioni sociali.
Una famiglia numerosa (e credo con molti segreti che verranno a galla nei futuri romanzi), resa chiassosa dagli eredi che dall’infanzia passano all’adolescenza in un’epoca in cui il “mondo di fuori” è tutto fuorché pronto ad accogliere una nuova generazione. Le gelosie, i malintesi, tutti quei piccoli dettagli tragico-comici che fanno di un assembramento di persone una Famiglia.
Le saghe famigliari, come genere narrativo, non sono nelle mie corde, ma devo ammettere che il successo Elizabeth Jane Howard è comprensibile, e meritato se consideriamo che con un ottimo stile ha prodotto un romanzo storico nel quale è facile immedesimarsi.

GLI EFFETTI SECONDARI DEI SOGNI

GLI EFFETTI SECONDARI DEI SOGNIDelphine de Vigan. Mondadori.
Quando l’affetto non è abbastanza, quando la speranza è destinata alla deriva eppure continua a galleggiare. Un romanzo delicato e drammatico, un acquerello per dipingere l’incontro-scontro tra i patrizi parigini, partecipi del sistema sociale, e i plebei senza tetto:  i fuggiaschi, gli abbandonati, i dimenticati.
I protagonisti di questo romanzo sono bambini già adulti che si trascinano dietro il fardello altrui.
Lou ha 12 anni e frequenta il liceo, una bambina precoce, un piccolo genio che osserva il mondo circostante come un acquario. Sebbene la sua visione sia molto diversa da quella comune, sono poche le cose che sfuggono alla sua attenzione. Lou cataloga, analizza, studia, sopratutto pensa. Continuamente. Non smette un attimo di setacciare e in un reticolo di pensieri così fitti difficilmente l’ingiustizia passa inosservata. La sua è una famiglia per bene, eppure piegata dal dolore, una sorella neonata morta in culla ha tracciato una frontiera tra “il prima” e “il dopo”.
A scuola, perculeggiata da tutti, Lou instaura un’amicizia tenera e molto profonda con il ribelle ripetente della classe. Lucas che vive solo nell’appartamento da cui suo padre se n’è andato, una casa che sua madre ha lasciato per vivere con il nuovo compagno.
È proprio un progetto scolastico che porta Lou a conoscere, per caso, una senza tetto. Noweel, detta No.
Noweel ha diciotto anni, diciannove, sei, oppure sessanta. Non ha casa, non ha famiglia, non ha amici (nessuno ha amici sulla strada), è una lumaca solitaria che striscia nei residui limacciosi della società, un trolley malconcio come guscio.
L’amicizia nasce per caso, per forza, forse anche per sbaglio. Un legame affettivo che da duo diventa trio, la lotta impari tra due ragazzini e tutto il resto del mondo.
Drammatico, ma mai patetico; ironico, ma mai comico. Un libro che affronta un argomento, quello dei clochards, che è in tutto e per tutto un male sociale riconosciuto a cui forse ci si è assuefatti (a Parigi più di 10.000 persone vivono sulla strada). Guardiamo ma non vediamo. Vediamo ma non guardiamo. Tutti indistintamente. Tranne Lou.

