EUREKA STREET

eureka streetEUREKA STREET. Robert  McLiam Wilson. Fazi.
E’ un romanzo del 1996 che per la fortuna di Fazi da allora viene continuamente ripubblicato e ora ho capito perchè.
Racconta la vita di due trentenni negli anni ’90 nella Belfast dei “troubles” verso la fine del conflitto fratricida nordirlandese. C’è molto di autobiografico in questo romanzo e lo si percepisce immediatamente, fotografa perfettamente quello che sono stati quegli anni per dei ragazzi comuni della piccola borghesia e ci fornisce una prospettiva piuttosto chiara dell’assurdità di quella guerra. Il romanzo alterna la voce di Jake cattolico, salvato da un’infanzia difficile appena accennata da due fantastici genitori adottivi (cosa realmente accaduta all’autore) che è stato appena lasciato dalla sua fidanzata inglese che sopraffatta dalla violenza che respirava a Belfast è tornata a Londra. Jake, di cui mi sono infatuata immediatemente, parla in prima persona con disincanto ma anche tanta ironia (la scena della lettura delle poesie mi ha fatto rotolare dalle risate), cerca calore e ragionevolezza in una città che sembra non averne più, vede assurdità dove gli altri vogliono vedere odio ad ogni costo, si adegua a diversi lavori automortificandosi nonostante possa contare su una cultura universitaria, è un personaggio malinconico ma molto realista e ottimista a dispetto delle apparenze. Chuckie invece è un grasso protestante, tollerante semplicemente perchè non ha mai capito da dove nasca l’odio che lo circonda, ossessionato dalla celebrità come tutti i Lurgan e deciso finalmente a fare soldi inventandosi progetti ecumenici assolutamente strampalati, che nonostante la sua incredulità verranno puntualmente finanziati dalle innumerevoli associazioni e organizzazioni per lo sviluppo del paese. Chuckie è l’espediente grottesco attraverso il quale l’autore ci racconta l’altra faccia della medaglia, cioè la situazione politica ed economica a dir poco ingenue di quegli anni.
Un romanzo stupendo,  a tratti poetico (la descrizione dello scoppio di una delle bombe è qualcosa di indimenticabile senza scadere nel patetico), forse un po’ verboso sul finale ma nulla toglie al valore dell’opera.
L’autore dopo lo strepitoso successo dell’opera è stato colto da una specie di blocco dello scrittore, sono passati quasi vent’anni senza che abbia più pubblicato nulla, in una recente intervista però ha dichiarato di avere quasi pronti ben due romanzi, beh io non vedo l’ora!!!

LA FIGLIA DEL NORD

figlia-del-nordLA FIGLIA DEL NORD. Edith Pattou. Rizzoli.
Il problema di amare una forza della natura è che ti tocca stare a guardare, impotente. Ma è anche vero che ci fai l’abitudine – Neddy.”
Norvegia, sedicesimo secolo, Ebba Rose nasce in un bosco, in anticipo rispetto al tempo prestabilito, ma soprattutto nasce rivolta a nord. Sua madre, Eugenia, una donna orribilmente ignorante ossessionata dalle superstizioni, si rifiuta di ammettere che sua figlia sia nata rivolta a nord e per anni fingerà di aver dato alla luce una bambina mansueta e diligente, avuta guarda caso per compensare la morte improvvisa di una sorella maggiore. La questione dei bambini che nascono rivolti verso un preciso punto cardinale è una caratteristica della famiglia di Eugenia (dove le scaramanzia arriva ad altezze vertiginose), che avuti otto figli li ha chiamati ognuno con l’iniziale del punto cardinale verso cui sono nati. Sfortunatamente Rose (che nessuno chiama Ebba come se in fondo tutti sapessero la bugia sulla sua nascita) è una nordica sotto ogni punto di vista, mai tranquilla, mai ferma, sempre all’avventura e sempre nei guai, coraggiosa e determinata al limite della sensatezza.
Rose ha quindici anni quando un orso bianco parlante propone alla sua famiglia, ormai da tempo in disgrazia, uno scambio: Rose in cambio della guarigione di una delle sue sorelle gravemente ammalata e della buona sorte per tutta la famiglia. Animata da spirito avventuriero, affetto ed una buona dose di rabbia, Rose ovviamente accetta (non spendiamo parole superflue sul comportamento della madre Eugenia) e parte con il misterioso orso verso una destinazione ed un futuro ignoti.
La trama, ricca e succulenta, è condotta in modo magistrale e priva di cadute di tono, scritta con uno stile chiaro e un lessico ricercato e corposo. La Figlia Del Nord è un libro bellissimo, ispirato ad una fiaba norvegese intitolata “A Est del Sole e a Ovest della Luna“, che ha ispirato la storia più nota “La Bella e la Bestia“.
Una storia di ghiaccio e neve, gremita di personaggi che restano impressi nella memoria come sulla carta, dalla crudele regina dei Troll a Neddy il fratello filosofo di Rose.
È un libro di una bellezza singolare, inaspettata poiché si tratta di una favola che favola non è, da regalare cartaceo.

