IL BAMBINO MAGICO

il bambino magicoIL BAMBINO MAGICO. Maria Paola Colombo. Mondadori.
Gora non dimenticherà mai quella notte, la notte nella quale ha sentito il padre, il più grande lottatore della zona, piangere, non capisce nemmeno perchè, sì certo il bambino appena nato Moussa è albino, un bianco in un mondo di neri, ma è pur sempre suo fratello e lui lo difenderà a qualsiasi costo.
Così inizia la storia di Gora, Moussa e Miriam, tre bambini di un villaggio africano, tre amici inseparabili: il cauto e affidabile Gora, Moussa il forte provocatore e la bellissima e incontentabile Miriam. Il loro è un villaggio povero certo ma non ci sono guerre, c’è solo il mondo che bussa alla porta, un mondo sconosciuto e affascinante, che porta tutti i giovani e meno giovani verso le città e verso continenti lontani che promettono di essere veri e proprio paradisi.
Dall’Africa a Milano quindi, dove la realtà è ben diversa e il calvario inizia ancora prima di lasciare il loro continente, ma dove ogni giorno dalle persone più inaspettate arrivano gesti di fiducia e amore che in qualche modo li tengono a galla.
Voglio rivelare il meno possibile di questo splendido e attualissimo romanzo. Sono rimasta davvero sbalordita quando ho scoperto che l’autrice ha appena 36 anni: per l’intensità che ha saputo trasmettere che suggerisce che dall’altra parte del foglio ci sia qualcuno che di vita ne ha vissuta parecchia, e anche per lo prosa elegante e matura. Insomma un libro assolutamente da leggere: per ridere (i dialoghi tra Gora e il bambino che lo crede un angelo sono di una tenerezza unica) per piangere (su questo non aprirò bocca) per provare intense emozioni, leggiamo soprattutto per questo no??!!

IL BUON MARITO-UN MIRACOLO NEL BOTSWANA-L’ORA DEL TE

IL BUON MARITO – UN MIRACOLO NEL BOTSWANA – L’ORA DEL TE’.  Alexander Mccall Smith. Tea.
Troppo spesso l’Africa viene accostata a denutrizione, povertà e massacri. Ma ne esiste anche una parte felice e fiera che si aggrappa a quei valori di comunità che noi nemmeno ricordiamo. Ed è questa che ci racconta l’autore attraverso la voce di una gran donna (anche in senso letterale) come la detective Precious Ramotswe.
Nel primo romanzo la mitica segretaria Grace Makutsi forte di un fidanzamento favorevole alza un po la cresta e si licenzia, salvo poi accorgersi del grave errore fatto. Mentre il marito della signora Ramotswe un po’ stanco del suo lavoro decide di mettersi alla prova con quello della moglie ma anche lui si accorgerà di essere troppo riservato per riuscire a confrontarsi con un certo tipo di situazioni.

Nel secondo il signor Maketoni non si rassegna alla condizione di invalida della figlia adottiva e la porta in un centro che le ha dato qualche speranza di riuscire a camminare di nuovo. Mentre la signora Ramotswe e la sua assistenze ricevono delle lettere minatorie molto particolari.

 

Nel terzo invece la signora Ramotswe cerca senza risultato di rassegnarsi alla fine del suo furgoncino bianco che per tanti anni l’ha servita e trasportata egregiamente mentre deve condurre un’indagine piuttosto insolita per lei, deve scoprire perchè la squadra di calcio campione del Botswana all’improvviso perde tutte le partite. Le considerazioni delle due detective sullo sport maschile per eccellenza fanno veramente sbellicare.

E’ sempre piacevole leggere questi romanzi, tra l’altro ho appena scoperto che in Italia vengono tradotti niente meno che da Stefani Bertola che ultimamente sto leggendo spesso, ma arrivata al nono romanzo, come tutte le serie lunghe è inevitabile che le ripetizioni nell’introdurre i personaggi e le situazione le si avvertano con più fastidio.