NEROFUMO E CENERE

NEROFUMO E CENERE. Dan Vyleta. Mondadori.
Vorrei davvero riuscire a produrre un commento degno di contrapporsi a due aggettivi più volte ripetuti in merito a questo libro. Dickensiano e Avventuroso.
Io nutro un profondo rispetto per Dickens (più che altro un rispetto obbligato, viste le strette amicizie che in caso contrario potrebbero salutarmi con un manganello) ma tutto quello che di affine ho trovato con le opere dell’Esimio sono Londra e la sporcizia delle strade. Fine.
Per quanto riguarda il concetto di “avventura” vorrei segnalare che i termini itinerante ed avventuroso non sono sinonimi.
Londra, cupa e sporca, una fucina di corruzione e di industrializzazione, in un’Inghilterra dove il Fumo (fisico prodotto del peccato) rispecchia una società impari, dove gli aristocratici sembrano non produrre Fumo, mentre le classi più povere a riprova della propria condizione d’inferiorità intellettuale e morale, Fumano continuamente.
Thomas Argyle arriva all’illustre collegio ad anno accademico ormai iniziato, viene da una famiglia povera, caduta in disgrazia e macchiata da un’accusa di omicidio. Non ha amici Thomas, per tutto il libro di lui si dice che ha il Fumo dentro, che è un ribelle, una persona pericolosa, fastidiosa… a fare da contrappeso a questo millantato oscuro personaggio c’è l’amico Charlie. In mezzo ai due, immotivatamente contesta: Livia, figlia della donna attorno a cui si sviluppa la vicenda.
Tra Londra e le campagne Inglesi il trio si adopera per dipanare un misterioso intrigo, che durante la narrazione non si fa mancare nulla: triangoli amorosi, fughe notturne, laboratori nascosti, rivoluzionari e polizia segreta, fanatici religiosi e scienziati, assassini drogati e rapimenti.
Un romanzo che è un tour de force di accadimenti, macchinosi sino allo sfinimento, un prolisso guazzabuglio di vicissitudini e comparse che impedisce ai personaggi principali di acquisire spessore. Un finale che avrei evitato.

BRITMARIE E’ STATA QUI

BRITMARIE E’ STATA QUI. Fredrik Backman. Mondadori.
Va bene… è stata qui, abbiamo capito, però adesso si trasferisce altrove vero?
Brutto da dire di un’autore che amo molto e che scrive davvero bene. Tuttavia “il troppo stroppia” e una volta giunta la fine del romanzo, passato l’entusiasmo per l’ironia e il bello stile, resta il retrogusto amaro di aver letto un libro la cui storia non porta da nessuna parte, dove il protagonista ha l’abitudine di ripetersi. Britmarie è un personaggio che conoscevamo già, a cui purtroppo questo romanzo aggiunge ben poco, fatta eccezione per qualche informazione sulla sua infanzia segnata da un luttuoso incidente.
La storia si apre con Britmarie, sessantenne insopportabile ed avulsa dal mondo, che cerca un lavoro dopo aver lasciato Kent (fresco di infarto, ma comunque e sempre imprenditore di grande successo) e le sue camicie che da anni hanno il profumo della sua amante (un uomo con la sensibilità e la delicatezza di un’emissione d’aria che risale dallo stomaco). Al centro per l’impiego, dopo aver rallegrato la giornata dell’impiegata, Britmarie riceve un incarico temporaneo in un anonimo paesino, abbandonato da dio e dagli uomini. Un luogo desolato dove la crisi ha decimato l’industria lasciandosi dietro carcasse umane di ogni sorta. Senza sapere come e soprattutto senza volerlo, Britmarie diventa parte di un’eclettica comunità nonché allenatore della squadra di calcio locale. Per dovere di cronaca: Britmarie di calcio ne sa meno di me, e io sono rimasta a Dino Zoff. Britmarie detesta il calcio più di me: e io durante i mondiali di non so quale anno guardavo Don Camillo e Peppone.
A far da contorno troviamo personaggi buffi, a volte stereotipati al limite del credibile, che contribuiscono a spingere avanti una storia che a mio parere avrebbe dovuto iniziare, per davvero, con un evento che accade a 3/4 del romanzo.
BRITMARIE E’ STATA QUI, non è un brutto libro, si legge bene ed è anche divertente, ma non sfiora certo i livelli dei suoi predecessori.

