DARKE.

DARKE. Rick Gekoski. Bompiani.
Scritto con uno stile sopraffino, Darke racconta il lutto di un uomo (James Darke appunto), insegnante di letteratura che potremmo definire senza esagerare “old british”. Il libro si apre con la strenua lotta di Darke contro il mondo, una battaglia per isolarsi completamente da una società nella quale non si ritrova e della quale non vuole sapere più nulla. Chiude fuori persino la figlia (emblematica la descrizione della porta dalla quale viene tolta anche la cassetta delle lettere). Aggiungo per dovere di cronaca e del tutto a titolo personale, che la figlia Lucy è una donna insopportabile ed anche ipocrita, là dove James è un uomo complesso, purtroppo emotivamente ermetico, che ha assistito la moglie (il suo esatto opposto) durante l’intera malattia. Un cancro che non si è limitato a mietere una sola vita.
James Darke è un misantropo per scelta e per obbligo. Snob, colto ed accanito lettore non risparmia al lettore citazioni e digressioni su autori ben noti. È un personaggio che fatico a definire positivo, poiché manca del tutto di ottimismo e tolleranza. James Darke, in fondo, è quello che tutti vorremmo essere quando è ora di essere lasciati in pace indipendentemente dai legami famigliari e dalle norme sociali.

EDUCAZIONE EUROPEA

EDUCAZIONE EUROPEA. Romain Gary. Neri Pozza.
Romanzo scritto mentre era aviatore delle forze alleate durante la seconda guerra mondiale, Educazione Europea è uno dei libri più importanti di Romain Gary. Un libro sulla resistenza e sulla sopravvivenza, l’eroica e sempiterna lotta tra la desolazione e la sofferenza di una terra martoriata dai nazisti e la speranza, spesso illusoria ma non per questo meno potente.
Janek è il protagonista, un ragazzo che si trova suo malgrado parte di un gruppo di partigiani, uomini affamati e dolenti. Ormai orfano, diventa ben presto un conoscitore della fame, del freddo, l’orrore, la malattia. Eppure, anche sperduti nei boschi, senza dimora e senza più una famiglia, braccati come animali che a stento misurano il tempo tra un’alba ed un tramonto, Janek impara il culto della libertà, la semplicità di un’esistenza dove nonostante le brutture nemmeno l’amore gli è negato.
Romain Gary scrive un romanzo contro l’oppressione, affinché, come recita una poesia dello studente Dobranski, «l’ultimo stato sovrano crolli ai colpi dei patrioti europei», «si spenga nel mondo l’eco dell’ultimo canto nazionale», e l’Europa finalmente «si erga e cammini».
Un libro toccante, violento e malinconico, una ballata disperata e spietata, uno spaccato della seconda guerra mondiale visto dal basso, dal buco dove i superstiti si sono nascosti, dal buco da cui sono usciti per vivere e morire.

IL GIOCO

IL GIOCO. Edith Nesbit. Elliot.
Jane e Lucilla  dopo molti anni passati nella scuola che le doveva tenere lontane dalla grande guerra, finalmente riescono a convincere il loro tutore a iniziare una vita vera. Il problema è che il tutore ha perso tutta l’eredità lasciata loro dalla zia e invece che vivere una vita tranquilla e oziosa a Londra, si ritrovano confinate in un cottage in campagna e poche sterline per iniziare un’attività che possa permettere loro di guadagnare e mantenersi.
Le due ragazze però sono completamente inesperte di tutte le piccole incombenze quotidiane (la conta del primo incasso della vendita dei fiori fa morire dal ridere così come i loro battibecchi) ma hanno tutto l’ottimismo e l’incoscienza che permette loro di non abbattersi e prendere questa sfida come un gioco appunto e soprattutto come un’opportunità per vivere una vita degna.
“La vita è un gioco, in ogni sua parte, anche quelle normalmente considerate serie, come i soldi e le preoccupazioni relative, e l’incertezza sul futuro. Se guardate dalla giusta prospettiva, ognuna di queste cose è un’avventura, un gioco. Finché abbiamo da mangiare e da vestirci, e un tetto sopra la testa, tutto quanto è un grande gioco. Per noi la vita deve essere tale, e come tale dobbiamo trattarla.”
Nel loro percorso di crescita professionale e non solo, incontreranno molti personaggi tra cui parecchi giovanotti per lo più positivi che rimangono totalmente conquistati dall’innocenza delle due, ma alcuni veri e propri furfanti che le metteranno di fronte alla loro inadeguatezza.
Tanto humor british, un pizzico di romanticismo, e uno stile curato e gradevole per un romanzo davvero fresco e spiritoso, unica pecca il finale un po’ sottotono.