UN GRUPPO DI ALLEGRE SIGNORE – SCARPE AZZURRE E FELICITA’

 Un gruppo di allegre signore – Scarpe azzurre e felicità . Alexander McCall Smith. TEA.
Il quinto e sesto episodio della serie della detective del Botswana Precious Ramotswe, signora saggia, di buon cuore e fiera della sua “corporatura tradizionale”, sono come solito casi bizzarri, sempre che si possano chiamare casi.
Nel primo il suo mitico furgoncino bianco avrà qualche problema, darà una seconda possibilità a quello che poi diventerà un suo fidato dipendente, e si troverà alle prese con il suo unico incubo: il suo primo marito Note Mokoti sassofonista famoso ma uomo indegno.
Ci sono tante cose a questo mondo che ti fanno scuotere la testa. Anzi, di questi tempi si può praticamente passare la vita con la testa sempre in movimento, come una marionetta fra le mani di un burattinaio tremolante.
Nel secondo sarà alle prese con la superstizione dei dipendenti di una riserva privata, con la sua fidata assistente finalmente felicemente fidanzata e la sua passione sfrenata per le scarpe e con i primi dubbi sull’opportunità di una dieta.
“Bè, l’importante è questo giusto, giusto? Conoscere la felicità, e poi ricordarla.” La felicità era talmente elusiva. Certe volte riguardava le scarpe; ma riguardava anche tante altre cose. Il proprio paese. La gente. Avere amici come questi.
Ho poco da aggiungere ai miei precedenti commenti se non che nonostante la ripetitività inevitabile quando si legge una serie, accentuata nel caso specifico dall’immersione totale nel lento ritmo africano, nei suoi piccoli gesti, nella morale ingenua ma fiera di  un popolo che per una volta ci mostra il volto di “un’altra africa”, insomma esco da queste lettura sempre sorridente e felice, in particolare quando Precious ha deciso di interrompere la dieta.

QUESTO E’ IL MIO CORPO

QUESTO E’ IL MIO CORPO. Sindiwe Magona. Goréè.
Sindiwe Magona è un’autrice di cui ho già parlato a da cui sono rimasta assolutamente incantata. Dal suo sorriso, dalla sua determinazione e dalla forza che riesce ad emanare “dall’alto” dei suoi 150 cm. Questo romanzo è ambientato nel 2002 a Cape Town ovviamente, in piena emergenza e pandemia di AIDS, di fronte alla quale il nuovo sospirato governo africano dimostra tutta la sua inettitudine, mentre la gente soprattutto delle town ship per ignoranza e disinformazione non ha assolutamente la percezione della portata e della gravità del problema. E’ la storia delle FFF (Five Firm Friends) cinque inseparabili amiche che a in seguito della devastante morte di una di loro, moglie fedele, decidono di ascoltare il suo imperativo morale “Vivi, vivi fino a che ogni capello che hai in testa non sarà grigio. Guadagnati le rughe e – dannazione, goditele! Goditi ogni ruga e ogni capello grigio in testa. Porta quelle rughe e quei capelli grigi come fossero corone della vittoria. Dì a te stessa che sei sopravvissuta!”. Inizia così per le quattro donne, affrancatesi sì dalle baracappoli ma ancora legate alle loro famiglie e alle tradizioni, una battaglia lunga e complicata tra le mura domestiche, che lascerà sulla strada ferite e dolore. Questo è il romanzo più incalzante della Magona, pieno di dialoghi e invettive. Contro il governo, contro l’uomo africano, contro la Chiesa e soprattutto contro il lascito di anni di apartheid. Il tono è decisamente propagandistico e a volte ripetitivo ma il fine è quello di scuotere e di educare, come testimoniano le aperte discussioni sul sesso e sulla masturbazione, quindi, Grazie Sindiwe, le mie figlie sentiranno parlare di te. A dieci anni di distanza il Sudafrica è ancora il Paese più colpito dalla malattia ma pare che il Governo si sia deciso ad affrontare il problema in maniera più decisa.