L’accademia del Bene e del Male – 3. L’ultimo lieto fine

L’ACCADEMIA DEL BENE E DEL MARE. L’ULTIMO LIETO FINE. Soman Chainani. Mondadori.
Età di lettura: da 11 anni.
Concordo. Salvo alcuni sprazzi, battute quasi stiracchiate, il terzo volume ha perso l’effervescenza iniziale, quella che ci ha fatto sorridere e ridere. Purtroppo non condivido l’opinione comune secondo cui l’epilogo è all’altezza delle aspettative.
Abbiamo iniziato la saga con Male vs Bene, poi Ragazzi vs Ragazze, adesso è il turno di Vecchio contro Nuovo. Troviamo le eroine Agatha e Sophie esattamente dove le abbiamo lasciate: Agatha e Tedros nascosti nella cittadina di Gavaldon. Sophie confinata nella torre del “nuovo” Gran Maestro: Rafal, giovane aitante che attende da lei il fatidico Sì; fatidico perché per tutta la durata del libro il mantra ripetuto alla noia è che Sophie deve distruggere l’anello o tutto il mondo finirà…
Finalmente il Male può trionfare attraverso l’amore della loro malvagia regina e il progetto di conquista di Rafal pare andare liscio come l’olio. Sophie porta il suo anello sugellando la promessa dell’amore eterno. I Cattivi delle fiabe, notoriamente morti sconfitti, sono stati resuscitati (un po’ rappezzati) ed ora trucidano allegramente i loro eroi, riscrivendo le fiabe famose.
Dall’altra parte Agatha è alle prese con un’ingiusta condanna al rogo, un principe poco principesco e molto adolescente, e un gruppetto di vecchi eroi (davvero vecchietti con tutti gli acciacchi del caso e questa è stata una delle parentesi belle del libro), non ancora defunti che, non solo devono preservare il loro lieto fine, ma aiutare lei a trovare il suo.
La rivelazione del segreto che accomuna Sophie ed Agatha, l’unico mistero del romanzo, è stata condotta in modo frammentato, forse anche poco utile ai fini della trama.
Insomma, il terzo capitolo suona stiracchiato e ridondante, avrebbe potuto (e dovuto) essere più corto, più incisivo.
Soman Chainani sta scrivendo un quarto libro relativo a questa serie… pare che la fine, né lieta né altro, sia arrivata dunque.

L’ALBERO DELLE BUGIE

L’ALBERO DELLE BUGIE. Frances Hardinge. Mondadori.
Figlia del Reverendo Sunderly, famoso naturalista acclamato dalla comunità scientifica, Faith è una ragazza scialba che mal si conforma all’epoca vittoriana. Dal padre ha ereditato la sete di sapere, l’intelletto preciso e puntuale di uno scienziato. Per la sua epoca, Faith è una chimera: un cervello da uomo nel corpo di una donna.
Faith finge un’esistenza che non le appartiene: finge stupidità e debolezza, fino a quando tutto attorno a lei precipita. La reputazione del padre (un uomo del suo secolo che nella propria casa è un inavvicinabile regnante), compromessa oltre ogni ragionevole dubbio, porta tutta la famiglia su una desolata isola della Scozia, possibilmente lontano dalle maldicenze. Il mistero si infittisce alla morte dello stesso, un decesso marchiato dall’infamia e dall’accusa di suicidio.
Faith rifiuta di credere che il padre si sia tolto la vita e trova tra le di lui carte le prove dell’esistenza di un albero misterioso, che si nutre di bugie, capace di generare frutti stomachevoli che svelano i segreti. Una scoperta botanica che indurrebbe chiunque a commettere un omicidio, soprattutto una scoperta rischiosa il cui oscuro potere permette a Faith di sfidare le regole sociali, dando libero sfogo alla rabbia e alla frustrazione che per anni ha covato nei confronti di una società nella quale il suo ruolo di donna è quello di tappezzeria, oggetto di arredo nei casi molto fortunati. Troppo spesso schernita ed accantonata come inferiore, Faith è una bandiera femminista sbattacchiata dai venti.
L’unico neo della narrazione è il ritmo, rallentato dalle digressioni, ma trovo sia una lentezza voluta, studiata a rispecchiare l’impotenza, la non libertà di movimento della stessa protagonista.