ARDUIN IL RINNEGATO

ARUIN IL RINNEGATO. Silvana De Mari. Edizioni Ares.
«Quando l’ultimo drago e l’ultimo elfo spezzeranno il cerchio, il passato e il futuro si incontreranno, il sole di una nuova estate splenderà nel cielo…»
L’antefatto. Dalla penna di Silvana De Mari, non l’ultima, bensì la prima avventura. L’origine della spirale. Il prequel che introduce il regno degli Uomini, il regno degli Orchi e quello degli Elfi.
Arduink  è un orco, un ragazzetto malmenato ed affamato dal padre che per risollevare la sua triste sorte decide di venderlo all’esercito. Un esercito appositamente studiato per sconfiggere gli Uomini mettendo in ginocchio i loro protettori, gli Elfi. Una milizia di bambini a stento sopravvissuti alle bastonate e destinati al suicidio, poco più che animali, dove Arduink si guadagna immediatamente l’astio dell’addestratore e dei compagni. Eppure Arduink ha qualcosa che manca alla maggior parte, come l’amico Hortrus, ha conosciuto l’affetto nell’infanzia, un aspetto disprezzato e proibiton nella società orca.
Dall’arruolamento forzato alla diserzione: saltimbanco, prigioniero, guerriero, rinnegato, padre. La storia di Arduink, abbreviato per comodità e necessità in Arduin, non è certo quella trascritta nelle cronache di Dalingar.
Arduin che diversamente dai bambini degli uomini, non era stato amato. Arduin che, a differenza dei nobili con cui si è trovato ad avere a che fare, conosceva la fame, la sete, la privazione, l’umiliazione. Arduin che non combatteva con una lupa, bensì con un cucciolo di sciacallo che troppo spesso gli stava tra i piedi. Arduin la cui arma non era una spada scintillante, ma un’ascia.
Arduin. Il sognatore, innamorato di una principessa umana che lo sposerà per dovere e per principio, e che troppo tardi si accorgerà di aver amato un orco.
Arduin. Il guerriero che combatte affinché altri non debbano farlo, persino contro la sua stessa gente.
Arduin che regnava sul mondo degli Uomini pur essendo un orco a tutti gli affetti, e dalla cui discendenza sarebbero nati Rankstrail e Rosalba (ndr: Rankstrail resta il io preferito). Un uomo che malgrado la razza, la tradizione e l’ignoranza ha iniziato a notare dettagli, porsi domande e soprattutto è stato in grado di accettare le risposte, dove e come arrivavano, sfuggendo così al giogo imposto dalla società.
Arduin il Rinnegato è un libro molto bello, lo stile della De Mari è inconfondibile. C’è poco da dire: sa scrivere. Sa evocare. Siamo tutti lì, con Arduin, mentre pesto ed illividito tallona suo padre; mentre balla con l’orso; mentre decide che un popolo che mette a morte i bambini forse non merita di essere salvato, ma di certo ne ha bisogno.
Unico neo: la ridondanza. I concetti sono ormai famigliari, temi cari alla De Mari, sfortunatamente ripetuti troppe volte, da bocche che, avendo letto e riletto tutta la saga, seppur diverse finiscono per somigliarsi.

PER PRIMO HANNO UCCISO MIO PADRE.

