MIA NONNA SALUTA E CHIEDE SCUSA

mia nonna salutaMia nonna saluta e chiede scusa. Fredrik Backman. Mondadori.
Una nonna così l’avremmo voluta tutti. Magari l’abbiamo anche avuta, ognuno a suo modo, e non apprezzata perché non siamo geniali come Elsa.
Elsa ha sette anni ed è diversa: più intelligente, più sveglia dei coetanei e vittima di bullismo. Un bullismo pesante, che va dalle botte alle minacce di morte. I professori la definiscono “molto matura per la sua età” e lei sa che significa “parecchio disturbata per la sua età”, sono gli stessi docenti che sua nonna metterebbe al rogo. La nonna di Elsa è un missile terra-aria sempre puntato, è la nemesi dell’educatore, un esempio da non seguire secondo i canoni universalmente conosciuti. Fuma come una ciminiera e non ha filtri verbali: dice quello che pensa e, contrariamente a quello che la maggioranza dei suoi interlocutori crede, pensa quello che dice. La nonna di Elsa è una leonessa errante e come spesso si ripete nel libro stesso: La nonna è una di quelle persone che ci si porta in guerra. Perché la nonna la guerra la conosce, ha trascorso la vita a fare quello che oggi chiamiamo il medico senza frontiere, lei andava là da dove gli altri fuggivano. Ormai in pensione ha soltanto due attività: occuparsi di Elsa e tirare scemo il resto del mondo compiendo azioni al di là dell’immaginario. Perché questo fa la nonna: riempie i vuoti, che siano storie fantastiche o azioni al limite della decenza, poco importa. La nonna riempie i vuoti, fino all’ultimo dei suoi giorni, e visto che è una guerriera trova il modo di farlo anche dopo. Per Elsa la fine è l’inizio di una grande e stramba avventura: deve trovare e consegnare delle lettere che sua nonna ha lasciato. Una caccia al tesoro che le permetterà di conoscere i vicini di casa alcolizzati e torchiati dalla vita, e la vita di una nonna che credeva di conoscere.
Mia nonna saluta e chiede scusa è un libro ironico ed iperbolico, una favola nella favola. Scritto con piglio comico, il libro è un moderno romanzo di formazione che intreccia elementi della vita contemporanea (dai genitori separati alle discussioni di condominio, passando per lo stress postraumatico dei veterani) dove Fredrik Backman amalgama ogni ingrediente per sfornare una storia che lascia il segno, sventolando fieramente il diritto di essere diversi ad ogni età.

ORFANI BIANCHI

9788861907034ORFANI BIANCHI. Antonio Manzini. Chiarelettere.
“Volevo misurarmi con un personaggio femminile. Una donna unica con una vita difficile che per trovare un angolo di serenità è pronta a sacrifici immensi. Mia nonna stava morendo, io guardavo Maria che le faceva compagnia e veniva da un paesino della Romania. E mi domandavo: quanto costa rinunciare alla propria famiglia per badare a quella degli altri?”
Antonio Manzini

Sta lì, sugli scaffali delle librerie, il libro di Manzini. Una copertina stellata per un libro cha parla di noi. Non chiediamoci in quanti lo leggeranno, ma in quanti passeranno oltre dopo aver dato uno sguardo alla quarta di copertina, forse in punta di piedi, forse a testa alta, con la calorosa impassibilità che l’autore ha saputo rendere tanto bene.
Mirta è moldava e fa la badante. L’unico scopo della sua vita, l’unico sprone e speranza, è il figlio Ilie, che ha lasciato al paesino. Un paese povero, fatto di vecchi e sciagure e che non finiscono mai, un luogo con cui Mirta mantiene i contatti come meglio può, mandando a casa denaro, medicine, abiti… tutto quanto può servire alla sua famiglia.
Tra preoccupazioni, sacrifici e umiliazioni, Mirta si dimena come un pesce fuor d’acqua in una poltiglia di umana noncuranza, cattiveria e meschinità. Accudire gli anziani significa scendere a patti con famigliari assenti (nella migliore delle ipotesi) e scadenti, significa lasciare la propria famiglia in balia del caso, per accudire degli sconosciuti con il solo scopo di guadagnare abbastanza denaro per assicurare il cibo, un giocattolo, qualche medicina e forse una stufa nuova.
La storia di Mirta è dolorosa ed imbarazzante sotto ogni aspetto.
Non ho intenzione di raccontare le vicende, quelle le leggete, posso solo dire che attraverso gli occhi di Mirta (che ci vede bene) la nostra società non fa una bella figura.

