VITTORIA

VITTORIA. Barbara Fiorio. Feltrinelli.
Sto cercando le giuste parole per commentare questo libro da due giorni ormai. Non se ne trovano. Mi scuso da subito.
Abituati allo stile della Fiorio, ci si avvicina alla sua ultima opera, dalla copertina curiosa e variopinta, con le consuete aspettative: ironia pungente e comicità seria.
Vittoria è una sorpresa: una lettura amara, eppure il lettore, come Socrate fece con la sua cicuta, la trangugia come se non ci fosse un domani. Distante dai suoi predecessori, questo libro ha in sé il seme del realismo, non quello divertente, bensì quello vero, quotidiano, terreno.
“Non si può amare chi non ci ama, è contro natura.”
Genova. Vittoria è una donna di 46 anni, un’età atroce per rimanere soli, per stare a guardare il futuro sgretolarsi e crollare, lasciando il presente annichilito e diroccato come una moderna Pompei.
Una donna in crisi affettiva, perché reduce da una relazione che l’ha prosciugata di ogni energia e speranza. In crisi creativa, perché cammin facendo ha accantonato il suo talento, l’arte della fotografia.
Disorientata e triste, senza un compagno e senza un lavoro (N.d.R. non stupiamoci, questo è il 2018), Vittoria raccoglie i cocci della vita che credeva di avere, sotto gli occhi preoccupati e partecipi degli amici, scialuppe e roccaforti che dall’esterno hanno avuto lo spiacevole privilegio di assistere allo sboccio sconsiderato di un Ego velleitario in crisi di identità (N.d.R. mi rifiuto di fare spoiler, andate a leggervi il libro), e all’autopsia di una convivenza.
Uno scherzo, forse una congiura di stelle, conducono la nostra protagonista a calcare le scene della cartomanzia, lei che non ha mai creduto “in queste cose”.
Un lavoro estemporaneo, che ha del ridicolo e purtroppo anche del necessario, ma che offre panorami umani inaspettati. Contatti che danno e prendono in egual misura e le permettono un passo per volta di riappropriarsi della propria vita.
Vittoria è un inno all’amicizia, alla quotidiana sopravvivenza, popolato di ordinari eroi, un libro adulto per adulti (se non hai più di quarantanni e non stai cercando lavoro, non puoi capire cosa si cela dietro a Linkedin, Monster, Info.Jobs e compagnia bella).
Quando ci curiamo di noi stessi nonostante il fango che ci circonda, quando ci adattiamo a nuotare in una palude.
Quando guardiamo il presente senza capirlo ed il passato è ormai un libro finito, che lascia spazio ad altre letture.
Siamo tutti Vittoria.

HARRY POTTER E IL PRIGIONIERO DI AZKABAN

Harry Potter e il prigioniero di Azkaban. J. K. Rowling.

In fuga dalla casa degli zii sul Nottetempo, Harry arriva al Paiolo Magico dove si fermerà fino alla ripresa dell’anno scolastico, raggiunto poi da Hermione e dalla famiglia Weasley al gran completo. Harry apprende che il prigioniero fuggito da Azkaban, Sirius Black, lo sta cercando ed è questo il motivo per il quale il Ministero della Magia lo sta tenendo d’occhio. L’incontro con il nuovo insegnante Remus Lupin sarà per Harry decisivo, infatti ricostruirà parte della vita dei suoi genitori e dei legami che gli stessi avevano stretto durante gli anni trascorsi a Hogwarts. Questo “episodio”, che non posso raccontare nei dettagli per evitarvi di rovinare le sorprese, direi che è fondamentale sia per i personaggi che Harry incontra ma soprattutto per le rivelazioni che vengono fatte sul suo passato, la storia inizia a svelarsi ma ancora molti indizi mancano…..

Io sono con te. Storia di Brigitte.

