UN PAPPAGALLO VOLO’ SULL’IJSSEL

UN PAPPAGALLO VOLO’ SULL’IJSSEL. Kader Abdolah. Iperborea.
Abdolah probabilmente prende spunto dalla sua esperienza di rifugiato politico e scrive un romanzo corale nel quale racconta la vita di un gruppo di primi immigrati in Olanda negli anni ’80, sistemati in piccoli paesi rurali sulle sponde del fiume Ijssel. La curiosità e la solidarietà iniziali, con il passare degli anni e gli arrivi di massa, si trasformano in diffidenza e vera propria ostilità, dopo l’11 settembre e due omicidi molto simbolici come quello del regista Theo van Gogh, in vero e proprio odio irrazionale e spianano la strada ai radicali partiti populisti oramai tristemente diffusi in tutta Europa. Da Memed fuggito per cercare di curare la figlia, a Khalid miniatore del Corano, gli anziani con un passato di rilievo nei loro paesi di provenienza, e Pari madre di famiglia e moglie di un attivista armato, ognuno cercherà una propria collocazione e un futuro nel nuovo paese. Alcuni riusciranno, altri pagheranno cara la loro scelta di emancipazione, altri ancora rimarranno in un insoddisfacente limbo di sopravvivenza.
Questo romanzo, molto orientale nel ritmo, ha il grande pregio di mantenere lucidità e obiettività anche se l’autore ha vissuto in prima persona molte di queste esperienze, non scade mai nel patetico, cosa che spesso capita quando si parla di immigrazione, e non offre certo risposte facili e buoniste. Ci racconta le ragioni di tutti, immigrati e autoctoni, e va da se che quando culture così diverse si incontrano il dialogo e l’apertura mentale sono l’unica risposta a un fenomeno che non ha una vera e propria soluzione. Finchè esisteranno guerre e regimi totalitari io non mi sento di negare una possibilità di fuga e futuro a nessuno.

EXIT WEST

EXIT WEST. Mohsin Hamid. Einaudi.
E’ uno dei libri americani più acclamati, Obama l’ha definito la sua miglior lettura dell’anno, di certo è molto attuale.
In un paese mediorientale non definito Nadia e Saeed si innamorano di quell’amore istintivo che da giovani è impossibile contrastare nonostante le differenze. Sicura, forte e decisa lei; intelligente ma mite e devoto lui. La guerra però non gli lascia scelta e per sopravvivere decidono di attraversare una delle porte di cui si parla ovunque ormai. Porte misteriose capaci di portarti in luoghi sicuri del mondo. Mykonos, Londra poi la California, ai due ragazzi e al flusso immenso, inevitabile e pacifico di immigrati, vengono riservate diverse accoglienze perchè anche lo sconcerto dei nativi è tanto e differente. Nello sforzo di sopravvivere prima e di cercare di ricostruirsi un futuro poi, Nadia e Saeed però affrontano i problemi in maniera diversa e nonostante gli sforzi si perdono, probabilmente sarebbe successo comunque, forse no, di certo dietro ogni rifugiato c’è un individuo che come tutti cerca la felicità.
Davvero un bel romanzo con ottimi spunti di riflessione e sicuramente molto diverso da tutti gli altri che ho letto sullo stesso tema.

ORFANI BIANCHI

9788861907034ORFANI BIANCHI. Antonio Manzini. Chiarelettere.
“Volevo misurarmi con un personaggio femminile. Una donna unica con una vita difficile che per trovare un angolo di serenità è pronta a sacrifici immensi. Mia nonna stava morendo, io guardavo Maria che le faceva compagnia e veniva da un paesino della Romania. E mi domandavo: quanto costa rinunciare alla propria famiglia per badare a quella degli altri?”
Antonio Manzini