IL BAMBINO CHE TROVO’ IL SOLE DI NOTTE

51FNjTLAscL._SL174_PIsitb-sticker-arrow-dp,TopRight,12,-18_SH30_OU29_AC_US174_IL BAMBINO CHE TROVO’ IL SOLE DI NOTTE. Luca Di Fulvio. Rizzoli.
Uno dei libri più belli letti quest’anno. Ingurgitato in 3 giorni nonostante la lunghezza. Un libro da regalare.
Il principe Marcus II di Saxia si è appena svegliato, la sua balia, cane fedele ed amorevole, lo lava, lo veste accuratamente, mentre il ragazzino (10 anni appena) è su di giri per la prima neve. Con il suo pasticcio di carne in mano si accinge a giocare a nascondino nel cortile del palazzo. Marcus non sa che quello è l’ultimo giorno della sua vita da principe agiato. Non ha la minima idea del perché la bambina cenciosa a cui cede la sua prelibatezza in cambio del silenzio sia così sporca e sfacciata. Marcus non sa e basta. È una pagina bianca su cui nessuno ha ancora scritto nulla di importante, una pagina che quel giorno del 1407 si tinge di sangue. Ode da lontano il rombo degli zoccoli che arrivano al castello di suo padre, dal suo nascondiglio vede i briganti assoldati da Ojsternig trucidare ogni abitante, uomo, donna, bambino. Vede suo padre combattere sino alla fine, sua madre che si uccide con la sorellina ormai morta in braccio. Non sa come, e per molto tempo non saprà nemmeno spiegarsi perché, ma dalle fiamme che hanno devastato la sua casa dopo il massacro, lui è l’unico superstite. Il principe della Rauühnvahl è vivo, sottratto alla morte dalla figlia della levatrice del villaggio, Eloise, la stessa ragazzina che gli aveva estorto il pasticcio di carne.
Nascosto nella casa della levatrice Agnete, Marcus II di Saxia diviene suo malgrado: Mikael. Povero miserabile come tutti gli altri; spacciato per un bambino che lei stessa ha comprato al mercato come un capretto. L’unico modo per mantenerlo in vita è insegnarli a vivere come un contadino, in lotta con la fame, la paura, stroncato dalla fatica e dalle angherie dei più forti. Una vita di stenti e di sacrificio, perché i servi della gleba sono animali da soma, fino a quando qualcuno non insegna loro a ribellarsi.
Potrei spendere fiumi di parole riguardo a questo libro, ma ve le risparmio perché quelle originali sono di gran lunga migliori di qualsiasi ottimo commento un lettore possa fare. Questo è un romanzo di formazione a 360 gradi, come pochi se ne vedono. Tenero e bruciante, crudo e per quanto mi riguarda sempiterno nei suoi insegnamenti, spietati ma comunque venati di un’umanità tagliente. Alcuni personaggi (Agnete ed Eloise su tutti) entreranno sottopelle, nel riso e nel pianto.
Uno stile irreprensibile, una storia indimenticabile.

RUGGINE

ruggineRUGGINE. Anna Luisa Pignatelli. Fazi.
Antonio Tabucchi dice di Anna Luisa Pignatelli: «Una voce insolita nella letteratura italiana di oggi, lirica, tagliente e desolata».
Non si può che essere d’accordo.
Ruggine è un romanzo straziante, nauseante eppure dignitoso sulla vecchiaia, la solitudine, la povertà, sull’indifferenza e la cattiveria del prossimo, sul tempo che come aratro inesorabile lascia solchi profondi, spesso incolmabili, sulla falce della morte che attende ognuno di noi alla fine del campo.
Montici, borgo dell’entroterra toscano, un luogo affettivamente insalubre dove l’ignoranza imperversa, una vecchia curva e solitaria è il bersaglio di maldicenze e pregiudizi, il capro espiatorio delle frustrazioni di un intero paese di anziani a cui non rimane altro che spiare la vita da dietro le tende ed aspettare di morire. Gina, ribattezzata Ruggine per via del gatto la segue ovunque, è una strega contemporanea, oggetto di calunnia e mistero. Poco importa che invero sia lei l’unica vera vittima di un passato da dimenticare: il branco cacciatore reclama una preda, meglio se facile da abbattere.
L’ipocrisia, la menzogna, la doppiezza, la colpa e l’espiazione; in questo romanzo psicologico, per nulla lungo, c’è tutto questo e molto altro. Una storia amara narrata in modo impeccabile, poetico e disincantato.