Gli anni della leggerezza: La saga dei Cazalet 1

Gli anni della leggerezza: La saga dei Cazalet 1. Elizabeth Jane Howard. Fazi.

Gli anni della leggerezza sono quelli dell’infanzia del 1937, l’estate in cui i piccoli Cazalet, figli e nipoti, si ritrovano in campagna, dalla nonna forse per l’ultima volta.
I Cazalet sono perlopiù una famiglia benestante, discendono da una famiglia vittoriana, dove si cena in abito da sera, gli adulti sono separati dai bambini sorvegliati e spesso cresciuti dalle bambinaie. Ma i tempi cambiano, e sono destinati a farlo in modo repentino, sono gli anni dell’ascesa di Hitler, che pur essendo nella vita quotidiana una figura lontana, derisa, fraintesa e da molti sottovalutata, resta uno sgradito ospite sulla soglia di casa.
Il romanzo è una minuziosa disanima delle relazioni affettive e sentimentali tra i coniugi e i i figli, uno specchio della vita quotidiana che include tutti: giovani, vecchi, padroni e servi, tra le cicatrici di una guerra finita e le avvisaglie di una purtroppo imminente.
I fratelli Edward e Hugh che non potrebbero essere più diversi, il primo affascinante e con più di uno scheletro nell’armadio, il secondo più schivo e menomato dalla grande guerra. Rupert, vedovo ed artista mancato… tutti i Cazalet hanno in comune l’incomunicabilità con le loro rispettive mogli. Persino la sorella, Rachel, che non si è mai sposata per poter accudire i genitori e non è immune all’amore è una mosca presa nella ragnatela delle convenzioni sociali.
Una famiglia numerosa (e credo con molti segreti che verranno a galla nei futuri romanzi), resa chiassosa dagli eredi che dall’infanzia passano all’adolescenza in un’epoca in cui il “mondo di fuori” è tutto fuorché pronto ad accogliere una nuova generazione. Le gelosie, i malintesi, tutti quei piccoli dettagli tragico-comici che fanno di un assembramento di persone una Famiglia.
Le saghe famigliari, come genere narrativo, non sono nelle mie corde, ma devo ammettere che il successo Elizabeth Jane Howard è comprensibile, e meritato se consideriamo che con un ottimo stile ha prodotto un romanzo storico nel quale è facile immedesimarsi.

GLI EFFETTI SECONDARI DEI SOGNI

GLI EFFETTI SECONDARI DEI SOGNIDelphine de Vigan. Mondadori.
Quando l’affetto non è abbastanza, quando la speranza è destinata alla deriva eppure continua a galleggiare. Un romanzo delicato e drammatico, un acquerello per dipingere l’incontro-scontro tra i patrizi parigini, partecipi del sistema sociale, e i plebei senza tetto:  i fuggiaschi, gli abbandonati, i dimenticati.
I protagonisti di questo romanzo sono bambini già adulti che si trascinano dietro il fardello altrui.
Lou ha 12 anni e frequenta il liceo, una bambina precoce, un piccolo genio che osserva il mondo circostante come un acquario. Sebbene la sua visione sia molto diversa da quella comune, sono poche le cose che sfuggono alla sua attenzione. Lou cataloga, analizza, studia, sopratutto pensa. Continuamente. Non smette un attimo di setacciare e in un reticolo di pensieri così fitti difficilmente l’ingiustizia passa inosservata. La sua è una famiglia per bene, eppure piegata dal dolore, una sorella neonata morta in culla ha tracciato una frontiera tra “il prima” e “il dopo”.
A scuola, perculeggiata da tutti, Lou instaura un’amicizia tenera e molto profonda con il ribelle ripetente della classe. Lucas che vive solo nell’appartamento da cui suo padre se n’è andato, una casa che sua madre ha lasciato per vivere con il nuovo compagno.
È proprio un progetto scolastico che porta Lou a conoscere, per caso, una senza tetto. Noweel, detta No.
Noweel ha diciotto anni, diciannove, sei, oppure sessanta. Non ha casa, non ha famiglia, non ha amici (nessuno ha amici sulla strada), è una lumaca solitaria che striscia nei residui limacciosi della società, un trolley malconcio come guscio.
L’amicizia nasce per caso, per forza, forse anche per sbaglio. Un legame affettivo che da duo diventa trio, la lotta impari tra due ragazzini e tutto il resto del mondo.
Drammatico, ma mai patetico; ironico, ma mai comico. Un libro che affronta un argomento, quello dei clochards, che è in tutto e per tutto un male sociale riconosciuto a cui forse ci si è assuefatti (a Parigi più di 10.000 persone vivono sulla strada). Guardiamo ma non vediamo. Vediamo ma non guardiamo. Tutti indistintamente. Tranne Lou.