978880623253GRAIo sono con te. Storia di Brigitte. Melania Mazzucco. Einaudi.
Fine gennaio. Roma. Stazione Termini. Affollata e desolata come tutte le stazioni, Termini è luogo dove arriva Brigitte, rigurgitata dal treno e dal genere umano. Febbricitante, affamata, non conosce la lingua, non sa nemmeno in che paese si trova, non ha niente se non ciò che rimane di se stessa. Poco. Quasi nulla resta di questa donna colta che nel orso del reportage scopriremo essere originaria del  il Congo, dove aveva una famiglia e gestiva un ospedale privato. Moglie, madre, donna in carriera: la Brigitte che incontriamo noi è la nemesi di tutto questo. Fuggita dal Congo, da una prigione in cui tortura e stupro erano l’unico pane quotidiano, si trascina come un cane ferito sui marciapiedi della stazione, rovistando tra l’immondizia per mangiare, fino a quando un uomo l’avvicina, un religioso (come lo identifica lei) che le da l’indirizzo del Centro Astalli. Un pasto, una doccia, un po’ di calore umano, forse addirittura qualcuno che parla la sua lingua, qualcuno che possa fornirle l’aiuto necessario a legalizzare la sua posizione nel nostro paese a lei straniero. Un nuovo inizio, una nuova odissea.
“Io sono con te” è un reportage che parla di umanità: quella inospitale e diffidente, quella che fa dell’accoglienza una missione di vita. Melania Mazzucco narra la storia di un singolo che potrebbe (ed è) la storia inenarrabile i tanti; come il fantasma del Natale Presente ci accompagna nel dedalo della burocrazia, una porta dopo l’altra, una faccia dopo l’altra, sempre attraverso gli occhi atterriti ed agguerriti di una donna obbligata ad affardellare il proprio passato, sopravvissuta all’inferno, la cui unica speranza è rivedere vivi i suoi figli.
“Io sono con te” è un libro forte, uno di quei testi che non si divorano perché sono pesanti da digerire. Bellissimo. Pieno di personaggi che nel loro piccolo fanno la differenza là dove la differenza è una condanna.

LA GANG DEI SOGNI

imagesLA GANG DEI SOGNI. Luca Di Fulvio. Mondadori.
Cetta ha appena 12 anni quando sua madre simula un incidente che le permetta di fingersi storpia ed evitare le attenzioni del padrone. Siamo nel 1900 ed i contadini sono letteralmente animali da soma. Nonostante l’ingegnoso e crudele trucco che costringe Cetta a camminare come una sciancata, lo stupro arriva comunque e Cetta si ritrova a 14 anni con un figlio, che a differenza della madre, ama molto ed al quale vuole dare un futuro in America.
Cetta ed il suo bambino biondo con gli occhi neri, chiamato Natale eribattezzato ovviamente Christmas, è una storia di una bellezza e di una spietatezza rara. L’America degli emigranti è una chimera che non tarda a mostrare la sua doppia testa: Il Lower East Side di una New York leggendaria per il suo degrado. È l’epoca dei gangsters, delle bande di ragazzini che in strada si preparano ad un futuro di delinquenza e galera. Femmine come Cetta, donne per caso, prostitute per forza, sottomesse per vocazione, eppure capaci di affetti ostinati e duraturi. Christmas è un figlio amato, un cantastorie della miglior specie, uno di quelli che il sogno americano lo vive e lo suda un giorno dopo l’altro. Christmas è il riscatto delle minoranze, su cui nessuno punterebbe un penny, Christmas è il fulcro attorno a cui ruotano tantissimi personaggi, indimenticabili, corposi anche quando solo accennati, un’orchestra sinfonica di vite che si intrecciano, si toccano, si scontrano.
Ho amato La Gang Dei Sogni appena un pochino meno de Il Bambino Che Trovò Il Sole Di Notte (che resta il mio preferito); Luca di Fulvio è un Narratore di quelli che solcano il lettore come un aratro… Non ho altro da aggiungere.