PER PRIMO HANNO UCCISO MIO PADRE. Loung Hung. Piemme.
17 aprile 1975. Loung Ung, 5 anni, e la sua famiglia fuggono da Phnom Penh.
Il padre, un uomo fermo, coraggioso, amabile, che non smetterà mai di essere una presenza fissa nella vita di Luong, lavora per il governo che è appena stato spodestato dagli Khmer Rossi. Loung è una bambina sveglia, inquisitiva (una caratteristica che per l’età, l’estrazione sociale e l’epoca non è proprio un pregio), non sa darsi pace per quell’esodo scomodo e furtivo, apparentemente senza meta, sino a quando, giunti in campagna dai parenti agricoltori la verità le piomba addosso come una maledizione. Non torneranno mai casa, non devono parlare della loro precedente vita in città (gli Khmer rossi considerano corrotti dall’occidente tutti coloro che hanno lasciato la campagna, solo i contadini sono ritenuti “puri”), vivono sotto mentite spoglie, con la costante paura che qualcuno possa riconoscere loro o il padre.  Quello che Luong ancora non sa è che il colpo di stato ha condannato tutta la Cambogia ad una lenta morte. Un genocidio di quasi due milioni di cambogiani, uccisi dalla fame, dalle malattie, dalle esecuzioni sommarie. Una terra deturpata e fiaccata da un’ideologia folle.
Per quanto risoluta ed accorta, la famiglia di Luong si disintegra. Per prima suo sorella maggiore, inviata in un campo di lavoro, poi suo padre ed infine sua madre e la sorella minore. I suoi fratelli imprigionati e lei stessa destinata ad un campo di addestramento. Una lotta continua contro la fame, la disperazione, il lavaggio del cervello ad opera degli istruttori.
Ci vogliono anni prima che i vietnamiti pongano fine al regime, mesi trascorsi con il fratello  ritrovato, e la di lui moglie, in un campo profughi prima che ai tre venga concesso il visto per gli Stati Uniti.
Ciò che più tocca della narrazione non è certo lo stile, semplice e diretto, bensì la “vista” da basso. La guerra civile, la morte, la fame, vista con gli occhi di una bambina che aveva tutto e si trova inspiegabilmente a non avere niente. Un libro che fa riflettere.

UNA FIAMMA NELLA NOTTE

UNA FIAMMA NELLA NOTTE. Sabaa Tahir. Nord.
Secondo capitolo, tormento e pathos segnano le pagine (speriamo che il terzo volume torni al livello del primo, qui il pathos inizia ad essere eccessivo).
Elias, figlio non voluto della Comandante, ha finalmente definito se stesso e deciso da quale parte dell’Impero vuole stare: contro l’Impero. Condannato a morte per non aver giustiziato Laia (che per quanto mi riguarda avrebbe potuto essere lasciata alla in-giustizia)  sceglie di darsi alla fuga (rocambolesca e non senza molto aiuto) accettando in cambio di fare irruzione nella prigione di Kauf per salvare il fratello di Laia, divenuto un membro della resistenza.
Questo ciò che accade in poche, pochissime parole.
Tra tutti i personaggi (alcuni davvero degni di nota, inclusa la Comandante che nasconde un segreto di un certo rilievo) spicca, senza ombra di dubbio, Helene, ora divenuta l’Averla Sanguinaria e disgraziatamente vincolata al nuovo imperatore Marcus. Un personaggio complesso che per fortuna fa da contrappeso alla insulsaggine di Laila.
Attendiamo con trepidazione la conclusione (la cui pubblicazione a detta di Amazon è già stata posticipata ben due volte…)

EDUCAZIONE EUROPEA

EDUCAZIONE EUROPEA. Romain Gary. Neri Pozza.
Romanzo scritto mentre era aviatore delle forze alleate durante la seconda guerra mondiale, Educazione Europea è uno dei libri più importanti di Romain Gary. Un libro sulla resistenza e sulla sopravvivenza, l’eroica e sempiterna lotta tra la desolazione e la sofferenza di una terra martoriata dai nazisti e la speranza, spesso illusoria ma non per questo meno potente.
Janek è il protagonista, un ragazzo che si trova suo malgrado parte di un gruppo di partigiani, uomini affamati e dolenti. Ormai orfano, diventa ben presto un conoscitore della fame, del freddo, l’orrore, la malattia. Eppure, anche sperduti nei boschi, senza dimora e senza più una famiglia, braccati come animali che a stento misurano il tempo tra un’alba ed un tramonto, Janek impara il culto della libertà, la semplicità di un’esistenza dove nonostante le brutture nemmeno l’amore gli è negato.
Romain Gary scrive un romanzo contro l’oppressione, affinché, come recita una poesia dello studente Dobranski, «l’ultimo stato sovrano crolli ai colpi dei patrioti europei», «si spenga nel mondo l’eco dell’ultimo canto nazionale», e l’Europa finalmente «si erga e cammini».
Un libro toccante, violento e malinconico, una ballata disperata e spietata, uno spaccato della seconda guerra mondiale visto dal basso, dal buco dove i superstiti si sono nascosti, dal buco da cui sono usciti per vivere e morire.