LOMBRA

71uT+voUQdLLOMBRA. Edward Carey. Bompiani.
LOMBRA è l’ultimo volume, l’epilogo di una storia tanto originale quanto intricata e oscura di quella che è stata definita “la trilogia letteraria dickensiana degli Iremonger”.
Da Heap House a Foulsham e da Foulsham a Londra, i protagonisti, piccoli bistrattati eroi sfortunati e sudici, sono sempre Clod Iremonger e Lucy Pennant.
Separati dagli eventi che hanno segnato la tragica conclusione del secondo volume, entrambi approdano a Londra.
Clod, al seguito (non per scelta) dell’intera dinastia Iremonger, incluso Binadit, si trova prigioniero e segregato in una casa apparentemente disabitata, a piangere il suo amore perduto, mentre tutti gli Iremonger portano avanti il loro piano di vendetta e distruzione ai danni di una Londra ignara e presuntuosa. Ammettiamolo, Clod lo picchieresti tre volte su cinque, giusto per stare nel sicuro… è ingenuamente tonto, timido, inesperto e un po’ sempliciotto. È il suo bello, una curiosa purezza d’animo che si mantiene nonostante la spazzatura che gli preme accanto. Dal canto suo Lucy Pennant, figlia di Foulsham, due volte orfana, diventata suo malgrado una cameriera, un bottone, una ribelle, una profuga è la grinta fatta a persona. Una sopravvissuta dei bassifondi, acuta ed irriverente, ancora alla ricerca forsennata del suo Clod.
Clod, un Iremonger, sempre più potente e confuso, speranza e condanna della dinastia che ha perso la propria casa, una tana sicura dove continuare a coltivare i loro inquietanti poteri soprannaturali e il morbo con il quale si tengono in scacco a vicenda: Signori del Pattume, Lord della Sporcizia, Visconti degli Scarti, Duchi dei Detriti, pari delle Fogne e cavalieri del Letamaio (*in parte citazione dal libro)
Lo stile di Carey è lodevole da ogni punto di vista, persino quando l’azione scarseggia l’autore è in grado di tenere alta l’attenzione del lettore attraverso un lessico corposo e accurato, ed una sintassi fluida.
Una trilogia da non perdere, toccante e complessa (della quale voglio ricordare Binadit) che, come tanti altri romanzi, non mi sento di classificare “per ragazzi”, una tipologia abusata dall’editoria al punto che il classico “romanzo di formazione” sembra appartenere ad un’altra epoca.