COME FOSSI SOLO

come fossi soloCOME FOSSI SOLO. Marco Magini. Giunti.
E’ stata inserita nei dodici finalisti del Premio Strega l’opera prima di questo giovane autore. Non ho letto gli altri sei che si sono classificati prima di questo romanzo e fatico a credere che siano realmente tutti e sei così belli, ma tant’è.
La strage dei bosniaci musulmani di Srebrenica  del 1995 durante il conflitto della ex-jugoslavia fù il genocidio più efferato e numericamente importante dopo la seconda guerra mondiale e soprattutto fatto sotto gli occhi del contingente olandese Onu che non prese alcuna posizione.
Un precisa ricostruzione storica che viene fatta attraverso la testimonianza romanzata di Dirk, un casco blu olandese, di Romeo, uno dei giudici del tribunale internazionale dell’Aia che emise la sentenza di Drazen Erdemovic la terza voce, soldato semplice croato arruolatosi nelle file delle truppe serbe per non lasciare morire di fame moglie e figlia e costretto suo malgrado e nonostante tutti i tentativi di conservare un minimo di umanità a diventare uno dei tanti aguzzini, perchè l’unico modo per rimanere innocenti a Srebrenica era morire.
Con uno stile curato ed evocativo, con una maestria degna di un autore ben più esperto, Magini ci accompagna con un crescendo di pathos e con una caratterizzazione dei personaggi perfetta, all’epilogo purtroppo noto.
Un libro forte e straziante, di quelli che non riesci a toglierti dalla testa, che non puoi evitare di sognare, che si fa portavoce dei fatti ben peggiori che racconta e simbolo dell’assurdità di tutti i conflitti, e lo fa in maniera sublime. Non dimentichiamo che questa guerra si è combattuta dietro casa nostra, non possiamo voltarci dall’altra parte e Magini ce l’ha ricordato. Bellissimo.

FORTE COME LA MORTE

copFORTE COME LA MORTE. Guy de Maupassant. Garzanti.
Olivier Bertin, famoso pittore parigino, annovera tra le sue clienti le più belle donne dell’alta società. È uno scapolo ambito, un uomo che unisce un intelletto brioso al fascino dell’artista di successo, schermidore e osservatore della sensibilità umana. Immune al fascino delle bellezze altolocate e delle modelle con cui lavora, Olivier Bertin s’innamora della contessa Anne de Guilleroy, un’elegante bellezza parigina da tutti conclamata, figlia di un ricco mercante e moglie di un deputato, approdata nel suo studio per un ritratto. La loro relazione clandestina e difficoltosa dura più di un decennio, abilmente mascherata da un’amicizia accettata ed incoraggiata dallo stesso marito di lei (che, credo io, come tutti all’epoca aveva qualche amante seminata per Parigi). Un sentimento davvero profondo unisce i due protagonisti, scalfito non tanto dagli eventi quanto dall’inesorabile trascorrere del tempo. Olivier sta invecchiando, le sue giornate sono spesso velate da una noiosa prevedibilità, mentre Anne ha raggiunto l’età in cui le donne iniziano ad essere considerate delle bellezze mature.
Il ritorno in città della figlioletta di Anne, sedici anni e bella come lo era la madre, è l’evento detonante. L’incredibile somiglianza tra le due è dapprima un gioco divertente, al quale  madre e figlia si concedono – l’una per presentarsi donna, l’altra per affermarsi donna ancora desiderabile – poi una trappola diabolica che man mano sgretola le poche certezze costruite dalla coppia clandestina.
Inutile dire che, suo malgrado, Olivier si innamora della ragazza, pur continuando ad amare Anne che sempre ricambiandolo lo mette in guardia da quel sentimento nefasto e dal dramma che si consuma di pagina in pagina.
L’epilogo è ovviamente tragico: a seguito di un incidente con una vettura, Olivier muore assistito da Anne che per esaudire un suo desiderio brucia tutte le loro lettere d’amore.
Un classico della letteratura francese dove Maupassant, proprio attraverso la voce di Olivier, critica l’ipocrisia e le meschinità della piccola borghesia, le sue regole e le sue abitudini di facciata. Ci sono dei passi che sottolineare non è abbastanza, accostamenti lessicali che soltanto un artista della scrittura riesce a concepire e produrre sulla carta.
Forte Come la Morte è di una bellezza sempiterna, l’ho amato vent’anni fa, lo amo adesso. Drammatico e toccante perché dipinge garbatamente, ma in modo incisivo, una fase delicata dell’esistenza umana: il crepuscolo. Quel periodo che precede la vecchiezza, dove i sentimenti sono ancora accesi, ma il loro fuoco è spesso svalutato, soffocato dal suo stesso calore.

