DARKE.

DARKE. Rick Gekoski. Bompiani.
Scritto con uno stile sopraffino, Darke racconta il lutto di un uomo (James Darke appunto), insegnante di letteratura che potremmo definire senza esagerare “old british”. Il libro si apre con la strenua lotta di Darke contro il mondo, una battaglia per isolarsi completamente da una società nella quale non si ritrova e della quale non vuole sapere più nulla. Chiude fuori persino la figlia (emblematica la descrizione della porta dalla quale viene tolta anche la cassetta delle lettere). Aggiungo per dovere di cronaca e del tutto a titolo personale, che la figlia Lucy è una donna insopportabile ed anche ipocrita, là dove James è un uomo complesso, purtroppo emotivamente ermetico, che ha assistito la moglie (il suo esatto opposto) durante l’intera malattia. Un cancro che non si è limitato a mietere una sola vita.
James Darke è un misantropo per scelta e per obbligo. Snob, colto ed accanito lettore non risparmia al lettore citazioni e digressioni su autori ben noti. È un personaggio che fatico a definire positivo, poiché manca del tutto di ottimismo e tolleranza. James Darke, in fondo, è quello che tutti vorremmo essere quando è ora di essere lasciati in pace indipendentemente dai legami famigliari e dalle norme sociali.

Gli anni della leggerezza: La saga dei Cazalet 1

Gli anni della leggerezza: La saga dei Cazalet 1. Elizabeth Jane Howard. Fazi.

Gli anni della leggerezza sono quelli dell’infanzia del 1937, l’estate in cui i piccoli Cazalet, figli e nipoti, si ritrovano in campagna, dalla nonna forse per l’ultima volta.
I Cazalet sono perlopiù una famiglia benestante, discendono da una famiglia vittoriana, dove si cena in abito da sera, gli adulti sono separati dai bambini sorvegliati e spesso cresciuti dalle bambinaie. Ma i tempi cambiano, e sono destinati a farlo in modo repentino, sono gli anni dell’ascesa di Hitler, che pur essendo nella vita quotidiana una figura lontana, derisa, fraintesa e da molti sottovalutata, resta uno sgradito ospite sulla soglia di casa.
Il romanzo è una minuziosa disanima delle relazioni affettive e sentimentali tra i coniugi e i i figli, uno specchio della vita quotidiana che include tutti: giovani, vecchi, padroni e servi, tra le cicatrici di una guerra finita e le avvisaglie di una purtroppo imminente.
I fratelli Edward e Hugh che non potrebbero essere più diversi, il primo affascinante e con più di uno scheletro nell’armadio, il secondo più schivo e menomato dalla grande guerra. Rupert, vedovo ed artista mancato… tutti i Cazalet hanno in comune l’incomunicabilità con le loro rispettive mogli. Persino la sorella, Rachel, che non si è mai sposata per poter accudire i genitori e non è immune all’amore è una mosca presa nella ragnatela delle convenzioni sociali.
Una famiglia numerosa (e credo con molti segreti che verranno a galla nei futuri romanzi), resa chiassosa dagli eredi che dall’infanzia passano all’adolescenza in un’epoca in cui il “mondo di fuori” è tutto fuorché pronto ad accogliere una nuova generazione. Le gelosie, i malintesi, tutti quei piccoli dettagli tragico-comici che fanno di un assembramento di persone una Famiglia.
Le saghe famigliari, come genere narrativo, non sono nelle mie corde, ma devo ammettere che il successo Elizabeth Jane Howard è comprensibile, e meritato se consideriamo che con un ottimo stile ha prodotto un romanzo storico nel quale è facile immedesimarsi.

FRATELLI NELLA NOTTE

FRATELLI NELLA NOTTE. Cristiano Cavina. Feltrinelli.
1944. Mario, contadino romagnolo, mite e solitario, riceve la cartolina di leva. Scappa di casa e si rifugia da alcuni parenti che per un poco lo ospitano. Tuttavia un disertore è un pericolo per tutti, quindi per necessità si unisce alla 36a brigata Garibaldi. Lui che di combattente non ha nulla, viene assegnato all’accudimento dei muli e dei cavalli, con cui si trova meglio che con le persone. I compagni partigiani gli appioppano il nome di Tarzan (Mario è piccolo di statura, tranquillo e fifone) e, nonostante gli sforzi per mantenersi lontano dalla guerra, si trova suo malgrado in prima linea. Uno scontro a fuoco, un proiettile nell’addome, un fratello (il suo), Gianì, quasi uno sconosciuto che diventa la sua unica speranza di sopravvivenza.
Un libro che ha una forma scarna, secca come i personaggi che compaiono e scompaiono, uomini e donne poco loquaci, poche parole e dure verità. Un libro interessante, una breve cronaca di vita vissuta in un momento storico in cui la precarietà dell’esistenza non era filosofia.