BRITMARIE E’ STATA QUI

BRITMARIE E’ STATA QUI. Fredrik Backman. Mondadori.
Va bene… è stata qui, abbiamo capito, però adesso si trasferisce altrove vero?
Brutto da dire di un’autore che amo molto e che scrive davvero bene. Tuttavia “il troppo stroppia” e una volta giunta la fine del romanzo, passato l’entusiasmo per l’ironia e il bello stile, resta il retrogusto amaro di aver letto un libro la cui storia non porta da nessuna parte, dove il protagonista ha l’abitudine di ripetersi. Britmarie è un personaggio che conoscevamo già, a cui purtroppo questo romanzo aggiunge ben poco, fatta eccezione per qualche informazione sulla sua infanzia segnata da un luttuoso incidente.
La storia si apre con Britmarie, sessantenne insopportabile ed avulsa dal mondo, che cerca un lavoro dopo aver lasciato Kent (fresco di infarto, ma comunque e sempre imprenditore di grande successo) e le sue camicie che da anni hanno il profumo della sua amante (un uomo con la sensibilità e la delicatezza di un’emissione d’aria che risale dallo stomaco). Al centro per l’impiego, dopo aver rallegrato la giornata dell’impiegata, Britmarie riceve un incarico temporaneo in un anonimo paesino, abbandonato da dio e dagli uomini. Un luogo desolato dove la crisi ha decimato l’industria lasciandosi dietro carcasse umane di ogni sorta. Senza sapere come e soprattutto senza volerlo, Britmarie diventa parte di un’eclettica comunità nonché allenatore della squadra di calcio locale. Per dovere di cronaca: Britmarie di calcio ne sa meno di me, e io sono rimasta a Dino Zoff. Britmarie detesta il calcio più di me: e io durante i mondiali di non so quale anno guardavo Don Camillo e Peppone.
A far da contorno troviamo personaggi buffi, a volte stereotipati al limite del credibile, che contribuiscono a spingere avanti una storia che a mio parere avrebbe dovuto iniziare, per davvero, con un evento che accade a 3/4 del romanzo.
BRITMARIE E’ STATA QUI, non è un brutto libro, si legge bene ed è anche divertente, ma non sfiora certo i livelli dei suoi predecessori.

VERSO NORD

VERSO NORD. Pia De Jong. Elliot Edizioni.
Andiamo pure verso nord, in Lapponia, in compagnia di una famiglia allo sfascio: figlio incompreso forse prossimo al suicidio, figlia polemica, moglie succube, padre navy seal mancato e vittima della crisi di mezza età con calvizie incipiente. Aggiungiamo un ospite a caso, preso dal mazzo, giusto per far numero, mezzo adolescente, mezzo rambo che ci lascerà senza spiegazioni (perché così fa un uomo in fuga dalla società) prima che il trip sia finito. Una vacanza forzata che si trasforma in un brutto sogno (incubo è un po’ troppo per un romanzo che “ti lascia lì” ad aspettare qualcosa), scomoda e pericolosa. Un viaggio ai confini del mondo che vorrebbe essere di formazione, ma che fatta eccezione per qualche raro movimento di stizza, non dà e non lascia spunti di riflessione.