L’ultimo giorno di un condannato a morte

L’ultimo giorno di un condannato a morte. Victor Hugo. E Newton Classici.
Cupo, toccante, intenso e profondamente umano, il romanzo, scritto nel 1829, in prima persona da un prigioniero destinato alla ghigliottina, è una chiara denuncia alla pena capitale.
Lo scrittore si schiera senza mezzi termini contro la pena di morte come intrattenimento e sistema punitivo, enunciando a chiare lettere (siamo nel XIX secolo): la vendetta è dell’individuo, la punizione di Dio. Il prigioniero, senza nome e senza volto perché si tratta di Un Uomo, resta in carcere sei settimane prima che la sentenza venga eseguita.
Un intervallo atroce per aspettare una morte decretata, dove il tempo speso ad attendere è la tortura più crudele. Scrive il prigioniero, sfoga pensieri e paure sui fogli carta nella speranza che possano servire se non a lui a quelli che alloggeranno dopo di lui nella stessa cella.
Non si dilunga e non si perde Hugo (che per inciso, ai tempi della pubblicazione non aveva nemmeno trent’anni), è diretto nel criticare una società che deride e gioisce della morte quasi fosse uno spettacolo, una finzione.
L’angoscia e la mestizia si concludono sui gradini del patibolo, dove la paura cessa di essere un’idea, un sentimento, una presenza interna per diventare una realtà, la vera fine di tutte le cose, alla quale non c’è più speranza di sottrarsi.
Testo splendido in ogni sua forma, ricco di semplicità nel comunicare con il lettore, un classico che andrebbe letto non soltanto per lo stile, ma anche per il contenuto che non smette di essere attuale.
L’unico neo riguarda l’edizione. La prefazione di un romanzo di letteratura non dovrebbe avere la presunzione di essere più aulica, forbita e complessa del romanzo stesso. Nessun autore, per quanto colto, può sperare di farsi davvero bello davanti alla letteratura universalmente riconosciuta tale.

LA CITTA’ DI SABBIA

LA CITTA’ DI SABBIA. Laini Taylor. Fazi (ebook)
STREPITOSO.
Un sequel davvero avvincente, proporzionato nel pathos, curato nei dettagli.
Karou, vittima di una vergogna che non le appartiene, diviene il nuovo risuscitatore, al servizio dell’odioso Lupo Bianco. La morte di Sulphurus e di tutte le chimere di Loramendi, attaccate dagli angeli, grava sulla sua coscienza, un peso che si trascina per tutto il romanzo. Prigioniera consapevole di una Kasbah abbandonata in Marocco (da qui il titolo), soffoca e quasi riesce e scordare il sogno che era stato la pietra miliare dell’amore tra Akiva e Madrigal. Mentre Karou crea corpi sempre più mostruosi, il cui unico compito è quello che massacrare gli angeli (possibilmente mentre dormono), Akiva ed i suoi fratelli affrontano il loro personale cattivo di casa. L’Imperatore, che programmano di uccidere per fermare lo strazio della caccia alle chimere, ma soprattutto lo sfregiato fratello Jael che con un colpo di scena obbliga angeli ribelli e chimere sopravvissute ad allearsi.
Non so quanto ci sia da aspettare per il terzo volume, ma spero poco, o comunque non molto.
Se La Chimera di Praga era stato un grande esordio, il seguito è addirittura migliore. Più adulto, confuso e tormentato senza essere lagnoso, e i malvagi sono disegnati ad hoc.
Da leggere. Assolutamente.