Sta lì, sugli scaffali delle librerie, il libro di Manzini. Una copertina stellata per un libro cha parla di noi. Non chiediamoci in quanti lo leggeranno, ma in quanti passeranno oltre dopo aver dato uno sguardo alla quarta di copertina, forse in punta di piedi, forse a testa alta, con la calorosa impassibilità che l’autore ha saputo rendere tanto bene.
Mirta è moldava e fa la badante. L’unico scopo della sua vita, l’unico sprone e speranza, è il figlio Ilie, che ha lasciato al paesino. Un paese povero, fatto di vecchi e sciagure e che non finiscono mai, un luogo con cui Mirta mantiene i contatti come meglio può, mandando a casa denaro, medicine, abiti… tutto quanto può servire alla sua famiglia.
Tra preoccupazioni, sacrifici e umiliazioni, Mirta si dimena come un pesce fuor d’acqua in una poltiglia di umana noncuranza, cattiveria e meschinità. Accudire gli anziani significa scendere a patti con famigliari assenti (nella migliore delle ipotesi) e scadenti, significa lasciare la propria famiglia in balia del caso, per accudire degli sconosciuti con il solo scopo di guadagnare abbastanza denaro per assicurare il cibo, un giocattolo, qualche medicina e forse una stufa nuova.
La storia di Mirta è dolorosa ed imbarazzante sotto ogni aspetto.
Non ho intenzione di raccontare le vicende, quelle le leggete, posso solo dire che attraverso gli occhi di Mirta (che ci vede bene) la nostra società non fa una bella figura.

IL BAMBINO MAGICO

il bambino magicoIL BAMBINO MAGICO. Maria Paola Colombo. Mondadori.
Gora non dimenticherà mai quella notte, la notte nella quale ha sentito il padre, il più grande lottatore della zona, piangere, non capisce nemmeno perchè, sì certo il bambino appena nato Moussa è albino, un bianco in un mondo di neri, ma è pur sempre suo fratello e lui lo difenderà a qualsiasi costo.
Così inizia la storia di Gora, Moussa e Miriam, tre bambini di un villaggio africano, tre amici inseparabili: il cauto e affidabile Gora, Moussa il forte provocatore e la bellissima e incontentabile Miriam. Il loro è un villaggio povero certo ma non ci sono guerre, c’è solo il mondo che bussa alla porta, un mondo sconosciuto e affascinante, che porta tutti i giovani e meno giovani verso le città e verso continenti lontani che promettono di essere veri e proprio paradisi.
Dall’Africa a Milano quindi, dove la realtà è ben diversa e il calvario inizia ancora prima di lasciare il loro continente, ma dove ogni giorno dalle persone più inaspettate arrivano gesti di fiducia e amore che in qualche modo li tengono a galla.
Voglio rivelare il meno possibile di questo splendido e attualissimo romanzo. Sono rimasta davvero sbalordita quando ho scoperto che l’autrice ha appena 36 anni: per l’intensità che ha saputo trasmettere che suggerisce che dall’altra parte del foglio ci sia qualcuno che di vita ne ha vissuta parecchia, e anche per lo prosa elegante e matura. Insomma un libro assolutamente da leggere: per ridere (i dialoghi tra Gora e il bambino che lo crede un angelo sono di una tenerezza unica) per piangere (su questo non aprirò bocca) per provare intense emozioni, leggiamo soprattutto per questo no??!!