ASPETTANDO BOJANGLES

ASPETTANDO BOJANGLES. Olivier Bourdeaut. Neri Pozza.
Neri Pozza non sbaglia un colpo.
Un libro di follia e leggerezza che non affronta la malattia mentale, bensì le vive accanto, nel bene e nel male. Un racconto assurdo ed irreale, drammatico come pochi.
Una strana famiglia dove il padre dà ogni giorno un nome diverso alla moglie, la madre dà del Voi a chiunque compreso il figlio, ed infine il bambino che non va più a scuola ricevendo un’educazione a dir poco insolita. La loro casa è sempre animata da feste e cene, alle quali spesso partecipa un senatore, il miglior amico della famiglia. Danze, alcol, burle. Lei, protagonista indiscussa, donna dai mille nomi ed altrettante bizzarrie, strenuamente amata da entrambi gli uomini della sua vita.
Lei, insensato inizio e razionale fine di ogni cosa, sotto gli occhi di un bambino dall’infanzia stramba, è il cardine attorno cui ruota l’intera vicenda, una giostra di personaggi buffamente rappresentati, comparse di una tragica commedia.
Lei che “non tratta il suo piccolo né da adulto né da bambino, ma come un personaggio da romanzo”, chiede spesso al figlio: “Quando la realtà è banale e triste, inventatemi una bella storia”.
Un libro che sembra giocoso, una parvenza destinata a dissiparsi di pagina in pagina, di ricordo in ricordo, rivelando attraverso le parole del diario lasciato dal padre, una dolorosa condizione vissuta sino alla fine. Una donna affetta da bipolarismo e schizofrenia, della quale il marito asseconda gli eccessi, gli scherzi e l’anomala vivacità, decidendo di vivere in un mondo stravagante dove ogni giorno è un nuovo inizio.

UNA INFANZIA SIBERIANA

UNA INFANZIA SIBERIANA. Clara Strada Janovic. Marsilio.
Estremo oriente siberiano. Una terra sconosciuta, lontana ed aliena, che certo non figura nella letteratura contemporanea. Clara Strada Janovic ha raccolto i suoi ricordi in questo libro, rimembranze, appunto, della sua infanzia siberiana. Nata nel 1935, Clara Strada Janovic è cresciuta sotto l’egida di Stalin e degli anni che hanno seguito la sua dipartita. Un’epoca in cui la politica, vissuta o combattuta, aveva un posto in prima fila nella vita del comune cittadino. Un periodo storico di clamore e orrore, si alterna alla durezza e alla meraviglia di una natura incontaminata, dove l’uomo è un ospite che deve guadagnarsi il diritto di sopravvivere. Seppur racchiusa in un microcosmo socialmente artificiale, Clara è una cittadina del mondo e cresce in mezzo a diverse popolazioni ed etnie, tungusi, ghiliaki, nanai, contadini deportati dopo la collettivizzazione delle campagne; coreani, cinesi, tatari, polacchi.
Dalla taiga siberiana all’Italia di Palmiro Togliatti e Carol Wojtyla, Clara Strada Janovic racconta  la vita quotidiana di un’ideologia forte e anche amata, che diventata regime; con occhio vigile e mai disincantato, capace di cogliere il bello ed il brutto.

MIA SORELLA E’ UNA FOCA MONACA

MIA SORELLA E’ UNA FOCA MONACA. Christian Frascella. Fazi Editore.
Torino. La fine degli anni Ottanta vede crollare il Muro.
Il protagonista di questo libro è un diciassettenne con un’alta considerazione di sé.  Uno sbruffone buffo. Convinto di essere un gran picchiatore, che viene steso dal bullo della scuola in pochi secondi. Un Casanova spaccone ed imbranato, poco convincente; ex studente in attesa di buttarsi a pesce nel mondo del lavoro (siamo in un’epoca in cui il lavoro nelle fabbriche era ancora disponibile e grandemente considerato).
Vive con il padre, quasi-alcolista abbandonato dalla moglie per un uomo più giovane, e la sorella. Una giovane seria e di chiesa.
Non piange mai il protagonista di questa storia e continua a ripetersi  di essere più in gamba di tutti, nonostante la vita lo metta col sedere per terra un giorno sì e uno no. Una convinzione che lo riveste come il mantello di superman, o quello di Harry Potter. Un mantra che gli permette di sopravvivere in mondo che cambia drasticamente e in una cittadina dove tutto è immobile.
Un libro veloce e caustico, esilarante a volte, aggressivo e doloroso, che dipinge un tempo ormai lontano ed un italianissimo protagonista di periferia che rispecchia la tradizione letteraria del talentuoso perdente.