FRATELLI NELLA NOTTE

FRATELLI NELLA NOTTE. Cristiano Cavina. Feltrinelli.
1944. Mario, contadino romagnolo, mite e solitario, riceve la cartolina di leva. Scappa di casa e si rifugia da alcuni parenti che per un poco lo ospitano. Tuttavia un disertore è un pericolo per tutti, quindi per necessità si unisce alla 36a brigata Garibaldi. Lui che di combattente non ha nulla, viene assegnato all’accudimento dei muli e dei cavalli, con cui si trova meglio che con le persone. I compagni partigiani gli appioppano il nome di Tarzan (Mario è piccolo di statura, tranquillo e fifone) e, nonostante gli sforzi per mantenersi lontano dalla guerra, si trova suo malgrado in prima linea. Uno scontro a fuoco, un proiettile nell’addome, un fratello (il suo), Gianì, quasi uno sconosciuto che diventa la sua unica speranza di sopravvivenza.
Un libro che ha una forma scarna, secca come i personaggi che compaiono e scompaiono, uomini e donne poco loquaci, poche parole e dure verità. Un libro interessante, una breve cronaca di vita vissuta in un momento storico in cui la precarietà dell’esistenza non era filosofia.

DENTRO SOFFIA IL VENTO

dentro soffia il ventoDENTRO SOFFIA IL VENTO. Francesca Diotallevi. Neri Pozza.
Val d’Aosta anni ’20 in un piccolo paesino abbarbicato sulle Alpi dove la gente vive e sopravvive a costo di grandi sacrifici e lavoro. La storia è raccontata a tre voci. Da don Agape, il nuovo parroco che arriva da Roma già pieno di dubbi per mettersi alla prova,  fatica ad integrarsi in questa comunità di gente ruvida, diffidente ed essenziale, e soffre le ingerenze del vecchio e granitico parroco che crede in un dio diverso dal suo, crudele e vendicatore capace di mantenere l’ordine nella piccola comunità. Fiamma, una ragazza che vive sola nei boschi, considerata da tutti una strega, temuta ed emarginata, ma l’unica persona a cui poi tutti si rivolgono di nascosto con la complicità della notte per chiedere i rimedi che prepara con la conoscenza delle erbe che le ha insegnato la madre. Yann uomo alla deriva, annientato dalla disperazione per l’incidente che l’ha ridotto a zoppo e soprattutto per la perdita in guerra del fratello minore Raphael, ragazzo solare e sensibile nonchè unico grande amico di Fiamma.
E’ un romanzo che parla di pregiudizi, di superstizione, di guerra, di amore e di senso di comunità. La storia si srotola pian piano fino a metterne insieme i pezzi, lo stile è veramente gradevole e di alto livello, i personaggi caratterizzati in maniera perfetta, insomma fino a tre quarti ho condiviso pienamente i pareri entusiastici che si trovano in rete, il finale invece no, è una vera occasione sprecata, banale e scontato happy ending zuccheroso che mi ha lasciato l’amore in bocca. Altra pecca un po’ troppo simile a Chocolat.