LA BANDA DELLA CULLA

la banda della cullaLA BANDA DELLA CULLA. Francesca Fornario. Einaudi.
A Roma tre coppie molto assortite si incontrano nella sala d’aspetto di una ginecologa, hanno un desiderio in comune ma situazioni quasi agli antipodi. Francesco e Claudia, studenti fuori sede ventenni che si arrabattano ogni giorno per riuscire a pagare la loro squallida stanza in affitto e arrivare a fine mese, che aspettano due gemelli. Giulia e Miguel, lei storica dell’arte che lavora sotto pseudonimo in una rivista di gossip e lui chirurgo argentino che lavora in nero in un ristorante messicano, che non riescono ad avere figli. Camilla e Veronica che stanno inseme da molti anni ormai, hanno un tenore di vita alto ma a cui le leggi italiane non riconosco alcun tipo di diritto men che meno all’adozione. Si conoscono per caso, si comprendono immediatamente laddove ognuno di loro è arrivato al dunque, sono tutti talmente sfiniti e arrabbiati da decidere di aggirare la legge, ma si sa la vita quasi mai è giusta, e mai è conciliante.
Il mio commento a questo primo romanzo della Fornario, giornalista e autrice satirica, è WOW. L’istantanea del nostro paese è agghiacciante nella sua veridicità, ci sarebbe da piangere ma lei è talmente brava e intelligente da saperlo raccontare con un’ironia spassosissima, le preghiere di Giulia a quel dio che lei reputa totalmente inetto ma in cui crede fermamente le ho rilette più di una volta, sono splendide. I temi trattati sono tutti all’ordine del giorno: le leggi assurde che regolano l’immigrazione, quelle inesistenti sull’eterologa e sulle unioni civili, per finire con le condizioni di lavoro da terzo mondo che i giovani laureati e non solo devono accettare. Un inizio sfavillante, un finale decisamente più triste e credibile, del resto questa non è una favola, è solo uno splendido e attualissimo romanzo.

MI CHIAMAVANO PICCOLO FALLIMENTO

piccolo fallimentoMI CHIAMAVANO PICCOLO FALLIMENTO. Gary Shteyngart. Guanda.
Vorrei dire di essere una delle poche persone che vantano nella propria libreria una copia autografata con tanto di dedica di questo libro. Ma la verità è che in settembre al Festival della Letteratura di Mantova, all’incontro con l’autore presentato da Malvaldi eravamo veramente in tanti. Un’ora letteralmente volata via tra grasse risate e sogghigni un po’ più amari. Beh in questa autobiografia c’è ben poco da ridere, e nonostante l’autore che io trovo fantastico, sfoggi tutta l’ironia smaccata di cui dispone, unica arma degli ebrei immigrati, come lui l’ha definita, percepiamo nettamente tutta l’amarezza, la sofferenza e la solitudine che hanno accompagnato gran parte della sua vita. Nato ai primi degli anni ’70 a Leningrado, in una Russia ormai al collasso, asmatico e piccolo ma con una fantasia e un’insicurezza infinite, ha fin da subito la percezione di essere una delusione per i genitori che nonostante la amino profondamente non perdono occasione per mortificarlo. A sette anni per salvarlo da un destino già scritto emigrano negli Stati Uniti e da qui inizia la sua nuova vita e la scalata sociale non solo della famiglia ma la sua perenne ricerca di accettazione e di quel senso di appartenenza che gli è precluso fin dalla prima scuola ebraica alla quale lo iscrivono i genitori, per proseguire fino alla sua vita adulta. Un libro veramente molto bello che ho trovato quasi perfetto fino al racconto del college, con alcuni episodi a dir poco indimenticabili in particolare il capitolo dell’arrivo in America, ma che da li in poi si è appesantito di dettagli ed episodi irrilevanti. Buona parte dei capitoli era comparsa sotto forma di articoli sul New Yorker, importante periodico statunitense, da li forse molte delle lungaggini che in un libro potevano essere evitate. Resta comunque una lettura sicuramente memorabile.