MIO FRATELLO SIMPLE

mio fratello simpleMIO FRATELLO SIMPLE. Marie-Aude Muriel. Giunti.
Se abbiamo amato Charity e i fratelli Morlevent allora NON possiamo non amare anche Simple, suo fratello Kléber e l’imperturbabile Signor Migliotiglio.
Parigi. Kléber ha diciassette anni, si sta preparando per la maturità, suo fratello – che tutti chiamano Simple – di anni ne ha ventidue, ma ne dimostra non più di quattro. Kléber, a cui la mamma prima di morire ha affidato Simple, si preoccupa del fratello come un padre, il padre che non hanno per essere precisi, quello che si è risposato e che vorrebbe rinchiudere Simple in un istituto.
Non è facile per Kléber trovare una sistemazione alternativa, che gli permetta di studiare e al contempo tenere con sé Simple. Eppure la sua ricerca lo porta a condividere un appartamento con altri studenti, più grandi e parecchio incasinati. Enzo, Aria, Emmanuel e Corentin, dapprima impauriti e visibilmente infastiditi dalla presenza di Simple, finiscono per essere trascinati nelle rocambolesche avventure quotidiane dei due fratelli. Perché con un fratello come Simple, convinto che dentro ai congegni elettronici ci sia un omino che li fa funzionare, ogni giornata è una faticosa scalata.
Accompagnato dal fedele amico, Signor Migliotiglio (un logoro coniglio di peluche, acuto come una lama, capace di riflessioni profonde sulla vita e su tutte le cose) Simple si ritaglia uno spazio nel cuore di tutti quelli che lo incontrano, consolidato dal destino dolce-amaro che ha avuto in sorte.
A questo punto possiamo affermare che: la Murail non si smentisce mai.
Lo stile è il suo, emozionante senza essere sdolcinato; le vicende per quanto drammatiche sono imbevute di una comicità disarmante.
Un libro da regalare.

OH BOY.

oh boyOH BOY. Marie-Aude Murail. Giunti.
“Oh boy!” è un’esclamazione, l’abituale intercalare di Bart Morlevent, un bel ragazzo gay, un simpatico farfallone un po’ fannullone.
Morlevent è un cognome insolito, per questo quando i piccoli tre protagonisti restano “accidentalmente” orfani, il giudice cautelare approda inaspettatamente alla porta di Bart.
Siméon ha 14 anni, magrolino e poco attraente è un genio che si prepara per la maturità. Morgane, 8 anni, segue a ruota il fratello: è la prima della classe, anche lei poco bella e molto invisibile. Venise, l’ultima della nidiata, ha 5 anni, un cherubino con gli occhi azzurri, ossesionata dalla vita amorosa delle proprie Barbie.
Dopo aver solennemente giurato di non separarsi mai, i tre Morlevent incontrano i pretendenti all’adozione e si trovano contesi tra due parti che non potrebbero essere più diverse tra loro. Bart, superficiale ma piacione, che fin dal principio poco intende dell’intera faccenda, e la sorellastra, un medico affermato e senza prole che vanta il cognome Morlevent solo per adozione (il padre dei fanciulli, di cui nessuno sa più nulla, era un umo che si era dato molto da fare).
A farla da padrone per buona parte della vicenda c’è il rancore rancido che regna tra Bart e la sorella, una guerra fredda ed ironica, che capitola quando Siméon si ammala gravemente e decide di poter contare soltanto sullo scanzonato, irresponsabile e di gran lunga intellettualmente poco dotato fratello maggiore.
Con penna acuta, sarcasmo da vendere e una comicità unica, Marie-Aude Murail racconta una tragedia sfiorata, una famiglia allo sbando dove i rapporti umani, sempre imperfetti, sono al centro della narrazione.