SOGNI DI MOSTRI E DIVINITÀ

6738960SOGNI DI MOSTRI E DIVINITÀ. Laini Taylor. Fazi Editore.
La saga inaugurata con La Chimera di Praga si conclude con un flop.
Siamo seri: non avrebbe dovuto essere una trilogia. Il terzo volume è talmente tirato per i capelli che fa male alla cute, non c’è paragone rispetto ai suoi predecessori (libri e racconti brevi), che ho amato e caldamente consigliato alle mie “compagne di lettura”.
Karou e Akiva continuano la danza degli sguardi, attorniati da un nuovo popolo: angeli e chimere alleati contro l’imperatore, che ha trovato un modo per portare il suo esercito da Eretz alla Terra con il proposito di appropriarsi delle armi terrestri e sterminare i popoli che ancora gli si oppongono. Il loro arrivo a Roma è strategico: i serafini sono belli, sono l’esercito del bene venuto a combattere il male rappresentato da quegli esseri antropomorfi chiamati chimere.
La convivenza tra angeli e chimere è ardua, difficile sedare secoli di odio debitamente alimentato; eppure la sopravvivenza può tutto.
Sfortunatamente tra i personaggi ormai noti s’incunea una figura di troppo: l’angelo perduto, una creatura soprannaturale sopravvissuta per caso, venuta da chissà dove, della quale non faccio altra menzione, perché rappresenta di per sé un espediente artificioso, confusionario che mal si assesta nella storia, per dare un finale.
Troppa carme al fuoco cuoce male.

KOBANE CALLING

kobane callingKOBANE CALLING. Zerocalcare. Bao Publising.
Oggi parlo di un libro a fumetti. Ho conosciuto i fumetti di Zerocalcare tramite facebook, qualche amico pubblicava le strisce del suo blog e io ridevo come una matta. Credo che la combinazione vincente sia accento romanaccio – temi d’attualità – personaggio trentenne confuso come me.
Tanto per fare un esempio,  ecco una delle mie vignette preferite:

kobane

Ho letto alcuni dei suoi libri e ho scoperto con piacere che uno in particolare era stato candidato al premio Strega. Ok, non avrebbe mai vinto, ma credo sia il primo libro a fumetti mai menzionato in premiazioni di questo tipo.
Kobane Calling è diverso da tutti i suoi lavori precedenti, nasce da un reportage pubblicato sull’Internazionale nel 2015, nel quale racconta la sua esperienza sul confine turco-siriano in supporto al popolo curdo. Viene poi arricchito e reso completo nella pubblicazione di questo volume.
L’autore ironizza sul fatto di essere diventato un fumettista impegnato, si presenta sempre nel suo ruolo di ormai ultratrentenne un po’ “sfigatello”, quello che ha più paura tra i suoi compagni di viaggio, che fa domande inopportune ai combattenti con cui ha la possibilità di parlare, che si lamenta delle colazioni a base di lenticchie disperando per la mancanza di merendine.
Ma è lì per documentare una guerra, della quale si sa poco, che viene spesso e volentieri strumentalizzata dai politici di una parte o dell’altra. E documentarla con un fumetto è la sua grande innovazione. La storia di questi popoli viene riassunta e semplificata in un modo comprensibile a tutti, forse troppo semplice per chi la conosce bene o la studia, ma per il grande pubblico è uno strumento importante che apre una finestra su mondi poco conosciuti.
Vuole parlare in particolare del Rojava, una striscia di terra divisa in tre cantoni, retto da confederalismo democratico, regolato da un contratto sociale basato sulla convivenza etnica e religiosa, la partecipazione, l’emancipazione femminile, la ridistribuzione delle ricchezze e l’ecologia. L’intento del suo secondo viaggio in particolare è verificare se davvero questi principi ci sono e se stanno in qualche modo funzionando.
Molto interessante è l’attenzione sull’emancipazione femminile delle combattenti che Zerocalcare e i suoi amici incontrano in questo viaggio, donne che devono imparare prima di tutto a camminare a testa alta e ad essere rispettate, in seguito a combattere e a dare ordini, anche agli uomini.
Descrive questa esperienza come una tensione al miglioramento che ognuno può fare propria e declinare nel suo contesto di vita.
Sempre con ironia, si definisce  “emo”, perché mette spesso in luce l’aspetto emotivo che risuona dentro di lui durante gli incontri con persone e storie tanto diverse dalla sua. Io credo che sia anche questo un punto di forza del libro e dell’autore, perché riescono a creare un canale con cui avvicinare e sensibilizzare il lettore a luoghi e volti che sembrano tanto distanti, ma forse non lo sono.