LA MASAI BIANCA

LA MASAI BIANCA. Corinne Hofman. BUR.
Questo non è un romanzo ma una testimonianza vera, e gode del fascino che le conferisce il sapere che si sta leggendo l’esperienza di una persona in carne e ossa. Gli amanti del bello stile si tappino il naso e si concentrino sulla storia, raccontata come una cronaca pura e semplice, senza alcuna divagazione o riflessione. La protagonista/scrittrice svizzera racconta la sua esperienza, quando alla fine degli anni ’80, durante una vacanza in Kenya, viene sconvolta dall’incontro con un giovane guerriero Masai, abbandona tutti gli agi e tutte le responsabilità in patria e lo segue nel bush. La lettura è veloce nonostante la cronaca di tutte le malattie da lei contratte e di tutte le rotture dell’auto, e per quanto riguarda la conoscenza della cultura Masai, molto interessante. Sarà meglio però che mi astenga da ogni tipo di giudizio su questa ragazza che, come recita la copertina, definisce il suo, un grande amore, quando è chiaro fin da subito che subisce esclusivamente il fascino della diversità del guerriero. Le scelte azzardate, per quanto mi riguarda assurde, di questa ragazza mi hanno innervosito per l’intera lettura, per non parlare del modo in cui le ha repentinamente rinnegate, forse sono solo troppo vecchia o troppo poco romantica, ma credo che due bei ceffoni all’epoca non gli sarebbero stati male.

UN PEANA PER LE ZEBRE. IL TE’ E’ SEMPRE UNA SOLUZIONE

copUN PEANA PER LE ZEBRE. IL TE' E' SEMPRE UNA SOLUZIONE. Alexander McCall Smith. TEA.
Sono il terzo e quarto episodio della serie  della detective più famosa (nonché l'unica) del Botswana.
Nel terzo Precious, sempre in attesa che il suo fidanzato decida la data delle nozze, si dovrà scontrare con il fondatore della seconda agenzia investigativa del paese, che non nasconde certo il proprio maschilismo. Intanto deve anche ritrovare le persone del passato di un suo cliente che vuole riparare ai suoi torti di gioventù.
Nel quarto, con la fine arte della diplomazia tipica femminile deve aiutare il suo fidanzato JLB Matekoni, il quale ha acconsentito a una richiesta decisamente esagerata della solita "generalessa" signora Potokwane direttrice dell'orfanotrofio. Dovrà inoltre capire quale dei quattro pretendenti della famosa signora Holonga, inventrice del preparato per treccine, sia veramente disinteressato al suo patrimonio. Il tutto condito con le disavventure della sua solerte assistente, passata con 97 su 100 all'esame della scuola per segretarie del Botswana.
Non capisco come questa serie possa essere classificata tra le serie di gialli: i casi sono a dir poco paradossali e le indagini si limitano a qualche chiacchierata con il curioso di turno. Il divertimento però è assicurato così come l'immersione totale nell'Africa vera, data dalla saggezza quasi infantile e disarmante dei ragionamenti dei personaggi, parte di un popolo fiero, dalla lentezza e a volte ripetività nelle descrizioni di alcuni fatti apparentemente superflui ma che a mio avviso sono assolutamente fondamentali per l'atmosfera. Una lettura veloce e leggera ma piacevolissima, da acquistare però rigorosamente in edizione economica.

MORALE E BELLE RAGAZZE

copMORALE E BELLE RAGAZZE. Alexander McCall Smith. Tea.
La seconda delle indagini, tutte particolari, della signora Precious Ramotswe titolare dell'unica agenzia investigativa del Botswana gestita solo da donne, cioè lei e l'impareggiabile signorina Makutsi, bruttina ma così fiera di ogni titolo che le viene attribuito grazie al suo diploma conseguito alla scuola per segretarie del Botswana. In questo episodio siamo alle prese con qualche problema finanziario per l'agenzia, con la depressione del signor JLB Matekoni, fidanzato di Precious, con problemi familiari per un membro del Governo molto in vista e con il difficile compito di scoprire quale delle candidate di un noto concorso di bellezza sia la più degna di rappresentare il paese di cui tutti vanno così fieri. Odori, colori e sapori d'Africa ma soprattutto personaggi che nella loro ingenuità, calma e fierezza catturano e fanno sorridere a più riprese. Come si può rimanere indifferenti a dialoghi del genere "Signora Ramotswe la trovo benissimo: lei è splendida, è molto grassa" "Grazie, Rra, anche lei sta bene". O a riflessioni di questa portata: Un giorno la signora Ramotswe aveva ascoltato un programma alla radio che l'aveva fatta restare letteralmente senza fiato. Parlava di certi filosofi che si definivano esistenzialisti e che, per quel che aveva potuto appurare, vivevano in Francia. Questi francesi dicevano che l'importante era sentirsi veri, vivi, e che se una cosa ci faceva sentire veri e vivi, era giusto farla. La signora Ramotswe aveva ascoltato con il massimo stupore. Non c'era bisogno di andare fino in Francia per conoscere gli esistenzialisti, aveva pensato; c'erano un sacco di esistenzialisti anche nel Botswana. Note Mokoti, per esempio. Lei era stata sposata con un esistenzialista senza neanche rendersene conto. Note, quell'egoista che non faceva mai niente per gli altri, nemmeno per sua moglie, avrebbe approvato gli esistenzialisti, e loro avrebbero approvato lui. Forse era molto esistenzialista andarsene al bar tutte le sere mentre la moglie incinta restava a casa, e ancora più esistenzialista spassarsela con le ragazze – giovani esistenzialiste – che s'incontravano in questi bar. Era bella la vita dell'esistenzialista, ma meno bella risultava per le persone, non esistenzialiste, che gli stavano accanto. Inutile aggiungere che ho già ordinato gli altri della serie.