DOPO TUTTO QUESTO

DOPO TUTTO QUESTO. Alice McDermott. Einaudi.
dopotuttoquestoLa famiglia Keane è una famiglia cattolica di origini irlandesi. Il romanzo ripercorre tutta la sua storia: dall’incontro dei genitori in una New York in attesa della fine della seconda guerra mondiale, alla nascita dei quattro figli (macigni di preoccupazione per il cuore onesto del padre), e la loro crescita in un’America sempre più irriconoscibile. I giovani Keane negli anni della guerra del Vietnam e della rivoluzione sessuale non possono che scontrarsi con i vecchi ma radicati valori dei genitori. "… erano i figli di mezzo nati a metà del secolo da genitori di ceto medio e passati da scuole mediocri di provincia a college mediocri all’altro capo dello stato. Per la maggior parte sarebbero diventati insegnanti. Le facoltà più gettonate erano quelle umanistiche e tecniche visto che qualunque interesse in ambito scientifico o matematico preludeva a carriere più brillanti". Un bella storia scritta magistralmente ma velata da una coperta di malinconia forse un po’ troppo pesante. E’ la prima opera che leggo di questa giovane ma già famosa (negli Stati Uniti) scrittrice, ha "quasi" vinto moltissimi premi letterari, e non posso dire di non condividere quel "quasi". Tutti i personaggi sono tratteggiati bene ma risultano troppo distanti, sembra di guardarli da lontano non di partecipare alla loro storia.

MAPPE PER AMANTI SMARRITI

MAPPE PER AMANTI SMARRITI. Nadeem Aslam. Ed. Feltrinelli.
Mappe per amanti smarriti, Nadeem Aslam Leggendo qualche nota biografica dell’autore mi ha colpito molto il fatto che dopo un primo romanzo giovanile che lo consacrava come una promessa della narrativa moderna ci abbia messo ben 11 anni a finire il suo secondo romanzo, questo, cosa insolita e ammirevole considerate le pressioni che deve aver avuto da parte della casa editrice. Una cosa posso dirla tranquillamente, ci ha pensato bene e si nota lo sforzo in ogni singola frase e di questo i lettori non potranno che essergli grati. La storia è ambientata in un piccolo paesino alla periferia di una città inglese, un paese popolato solo da immigrati per lo più pachistani. Una comunità chiusa in se stessa i cui vecchi vogliono avere meno contatti possibili con il mondo dei bianchi, gli occidentali, spesso scostanti e a volte offensivi e violenti. E i cui giovani nati in Inghilterra invece rimangono imprigionati tra la voglia di vivere una vita normale e occidentale e l’autorità dei genitori che li vogliono tenere legati, a volte con metodi non troppo democratici, alla loro cultura madre. Tutta la storia gira attorno alla sparizione di due amanti, Jugnu e Chanda, che convivevano senza essere sposati, nel peccato, a dire il vero la cosa era inevitabile a causa di una legge mussulmana, del cui duplice omicidio sono stati accusati i fratelli di lei per vendicare la vergogna gettata sulla famiglia dalla sorella. Parlano Shamas, fratello di Jugnu, e Kaukab la moglie. Shamas crede e lotta per una vera integrazione ed è la voce tollerante e aperta alle diverse culture e religioni che si incontrano nel libro. Kaukab è una donna ignorante e semplice, molto religiosa ai limiti del fanatismo ma così umana e con tutte le peculiarità di una mamma. Questo credo sia il personaggio più importante e complicato del libro, perché rappresenta meglio le contraddizioni e le difficoltà che devono affrontare gli immigrati e in particolare quelli mussulmani a confronto con una cultura così diversa dalla loro. A causa del suo approccio così rigido alla vita occidentale Kaukab ha allontanato i figli da sè, l’unica sua ragione di vita e non si capacita del come, considerato che ha sempre agito e questo glielo si deve concedere, solo per il loro bene. Un libro splendido, che ti regala tutte le emozioni possibili, gioia, riso, dolore e rabbia, tanta rabbia che non si sa dove focalizzare perché davvero non esistono colpe vere e proprie. E’ una forte denuncia contro tutti i fanatismi fatta da un’autorevole voce, lo scrittore è nato e vissuto in Pakistan fino a 14 anni. Un cenno particolare va fatto a quel velo onirico che avvolge le descrizioni del libro, immagini particolari a volte non semplicissime ma che si stampano come fotografie nella mente. Spero solo che non ci vorranno altri 11 anni per leggere il suo prossimo libro.