IL FAVOLOSO LIBRO DI PERLE

il favoloso libro di perleIL FAVOLOSO LIBRO DI PERLE. Timothée de Fombelle. Mondadori.
La felice idea dell’autore è quella di unire due mondi. Il mondo delle fiabe, nel quale la fata Olia rinuncia a tutti i suoi poteri per poter salvare il principe di cui si è innamorata, e il nostro mondo nel quale è stato confinato lo stesso principe da una maledizione. Adottato dai Perle, una coppia di pasticceri ebrei di Parigi negli anni precedenti alla seconda guerra mondiale, Ilian trova casualmente in un campo di prigionia la prova che i due mondi possono entrare in comunicazione e dedicherà tutta la vita a cercare il modo per tornare da Olia senza sapere che lei stessa lo segue ma non può palesarsi.
Gran bel romanzo impregnato di malinconia, accattivante l’intreccio nel quale si ricostruisce pian piano la storia dei due protagonisti e bellissima la scelta del periodo storico che da modo di affrontare temi più impegnativi. Due difetti rilevanti però li ha: l’inizio nel quale entrano in scena tutti i personaggi senza spiegazioni iniziali è decisamente troppo lungo e l’espediente atto a creare suspence rischia di stancare e di risultare eccessivo, l’altra cosa che non mi ha convinta è che i personaggi rimangono distanti, non coinvolgono, ma ho il dubbio che questo sia un effetto voluto in tipico stile fiabesco.

Hyperversum 3 – Il cavaliere del tempo.

imagesHyperversum 3 – Il cavaliere del tempo. Cecilia Randal. Giunti.
Ian e Daniel sono separati da qualche anno. Tuttavia Daniel si ostina a giocare ad Hyperversum nella speranza di riuscire a “fare un salto” ed incontrare di nuovo Jean/Ian Marc de Ponthieu. Un giorno Daniel riceve una misteriosa e-mail firmata Falco d’Argento, contenente indizi che gli riportano alla mente Ian. Daniel imposta immediatamente una partita di Hyperversum seguendo le indicazioni della e-mail, scoprendo poi che a inviarla è stato un ragazzo canadese di nome Ty Hamilton, che per qualche motivo ha usato il nome di Falco d’Argento solo per attirare il suo interesse.
Di nuovo insieme, di nuovo nel passato, dove Ian è oramai Jean Marc de Ponthieu, feudatario conosciuto e rispettato, marito e padre devoto. È un uomo felice che pur con qualche fatica ha saputo adattarsi ad un’epoca che non gli apparteneva. I due cavalieri si trovano in mezzo alla Crociata Albigese, con un nuovo antagonista: Adolphe de Gant, soprannominato “il corvo”, ufficiale crociato che dopo aver attentato alla vita di Ian senza successo decide di porre di mettere la parola fine alla contesa utilizzando il veleno contro Ian e tutta la sua famiglia. L’intossicazione provoca la morte di alcuni, ma soprattutto induce il conte de Ponthieu ad accusare Ian di stregoneria e bandirlo dal feudo.
Ian, sconvolto dalla perdita e per nulla consolato dalla vendetta che è riuscito a consumare, si ritira nel monastero di St. Michel per espiare quelle che considera le sue colpe. Solo dopo molti mesi di esilio riceverà il perdono di Guillaume e potrà tornare a Chatel-Argent per veder nascere il secondo figlio.