L’AMICO IMMAGINARIO

L’AMICO IMMAGINARIO. Matthew Dicks. Giunti (formato ebook). 
Max ha 8 anni ed affetto dalla sindrome di Asperger. Soffre di fobia sociale, non sopporta di essere toccato, risponde preferibilmente alle domande dirette che prevedono risposte monosillabiche, ha regole ed abitudini ferree e non sopporta i cambiamenti. Eppure, Max è un bambino intelligente, avido lettore di libri di guerra e strategia, un personaggio che vive “tutto dentro”, per questo la voce narrante è quella di Budo, che merita di presentarsi da solo:
“Mi chiamo Budo.
Esisto da cinque anni.
Cinque anni è una vita lunghissima per uno come me.
È stato Max a darmi questo nome.
Max è l’unico essere umano che riesce a vedermi.
I genitori di Max mi chiamano l’amico immaginario.
Non sono immaginario.”

Budo è stato ben concepito (molto più di ogni altro amico immaginario presente nel libro) e, siccome non dorme mai ed è in giro da un bel po’ di tempo, ha sviluppato una saggezza semplice e peculiare. Budo sa. Sa che gli adulti non dicono sempre quello che pensano e non sempre pensano quello dicono, lui aiuta Max a relazionarsi con quella parte di mondo che rischia di mandarlo in tilt per un nonnulla, come scegliere il colore di una maglietta.
Ma soprattutto Budo sa che alcuni amici immaginari durano soltanto poche ore; sa che un giorno anche lui dovrà scomparire, dimenticato dal bambino che lo ha creato, e l’idea di non esistere più lo terrorizza e lo tormenta.
Budo è l’ombra di Max, fino a quando un giorno il suo “amico immaginante” non dichiara di avere un segreto, un comportamento inaudito che lo porta a salire nell’auto della sua maestra di sostegno.
Da quel venerdì mattina Max sparisce. Nessuno sa dove sia, nessuno tranne Budo… Budo, che nessuno vede e nessuno sente, che non può spostare gli oggetti, l’unico a sapere dove sia finito Max e perché. L’unico che può salvarlo.
Un libro davvero bellissimo. Commovente ed emozionante, divertente ed originale.

ALLAH NON E’ MICA OBBLIGATO

ALLAH NON E’ MICA OBBLIGATO. Ahmadou Kourouma. E/O.
allahnonemicaobbligato Inizio questa recensione con una delle frasi più comuni del libro: “Allah non è mica obbligato a essere giusto in tutte le sue cose di quaggiù". L’intercalare di questa, ed altre espressioni forti e colorite, definisce il ritmo del libro che possiede una particolare cadenza ripetitiva, del tutto simile al battito di un tamburo.
Ahmadou Kourouma, l’autore, narra le sanguinose vicende del continente africano, dittature e guerre tribali, con uno stile che definire “personale” è eufemismo.
Birahima è uno small soldier, un bambino soldato, per caso, per sbaglio, per forza. Uccide, impreca, si trascina tra una follia e l’altra, registrando e dando voce ad avvenimenti di una tragicità difficile da immaginare.
Tuttavia Birahima non cede mai alla disperazione, è un personaggio grottesco e strambo, capace di strappare un sorriso anche quando non resterebbe che piangere. C’è una un’ingenua rassegnazione nel considerare l’universo stravolto che lo circonda, qualcosa di umanamente ironico che impedisce al lettore di lasciarsi prendere da una comoda e consueta pietà a proposito dei bambini vestiti da soldato, che trucidano e sono trucidati per motivi sconosciuti, che vivono di droga e magia popolare e vagano come cani randagi in cerca di un padrone.

"Allah non è mica obbligato" ha ricevuto il Prix Renadout 2000 e il Prix Goncourt des lycéens.