L’ALBERO DELLE BUGIE

L’ALBERO DELLE BUGIE. Frances Hardinge. Mondadori.
Figlia del Reverendo Sunderly, famoso naturalista acclamato dalla comunità scientifica, Faith è una ragazza scialba che mal si conforma all’epoca vittoriana. Dal padre ha ereditato la sete di sapere, l’intelletto preciso e puntuale di uno scienziato. Per la sua epoca, Faith è una chimera: un cervello da uomo nel corpo di una donna.
Faith finge un’esistenza che non le appartiene: finge stupidità e debolezza, fino a quando tutto attorno a lei precipita. La reputazione del padre (un uomo del suo secolo che nella propria casa è un inavvicinabile regnante), compromessa oltre ogni ragionevole dubbio, porta tutta la famiglia su una desolata isola della Scozia, possibilmente lontano dalle maldicenze. Il mistero si infittisce alla morte dello stesso, un decesso marchiato dall’infamia e dall’accusa di suicidio.
Faith rifiuta di credere che il padre si sia tolto la vita e trova tra le di lui carte le prove dell’esistenza di un albero misterioso, che si nutre di bugie, capace di generare frutti stomachevoli che svelano i segreti. Una scoperta botanica che indurrebbe chiunque a commettere un omicidio, soprattutto una scoperta rischiosa il cui oscuro potere permette a Faith di sfidare le regole sociali, dando libero sfogo alla rabbia e alla frustrazione che per anni ha covato nei confronti di una società nella quale il suo ruolo di donna è quello di tappezzeria, oggetto di arredo nei casi molto fortunati. Troppo spesso schernita ed accantonata come inferiore, Faith è una bandiera femminista sbattacchiata dai venti.
L’unico neo della narrazione è il ritmo, rallentato dalle digressioni, ma trovo sia una lentezza voluta, studiata a rispecchiare l’impotenza, la non libertà di movimento della stessa protagonista.

VERSO NORD

VERSO NORD. Pia De Jong. Elliot Edizioni.
Andiamo pure verso nord, in Lapponia, in compagnia di una famiglia allo sfascio: figlio incompreso forse prossimo al suicidio, figlia polemica, moglie succube, padre navy seal mancato e vittima della crisi di mezza età con calvizie incipiente. Aggiungiamo un ospite a caso, preso dal mazzo, giusto per far numero, mezzo adolescente, mezzo rambo che ci lascerà senza spiegazioni (perché così fa un uomo in fuga dalla società) prima che il trip sia finito. Una vacanza forzata che si trasforma in un brutto sogno (incubo è un po’ troppo per un romanzo che “ti lascia lì” ad aspettare qualcosa), scomoda e pericolosa. Un viaggio ai confini del mondo che vorrebbe essere di formazione, ma che fatta eccezione per qualche raro movimento di stizza, non dà e non lascia spunti di riflessione.

DIECI PRUGNE AI FASCISTI

DIECI PRUGNE AI FASCISTI. Elvira Mujcic. Elliot.
Attingendo a piene mani dalla sua storia personale, l’autrice ci racconta del viaggio a ritroso di una famiglia bosniaca immigrata in Italia all’indomani della guerra dei Balcani, che per esaudire il desiderio della nonna di essere sepolta nella sua terra affronta non poche vicissitudini e avventure.
Il tono è delicato, spesso scanzonato e divertente, altre volte triste e nostalgico, la protagonista Lania e i suoi due scalmanati fratelli minori devono raggiungere la Bosnia con treni, autobus e passaggi rimediati mentre la Madre accompagna il feretro. La città di destinazione la conosciamo solo a due terzi del libro, Srebrenica, scritto una sola volta quasi con pudore ed è li che capiamo tante cose dei vari personaggi nonostante nulla venga raccontato apertamente ma solo lasciato intendere.
Una bellissima lettura, intensa e inaspettata, con un finale commovente e per nulla banale così come il titolo, e credetemi non sono tipo da lacrima facile.
I miei sentiti complimenti all’autrice!!

 

ASPETTANDO BOJANGLES

ASPETTANDO BOJANGLES. Olivier Bourdeaut. Neri Pozza.
Neri Pozza non sbaglia un colpo.
Un libro di follia e leggerezza che non affronta la malattia mentale, bensì le vive accanto, nel bene e nel male. Un racconto assurdo ed irreale, drammatico come pochi.
Una strana famiglia dove il padre dà ogni giorno un nome diverso alla moglie, la madre dà del Voi a chiunque compreso il figlio, ed infine il bambino che non va più a scuola ricevendo un’educazione a dir poco insolita. La loro casa è sempre animata da feste e cene, alle quali spesso partecipa un senatore, il miglior amico della famiglia. Danze, alcol, burle. Lei, protagonista indiscussa, donna dai mille nomi ed altrettante bizzarrie, strenuamente amata da entrambi gli uomini della sua vita.
Lei, insensato inizio e razionale fine di ogni cosa, sotto gli occhi di un bambino dall’infanzia stramba, è il cardine attorno cui ruota l’intera vicenda, una giostra di personaggi buffamente rappresentati, comparse di una tragica commedia.
Lei che “non tratta il suo piccolo né da adulto né da bambino, ma come un personaggio da romanzo”, chiede spesso al figlio: “Quando la realtà è banale e triste, inventatemi una bella storia”.
Un libro che sembra giocoso, una parvenza destinata a dissiparsi di pagina in pagina, di ricordo in ricordo, rivelando attraverso le parole del diario lasciato dal padre, una dolorosa condizione vissuta sino alla fine. Una donna affetta da bipolarismo e schizofrenia, della quale il marito asseconda gli eccessi, gli scherzi e l’anomala vivacità, decidendo di vivere in un mondo stravagante dove ogni giorno è un nuovo inizio.