ANNA

copj170.jpgAnna. Niccolò Ammaniti. Einaudi.
Non avevo mai letto nulla di Ammaniti. Pur essendo, a ragion veduta, un ottimo scrittore le trame dei suoi libri non hanno mai fatto scoccare la scintilla. Questo l’ho iniziato senza nemmeno sapere di cosa parlasse, mi sono (ciecamente) fidata della nostra Donatella (che bisogna dirlo, non sbaglia un colpo). Dopo poche pagine mi sono detta: ‘azz questo non è un romanzo “reale”. Ora, calando un velo pietoso sulle mie capacità di identificare i generi letterari, ho effettivamente scoperto che Anna è “un romanzo distopico di formazione”. Alla parola “distopico” mi sono sentita a casa e ho continuato a divorare le pagine con gusto.
Il romanzo è ambientato in Sicilia, una terra ormai desolata e flagellata da un’epidemia che ha ucciso tutti gli adulti in pochi mesi. La Rossa lascia dietro di sé una popolazione di bambini condannati, selvaggi sopravissuti ad un olocausto che si perpetua senza risparmiare nessuno. I grandi sono diventati un miraggio, come la Nutella e l’elettricità.
Anna vive con il suo fratellino Astor nella casa di campagna dove è morta la loro mamma, non prima di averle lasciato il quaderno delle cose utili, il vademecum di una donna morente eppure sobria. Dopo aver dato fondo alle scorte di cibo raccolte dalla madre, Anna si trova a dover uscire per cercare da mangiare. Come gli altri, si aggira tra ruderi e cadaveri, irrompe in case ormai diventate tombe e rifugio per topi, lotta per sopravvivere spesso contendendosi lo spazio vitale con branchi di cani rabbiosi e selvatici. Una vita sbandata, anomala, dove le regole conosciute sono stravolte, dove tutte le cose hanno contorni ritorti e un aspetto allucinato e allucinante.
L’aspettativa di vita è talmente esigua che Anna non deve solo occuparsi di Astor, ma anche istruirlo e lasciargli il quaderno della mamma una volta che la Rossa avrà carpito anche lei. E Astor diventa l’unica ragione di vita quando, di ritorno da una sortita, Anna si accorge della sua scomparsa. Astor è stato rapito, portato lontano, da una setta di bambini.
Anna parte alla ricerca del fratello, accompagnata da un cane reduce come lei. Lungo la via incontra altri bambini, tutti diretti a una festa dove si vocifera ci sia un adulto in grado di far guarire dalla Rossa. E’ là che hanno portato Astor. E’ là che Anna troverà che la paura della malattia distrugge più della malattia stessa.
Ammaniti descrive uno scenario postapocalittico, che a differenza di molti altri, sa di reale; ha il sapore e la puzza di ciò che verosimilmente può accadere, perché, come scopre Anna, la «vita non ci appartiene, ci attraversa» (cit.)
Scritto in modo impeccabile, emozionante, struggente, colmo di affetto e malinconia e speranza, doloroso come solo i romanzi di formazione devono essere: Anna è un romanzo da regalare, non tanto per fare bella figura, quanto una buona azione.

AUSLANDER

auslanderAUSLANDER. Paul Dowswell. Feltrinelli.
Peter è un ragazzino di 13 anni praticamente uguale al ragazzo del manifesto della gioventù hitleriana, è un orfano polacco di origini tedesche, e subito dopo l’annessione della Polonia, proprio grazie al suo aspetto, viene assegnato in affidamento dall’Ufficio Centrale Razza e Popolamento a una importante famiglia di Berlino i Kaltenbach, votati alla causa e fedeli ai limiti dell’idolatria al Fuhrer. Peter è entusiasta del trasferimento dall’orfanotrofio di Varsavia in cui viveva in condizioni disumane, al calore di una famiglia che lo accoglie con entusiasmo, e decide di non voler più essere un auslander (straniero) cercando così di conformarsi il più possibile alle aspettative del regime. Col tempo però non può non vedere le crudeltà e ingiustizie che ha davanti agli occhi, non può non porsi domande sui “cento per cento”, coloro che abbracciano totalmente e indiscriminatamente la filosofia nazifascista, anche grazie ad alcuni amici che come lui vedono con occhi diversi. Peter è combattuto tra la lealtà nei confronti della nuova famiglia e ciò che sente essere giusto, e la scelta che farà lo porterà a correre il più grande rischio.
Un romanzo di formazione, un avvincente romanzo d’avventura, un romanzo storico in cui nulla se non i personaggi sono inventati, il punto di vista di chi stava dalla parte sbagliata suo malgrado, che dire un altro romanzo di quelli che le mie figlie non potranno non leggere.

LA STAGIONE DEGLI INNOCENTI

la stagione degli innocentiLA STAGIONE DEGLI INNOCENTI. Samuel Biork. Longanesi.
Una bambina, la prima di una serie, viene ritrovata morta in un bosco nelle vicinaze di Oslo con un cartello appeso al collo “Io viaggio da sola“. Iniziano così le indagini della squadra speciale della polizia di Oslo, coordinata dall’ispettore Holger Munch e ricostituita per indagare sullo spietato serial killer. La trama è decisamente complessa e intrigata, ogni volta che pensi di aver trovato il bandolo devi ripartire da capo e cercare di coordinare tutti i precedenti indizi per cercare la soluzione. I personaggi, prima tra tutti Mia Kruger ma non la sola, sono ben studiati e delineati e gli intrecci delle loro vite professionali e personali sono perfettamente incastrati nella lociga del romanzo. Infine, è piacevole la suddivisione in capitoli apparentemente indipendenti tra loro, quasi come se fossero narratori diversi a raccontare ogni “pezzo” della storia. Bello bello bello a chi piace il genere ovviamente.