Un libro che se non avete letto dovete leggere, e poi regalare.

LE DUE CITTA’

LE DUE CITTA‘. Charles Dickens. Newton Compton Editori.
Probabilmente non sono più credibile quando dico che questo è uno dei suoi romanzi migliori, me ne rendo conto. Ma se qualcuno mi volesse smentire sarò qui ad aspettarlo. Mi sono immaginata spesso come uno dei tanti lettori dell’800 che aspettavano trepidanti la puntata successiva di uno dei romanzi di Dickens. Il suo era un espediente commerciale è ovvio, ma chi meglio di lui riesce a generare ansia e attesa, a creare colpi di scena il tutto con uno stile assolutamente unico. Questo è il suo unico romanzo storico insieme a Barnaby Rudge, in cui però il periodo fa solo da sfondo, per una volta si discosta dalla sua tipica epoca vittoriana e lo ambienta durante la rivoluzione francese e la successiva epoca del Terrore tra Londra e Parigi appunto, le due città. Le invettive di carattere sociale infatti sono decisamente più feroci del solito e la visione lucidissima della situazione che ha portato alla rivoluzione con la inevitabile degenerazione denota una consapevolezza storica frutto di approfondimenti. La forza dei personaggi minori dei suoi romanzi è sempre dirompente anche paragonati ai personaggi principali sempre un po troppo “fiabeschi”. L’immagine delle donne che assistono soddisfatte alle esecuzioni della ghigliottina sferruzzando a maglia è una delle tante indimenticabili. Esultate, non vi starò certo a raccontare la trama del romanzo più venduto in assoluto di tutti i tempi. Una nota all’edizione: decisamente pessima, molti gli errori anche importanti sulle date, meno scorrevole del solito la traduzione e una delle introduzioni meno interessanti che abbia mai letto su Dickens.

TODO MODO

TODO MODO. Leonardo Sciascia. Adelphi.
todomodo Un famoso pittore italiano, di cui in tutto il romanzo non verrà svelata l’identità, scopre per caso un albergo/convento in un eremo nascosto e riesce a convincere Don Gaetano, il sacerdote amministratore del posto e personaggio fin dall’inizio complesso, enigmatico e piuttosto losco, ad ospitarlo proprio nel periodo in cui si incontrano presso l’albergo moltissimi personaggi di spicco della politica, dell’industria e della stessa chiesa cattolica per gli esercizi spirituali annuali. Fin dall’inizio è chiaro quanto questi esercizi servano da pretesto per ben altre macchinazioni, nonostante Don Gaetano si diverta a mantenere le apparenze con preghiere e celebrazioni. L’omicidio di un onorevole prima e di un famoso avvocato poi, fanno entrare in scena il procuratore Scalambri ex compagno di scuola del protagonista, che si dovrà arrendere all’omertà e all’impossibilità di perseguire quegli intoccabili personaggi. Ambientato negli anni ’70, uno dei tanti periodi bui della politica italiana, Todo Modo racchiude in poco più di un centinaio di pagine tutti i malcostumi per cui siamo così tristemente famosi ed è veramente sconfortante constatare quanto poco sia cambiato in quasi mezzo secolo. Non avevo mai letto nulla di Sciascia, e nonostante l’abbia trovato leggermente ostico e un po’ saccente in alcuni punti (tipo i dialoghi tra il protagonista e il mitico Don Gaetano) è indubbio che sia letteratura, anzi grande letteratura.