DA MADRE A MADRE

DA MADRE A MADRE. Sindiwe Magona. Gorée.
damadreamadreGuguletu significa "il nostro orgoglio" ma i neri sudafricani l’hanno sempre chiamata Gugulabo "il loro orgoglio", ed è proprio qui, la township di Città del Capo dove vennero segregati in maniera coatta i neri della città, per costruire proprio nelle zone abitate da loro, eleganti quartieri per bianchi, che nel 1993 una giovane studentessa americana venne assassinata da un gruppo di ragazzi neri. L’autrice prende spunto da questo fatto di cronaca e scrive un’ipotetica lettera nella quale la madre di colui che venne subito additato come l’unico assassino scrive alla madre della vittima, per cercare di farle capire come si può essere arrivati a questo punto, come questa fosse una tragedia annunciata, e come il figlio non sia assolutamente uno dei tanti sbandati ma provenga da una normale ed onesta famiglia che fino a quel momento aveva sempre e solo cercato di fare del suo meglio per sopravvivere decentemente. Mandisa racconta non solo la vita del figlio ma anche la sua, perché le origini della rabbia che i neri covano nei confronti dei bianchi hanno radici lontane nel tempo. Racconta le condizioni, le umiliazioni e soprusi che i neri hanno subito proprio dal governo a seguito del regime dell’apartheid ma non cerca giustificazioni di sorta. E’ una lettura scorrevole e appassionata ma risulta ovviamente straziante, più per i fatti narrati che per il tono che Mandisa mantiene volutamente obiettivo e realistico.
Ho avuto il grande onore ma soprattutto il piacere di conoscere l’autrice di persona, tra l’altro dopo aver letto il libro dedicato alla prima parte della sua vita di cui ho già parlato. Meno di un metro e cinquanta con un sorriso talmente allegro e rassicurante da farti dimenticare da dove viene, sempre pronta allo scherzo e con due occhi dolci e vispi che trasudano forza, determinazione e fermezza. Un viso che è la personificazione della speranza e della fiducia, perché qualcosa forse inizia davvero a cambiare ma la strada ancora da fare è tanta.

IL CROLLO e LA FRECCIA DI DIO

IL CROLLO e LA FRECCIA DI DIO. Chinua Achebe. Edizioni E/O.

lafrecciadidioChinua Achebe è universalmente riconosciuto come uno dei maggiori, se non il maggiore, scrittore africano moderno in lingua inglese. Grazie alla lingua infatti, riesce ad avere un contatto diretto non solo con la sua patria ma con tutto il resto del mondo. Nato in Nigeria nel 1930 ha il merito di farci conoscere, per la prima volta, il punto di vista degli africani a proposito della colonizzazione europea attraverso i suoi romanzi con un occhio attento, critico ma onesto.

Achebe ha sempre sentito il dovere morale in quanto scrittore di aiutare il suo popolo, e in generale tutti i popoli africani, a trovare fiducia in se stesso, a ritrovare quell’identità e quella dignità che gli erano state strappate, a denunciare le malefatte delle nuove amministrazioni: “Fra gli Ibo c’è un proverbio, un uomo che non sa dire dove la pioggia lo ha colpito non sa neppure dove il suo corpo si è asciugato. Lo scrittore deve dire alla gente dove la pioggia lo ha colpito”. Il suo impegno assoluto e costante su tutti i fronti gli è valso parecchi premi letterari e non solo, a conferma che parte dell’occidente nonostante tutto ha voglia di verità.