LA BALLATA DI ADAM HENRY

la ballata di adam henryLA BALLATA DI ADAM HENRY. Ian McEwan. Einaudi.
Il romanzo racconta la vita di Fiona May, stimato giudice della sezione famiglia della Corte di Londra, che ha dedicato la sua vita al lavoro, donna retta convinta di poter ristabilire un po’ di ordine nelle vere e proprie guerre familiari consuetudine oramai dei nostri giorni, applicando con ragionevolezza la legge. Fiona però è umana e ormai sessantenne si trova in un momento di particolare fragilità quando il marito dopo 35 anni di felice matrimonio le comunica che vuole dare una scossa alla sua vita e avere una relazione con una collega più giovane.
Forse proprio a causa di questa fragilità Fiona prima di deliberare la sentenza relativa a un minorenne Testimone di Geova che rifiuta le trasfusioni che gli possono salvare la vita, decide di andare a trovarlo all’ospedale per farsi un’idea più precisa. Questa scelta imprudente avrà però conseguenze devastanti sia per lei che per Adam, ragazzo intelligente e sensibile. Dopo della sentenza Adam metterà in discussione tutta la sua esistenza e privato delle certezze su cui fino ad ora si era basata, si metterà alla ricerca disperata e ossessiva tipica di un adolescente, di un porto sicuro e di un appiglio per non naufragare in un mondo che non conosce e di cui ha paura.
Un grande romanzo, toccante e intenso, oltre che molto umano nella sua inevitabile crudeltà.
McEwan ha creato due personaggi bellissimi e complicati come suo solito ed è riuscito in poche pagine, non sempre questo lo fa, a centrare gli argomenti con il suo stile inconfondibile.
Il valore dell’autore del resto non credo possa venire messo in discussione, sono anni che in molti pronosticano un suo imminente Nobel e per una volta mi troverei più che d’accordo.

LUNGO IL FIUME

LUNGO IL FIUMELUNGO IL FIUME. Edna O’Brian. Elliot edizioni.
E’ una grande fortuna che la Elliot si sia messa a tradurre le opera della O’Brian in un crescendo di qualità che ogni volta mi stupisce. Questo romanzo del 1996 è liberamente ispirato a “The X Case” che nel 1992 fece non poco scalpore in Irlanda e in conseguenza del quale venne introdotto un emendamento che sanciva  la libertà di recarsi all’estero per abortire. Ricordiamo che a tutt’oggi in Irlanda l’aborto è illegale, se non in presenza di rischio di vita per la madre da certificarsi ad opera di una commissione di medici, cosa che negli anni ha creato non pochi drammi privati e non solo.
Mary è una ragazzina di 14 anni che vive in un paese della campagna dell’ovest irlandese. Abusata continuamente dal padre, cerca in ogni maniera di fuggire al suo destino prima andando in convento, obbligata a tornare dalla morte della madre fugge di casa cercando riparo nell’anonimato della grande città, viene però trovata e riportata a casa. Alla scoperta della gravidanza tenta il suicidio ma viene fermata da una vicina di casa che decide di aiutarla portandola in Inghilterra per abortire. Scoperta la motivazione del viaggio, alcune solerti e troppo premurose vicine fanno scoppiare il caso denunciando la cosa alla polizia che ingiunge alle due di rientrare in Irlanda. Le tribolazioni della povera Mary non sono certo finite, affidata prima a una lontana parente poi a una famiglia di Dublino attende la sentenza continuamente giudicata da tutti.
La O’Brian scrive un romanzo magistrale, lo stile è poetico ma mai patetico, e questo forse rende il tutto ancora più impietoso. Assistiamo increduli a tutte le violenze che deve subire questa povera ragazzina, prima da parte del padre, poi delle persone in cui aveva creduto che non hanno il coraggio di prendere una posizione netta ma scomoda, delle fanatiche religiose cui viene affidata, dei media e dei giudici e politici. Nessuno mai si pone il problema di capire quale sia il suo bene e come possa aiutarla. Mary è sempre e solo un caso e un problema. Imperdibile.