UNA INFANZIA SIBERIANA

UNA INFANZIA SIBERIANA. Clara Strada Janovic. Marsilio.
Estremo oriente siberiano. Una terra sconosciuta, lontana ed aliena, che certo non figura nella letteratura contemporanea. Clara Strada Janovic ha raccolto i suoi ricordi in questo libro, rimembranze, appunto, della sua infanzia siberiana. Nata nel 1935, Clara Strada Janovic è cresciuta sotto l’egida di Stalin e degli anni che hanno seguito la sua dipartita. Un’epoca in cui la politica, vissuta o combattuta, aveva un posto in prima fila nella vita del comune cittadino. Un periodo storico di clamore e orrore, si alterna alla durezza e alla meraviglia di una natura incontaminata, dove l’uomo è un ospite che deve guadagnarsi il diritto di sopravvivere. Seppur racchiusa in un microcosmo socialmente artificiale, Clara è una cittadina del mondo e cresce in mezzo a diverse popolazioni ed etnie, tungusi, ghiliaki, nanai, contadini deportati dopo la collettivizzazione delle campagne; coreani, cinesi, tatari, polacchi.
Dalla taiga siberiana all’Italia di Palmiro Togliatti e Carol Wojtyla, Clara Strada Janovic racconta  la vita quotidiana di un’ideologia forte e anche amata, che diventata regime; con occhio vigile e mai disincantato, capace di cogliere il bello ed il brutto.

LA GABBIA DEI FIORI

LA GABBIA DEI FIORI. Anosh Irani. Piemme.
India. Bombai. Madhu è una hijra – appartiene al terzo sesso, né maschio, né femmina. Incompresa come sa comprendere soltanto che sente di non avere un posto nel mondo. Nè carne, nè pesce. La sua infanzia è una costellazione di delusioni ed incomprensioni, fino all’esplosione della supernova che la conduce per forza di cose a Kamathipura, l’atroce distretto a luci rosse di Bombai. Un girone infernale dove reietti di ogni sorta scontano in anticipo la propria pena. Madhu ha quarant’anni ora, ha smesso di prostituirsi e vive di elemosina ed espedienti, a lei è stato concesso l’onore di vivere nella casa della tenutaria del bordello, assieme ad un gruppetto di prostitute che chiama famiglia. In bilico tra passato e presente, Madhu vive in un mondo dove il valore di una vita si conta in monete, letteralmente. La malattie, l’Aids, la morte lenta che tutto ricopre come petrolio sulla spiaggia, dipingono una società che sopravvive come può, come una zecca: succhiando il sangue altrui. Eppure Madhu ha conservato una strana lungimiranza e la capacità di vedere il bello, dove ogni bellezza è sfigurata dell’esistenza stessa. In un momento della vita in cui quasi tutti i sogni e il clamore sono sopiti, arriva Kinjal, una bambina di appena dieci anni. Kinjal è un pacchetto, una bambina venduta ad un bordello da una zia. A Madhu spetta il compito di istruirla e prepararla al suo destino di bambola rotta. Tuttavia qualcosa si inceppa in Madhu, qualcosa che sarà la salvezza di Kinjal.
Un libro toccante, tratto da una storia vera, un breve fascio di luce su un mondo sconosciuto, di cui i media certo non parlano.

MIA SORELLA E’ UNA FOCA MONACA

MIA SORELLA E’ UNA FOCA MONACA. Christian Frascella. Fazi Editore.
Torino. La fine degli anni Ottanta vede crollare il Muro.
Il protagonista di questo libro è un diciassettenne con un’alta considerazione di sé.  Uno sbruffone buffo. Convinto di essere un gran picchiatore, che viene steso dal bullo della scuola in pochi secondi. Un Casanova spaccone ed imbranato, poco convincente; ex studente in attesa di buttarsi a pesce nel mondo del lavoro (siamo in un’epoca in cui il lavoro nelle fabbriche era ancora disponibile e grandemente considerato).
Vive con il padre, quasi-alcolista abbandonato dalla moglie per un uomo più giovane, e la sorella. Una giovane seria e di chiesa.
Non piange mai il protagonista di questa storia e continua a ripetersi  di essere più in gamba di tutti, nonostante la vita lo metta col sedere per terra un giorno sì e uno no. Una convinzione che lo riveste come il mantello di superman, o quello di Harry Potter. Un mantra che gli permette di sopravvivere in mondo che cambia drasticamente e in una cittadina dove tutto è immobile.
Un libro veloce e caustico, esilarante a volte, aggressivo e doloroso, che dipinge un tempo ormai lontano ed un italianissimo protagonista di periferia che rispecchia la tradizione letteraria del talentuoso perdente.