Il ciclo narrativo “Dove batte la pioggia”, tratto dal succitato proverbio che lui amava spesso ripetere, è composto di tre opere Il crollo, Ormai a disagio, La freccia di Dio.

Il crollo (1958) è il romanzo africano più conosciuto in assoluto, tradotto in 50 lingue e considerato uno dei grandi romanzi del novecento. Qui Achebe ci racconta la vita del clan di Okonkwo, personificazione di tutti i valori Ibo, etnia della Nigeria orientale a cui appartiene lo stesso scrittore. Okonkwo è un guerriero forte, risoluto, integro, implacabile, talvolta crudele, che vede sgretolarsi e “crollare” davanti ai suoi occhi tutti i valori tradizionali su cui si basa la sua società sotto i colpi della nuova cultura straniera, non riuscirà a sopportarlo e il tragico finale è l’emblema perfetto della sorte di molti africani dell’epoca. La società che Achebe ci mostra è regolata da norme e gerarchie ben precise, non è quel caos ingovernabile così spesso e facilmente dipinto dagli occidentali, una cultura intrisa sì di credenze e superstizioni che rappresentano l’anima di un’etnia ma che, considerata l’epoca lontana (gli anni venti) è distante anni luce da ogni eventuale critica o giudizio straniero, basti pensare ai nostri anni venti.

Ormai a disagio (1960), un romanzo dal titolo sicuramente esplicativo, è purtroppo quasi introvabile in Italia. L’autore ci parla del nipote di Okonkwo, ritornato in Nigeria dopo gli studi in Inghilterra, che si trova intrappolato tra i due mondi dissimili; l’indecisione e l’inadeguatezza che prova non riconoscendosi pienamente in nessuno dei due si tradurrà in quel disagio che lo porterà a compiere scelte sbagliate. In questo romanzo a differenza degli altri è ben chiara la critica alla corruzione e all’avidità di quegli africani che hanno ottenuto posizioni di potere, in relazione ad una popolazione che ha solo cambiato padrone.

La freccia di Dio (1964) è sicuramente il romanzo più complesso, più simbolico e controverso dei tre. Sulla linea temporale questo romanzo è un passo indietro rispetto al precedente. Siamo di nuovo in un villaggio Ibo, Ezeulu, il protagonista, è il sommo sacerdote del dio Ulu, il dio dell’unità dei villaggi. A differenza de Il Crollo, in questo romanzo è netta e tangibile la percezione dell’impossibilità di poter prescindere dalla presenza dei bianchi; dai qui la scelta di Ezeulu di cercare di conoscere la loro cultura per cercare una convivenza pacifica: “Il mondo è una maschera che danza, per vederla bene non si può rimanere fermi nello stesso luogo” questo è il proverbio che recitava per far capire la necessità dell’adattamento e del cambiamento. Ezeulu  manderà uno dei suoi figli a studiare la religione dei “bianchi”, una scelta che ovviamente gli si ritorcerà contro. In questo romanzo non c’è più solo la dicotomia tra colonizzatori e colonizzati, ma il più complicato rapporto di sfiducia che si va via via ingigantendo tra Ezeulu e il suo clan, la disgregazione e la crisi dei villaggi, un’instabilità di cui i bianchi riusciranno ad approfittare.

Un discorso a parte merita lo stile. Leggere uno dei libri di Achebe è come tuffarsi in un altrove che riusciamo a percepire con tutti i sensi: la lentezza delle descrizioni, l’incidenza oratoria, la marcata visualità e la resa sonora inizialmente disorientano, poi ti permettono di “vedere davvero”.

La fedeltà con cui riporta tutte le forme di cortesia, i convenevoli, i rituali, le favole ed i proverbi africani sono frutto di uno sforzo che paga. Dopo un tuffo del genere è impossibile non sentirsi ristorati e arricchiti, è impossibile non sentirsi diversi e più consapevoli. Recensione pubblicata sulla rivista AFRO www.afromagazine.it .