L’ultimo orco

L’ultimo orco. Silvana De Mari. Salani.
L’ultimo orco, Silvana De Mari Yorsh, "l’ultimo elfo e il più potente" è oramai adulto, ha una famiglia felice ed ha fondato una comunità che sopravvive a stento in un eden che li ha temporaneamente protetti dalla malvagità del Giudice Amministratore. Eppure, nonostante Il Malefico Elfo sia scomparso, le terre della contea di Daligar e Varil non sono al sicuro. Gli orchi sono tornati, forti e feroci come ai tempi di Arduin, e avanzano nel Mondo degli Uomini, ormai in balia della follia del Giudice Amministratore e della mediocrità di coloro che lo servono. Protagonista di questo romanzo è Rankstrail, un personaggio che vediamo crescere e diventare uomo (come fu per Yorsh nel precedente libro). Rankstrail è un bambino che cresce in fretta, provato dalla miseria che lo accomuna agli abitanti della Cerchia Esterna della città di Varil; profughi senza diritti civili, fuggiti dalle terre sfregiate dagli Orchi, che vengono tollerati soltanto in quanto disposti a svolgere i lavori più umili. Diversamente da tanti altri, Rankstrail ha la fortuna di avere una famiglia amorevole che si occupa di lui come meglio può, fino a quando lui stesso non li abbandona per arruolarsi come Mercenario, l’unico mestiere che promette il denaro sufficiente per curare i malanni del padre e riempire lo stomaco dei fratelli.
Rankstrail impara. Incontra numerosi e svariati personaggi che lo modellano, fino a farlo divenire il Capitano. Lungimirante, giusto e feroce condottiero di un manipolo di guerrieri dimenticati dagli Dei e perseguitati dagli uomini. Gli unici che saranno in grado di fermare il devastante incedere degli Orchi, cozzando con quelle comode e diffuse leggende che vedono nel popolo degli Elfi la causa dei mali di un mondo che sta marcendo per conto suo.
Mentre Yorsh era, ed è, descritto con colori chiari e brillanti; Rankstrail è l’eroe cupo e sudicio, senza retaggio, che in un mondo violento si costruisce un’etica ormai misconosciuta.
Già autrice di "L’Ultimo Elfo", Silvana De Mari prosegue la sua personale campagna contro una società succube delle locuste del nostro tempo: invidia, paura, ignoranza, cattiveria e bassezza.
Questo è un libro fantastico che parla di una fame reale. Una fame universale che tocca il corpo e l’anima, scalfendoli per sempre. Fame di cibo, fame di affetto, fame di dignità, bisogni che trasformano gli uomini in Orchi, creature della guerra, capaci soltanto di odiare e gioire del male perché, nati schiavi, non hanno mai conosciuto altro che odio e dolore. Silvana De Mari non solo possiede un ottimo stile, ricco e sicuro, la sua scrittura riesce ad essere al contempo semplice e profonda anche questo secondo libro un po’ più crudo rispetto al primo.
L’ultimo Elfo e L’Ultimo Orco, dovrebbero diventare testi obbligatori nelle scuole medie/superiori per insegnare ai ragazzi quello che gli uomini trascurano continuamente. Il rispetto verso gli altri e verso se stessi.

L’ultimo elfo

L’ultimo elfo. Silvana De Mari. Salani.
L’ultimo elfo, Silvana De Mari È lui, L’Ultimo Elfo, un “nato da poco” dal nome impronunziabile e dai comportamenti bislacchi, almeno secondo la coppia di umani che si imbattono in lui e lo salvano dalla fame, dal freddo e dal triste destino riservato a quelli della sua razza.
Gli elfi sono perseguitati, rinchiusi in ghetti in condizioni sempre più rovinose, uccisi perché accusati di ogni male (immagine che rimanda ai ghetti ebrei), mentre le piogge torrenziali stanno trasformando il mondo in un acquitrino melmoso, dove prosperano cattiveria e sospetto.
Nelle mani dell’Ultimo Elfo, e dell’amico Ultimo Drago, sta il destino di tutti personaggi.
Questo romanzo è un fantasy a tutti gli effetti (oppure come li definisco io: “all’antica”), rispettoso delle tematiche fiabesche, tipiche dei libri per ragazzi: il protagonista piccolo ed inerme, orfano maltrattato destinato ad cambiare le sorti del mondo; i bambini umiliati ed affamati che alla fine si ribellano e formano una società alla base della quale c’è il rispetto per il debole ed il diverso; creature mostruose, spade incantate ed amici animali. Tuttavia si tratta di una favola formativa che per i temi trattati, quali la xenofobia, l’egoismo, la follia ed il rispetto per la vita, è adatta non soltanto ad un pubblico di ragazzi.
Lo stile morbido e divertente dona una lettura senza dubbio piacevole e costruttiva, per la maggior parte commovente; delinea pensieri semplici, di una purezza tale che fa sorridere.
Con l’adeguata campagna pubblicitaria L’Ultimo Elfo potrebbe diventare il nostro Harry Potter, non fosse che le sue avventure sono meno rocambolesche o forse meno cinematografiche rispetto a quelle dello sfortunato compagno inglese, ma certamente più complesse e profonde dal punto di vista umano.