Ai figli dei miei figli

Ai figli dei miei figli. Magona Sindiwe. Nutrimenti.

aifiglideimieifigliLa tradizione africana è soprattutto una tradizione orale: è per questo che purtroppo un immenso patrimonio culturale è andato e andrà perso, ed è per questo che Sindiwe Magona ha deciso di affidare alla carta la storia dei primi anni della sua vita, non sapendo se mai avrà l’onere e l’onore di poterla raccontare di persona ai suoi nipoti.

La narrazione ripercorre i primi ventitrè anni della sua vita, quelli che vanno dal 1939 ai primi anni sessanta, in un periodo in cui si concretizzò quasi in tutto il mondo un odio razziale che quelli della nostra generazione difficilmente riusciranno a capire fino in fondo e che, di fronte a testimonianze di persone vere e vissute, non i racconti generici e vaghi per quanto impietosi dei libri di storia, suscitano sempre reazioni di sgomento ed incredulità.

La storia inizia con una prima infanzia molto felice nel villaggio Xhosa (gruppo etnico di origine Bantù) dei nonni, lontano dalle città, dove la famiglia era quella allargata ai parenti più lontani ma non per questo meno unita, dove i bianchi facevano la loro fugace apparizione gettando qualche monetina ai bambini che li guardavano straniti e gli offrivano qualsiasi cosa, dove si dormiva nelle capanne ma si mangiava tanto e ognuno aveva il suo compito. Quindi il trasferimento nelle township di Città del Capo per raggiungere i genitori, la realtà delle baraccopoli, comunità solidali che si sostituivano alle famiglie lontane, le difficoltà di sopravvivenza non percepite dai piccoli che privi di termini di paragone vivevano comunque liberi e gioiosi nella loro inconsapevolezza. L’impatto con l’ambiente scolastico riservato ai neri prima, l’adolescenza e l’insegnamento poi, le apriranno gli occhi su una realtà che non aveva mai percepito nella giusta misura. La prima gravidanza, il dolore profondo dei genitori per quella figlia che avevano fatto studiare con immensi sacrifici e che ora li tradiva, un matrimonio infelice, e altri due figli che la obbligano a fare quello che mai avrebbe voluto, andare a servizio presso famiglie bianche, come faceva la maggioranza delle donne nere. L’abbandono del marito, la disperazione seguita dalla consapevolezza di non essere sola, di essere solo una piccola parte della grande storia.

A questo punto la narrazione si interrompe quasi bruscamente e l’autrice non ci racconta come riuscirà una persona comunemente eccezionale a diventare un personaggio di spicco della storia sudafricana, ma forse quella sarà un’altra storia.

Lo stile è colloquiale, quasi intimo, ma il risentimento nei confronti dei bianchi che trasuda da ogni parola è quello di chi ha vissuto sulla propria pelle troppe umiliazioni, di chi è  consapevole di non avere mai avuto le stesse possibilità, di chi non può accettare di ritenersi fortunato solo per essere riuscito a cavarsela.

Ho trovato strano che in un contesto del genere non venga mai pronunciata la parola apartheid, ma probabilmente ciò che per noi è un significato, per quanto aberrante, per chi l’ha provato sulla propria pelle è una realtà che non occorre circostanziare. Forse per pigrizia mi sarei anche aspettata qualche cenno storico in più, qualche chiarimento relativo alle restrizioni e alle discriminazioni di cui i neri diventavano oggetto via via negli anni, ma forse questo avrebbe cozzato con la forma dell’autobiografia.

L’apartheid è stato recentemente inserito nella lista dei crimini contro l’umanità ma non riesco proprio ad immaginare quando entrerà a far parte davvero del passato per un paese così ferito, così diviso. L’ho letto negli occhi increduli e divertiti dei neri che a Città del Capo mi facevano spazio nell’autobus chiedendosi cosa ci facesse una bianca sui mezzi pubblici, l’ho visto negli immensi quartieri delle baraccopoli ai bordi della città, l’ho sentito nel disagio dei bianchi quando si parlava di leggi razziali. Era l’estate del 2004 appena tre anni fa, è per questo che non bisogna smettere di parlarne, è per questo che dobbiamo ascoltare voci come quella di Sindiwe.

Recensione pubblicata sulla rivista AFRO, www.afromagazine.it.