DARKE.

DARKE. Rick Gekoski. Bompiani.
Scritto con uno stile sopraffino, Darke racconta il lutto di un uomo (James Darke appunto), insegnante di letteratura che potremmo definire senza esagerare “old british”. Il libro si apre con la strenua lotta di Darke contro il mondo, una battaglia per isolarsi completamente da una società nella quale non si ritrova e della quale non vuole sapere più nulla. Chiude fuori persino la figlia (emblematica la descrizione della porta dalla quale viene tolta anche la cassetta delle lettere). Aggiungo per dovere di cronaca e del tutto a titolo personale, che la figlia Lucy è una donna insopportabile ed anche ipocrita, là dove James è un uomo complesso, purtroppo emotivamente ermetico, che ha assistito la moglie (il suo esatto opposto) durante l’intera malattia. Un cancro che non si è limitato a mietere una sola vita.
James Darke è un misantropo per scelta e per obbligo. Snob, colto ed accanito lettore non risparmia al lettore citazioni e digressioni su autori ben noti. È un personaggio che fatico a definire positivo, poiché manca del tutto di ottimismo e tolleranza. James Darke, in fondo, è quello che tutti vorremmo essere quando è ora di essere lasciati in pace indipendentemente dai legami famigliari e dalle norme sociali.

LA BAMBINA CHE AVEVA MANGIATO UNA NUVOLA GRANDE COME LA TOUR E

puertolasLA BAMBINA CHE AVEVA MANGIATO UNA NUVOLA GRANDE COME LA TOUR EIFFEL. Romain Puertolas. Einaudi.
Decisamente meno scanzonato questo secondo romanzo di Puertolas rispetto a L’incredibile viaggio del fachiro che restò chiuso in un armadio Ikea, o forse è solo la mia percezione di mamma quando si parla di malattie e di bambini. Racconta la storia di Providence Dupoint la postina francese che per riuscire ad andare dalla bambina malata appena adottata a Marrakech e non deluderla, deve addirittura imparare a volare, visto che all’aeroporto di Orly tutti i voli sono cancellati a causa del vulcano islandese che ha eruttato una nube immensa di cenere. Il percorso sarà costellato ovviamente da personaggi addirittura più bizzarri di quelli del precedente romanzo, abbiamo un santone cinese che parla in “piratese” perchè ha imparato la lingua guardando la serie dei Pirati dei Caraibi, dei monaci tibetani che si allenano con la Wii e molti altri, il tutto tra il fiabesco e il grottesco. Tanto buonismo intendiamoci ma il colpo di scena finale un po’ lo smorza, e comunque le battute fulminanti di questo autore a me piacciono sempre molto: “Sembrava più disorientato di Adamo il giorno della festa della mamma” tanto per intenderci.

Tutti i bambini tranne uno

Tutti i bambini tranne uno. Philippe Forest. Alet Edizioni.
Tutti i bambini tranne uno, Philippe Forest "Tutti i bambini crescono, tranne uno" scrisse Barrie James M. narrando una storia che tutti noi conosciamo bene. Già tutti i bambini crescono, tranne uno, quello che muore.
Pauline ha tre anni quando si ammala di osteosarcoma e la situazione degenera con una velocità tale da lasciare incredulo persino l’estraneo lettore.
Il narratore è suo padre, sue sono le parole che danno voce alla vicenda ed alla stessa Pauline che ormai ha attraversato lo Stige. Forest Philippe ci presenta una bambina precoce, sensibile, dall’intelligenza vivace.
Avviluppato in una dolorosa sindone, il romanzo racconta di lei, del suo decesso, persino attraverso i classici della letteratura; gli altri personaggi sono comparse, sfondo di un’agonia ingiusta che la consegna dapprima alla morte, poi all’immortalità della cellulosa. Di Pauline, Forest Philippe scrive: “Ho fatto di mia figlia una creatura di carta”. Esperto saggista e professore universitario Forest Philippe perpetua il ricordo di sua figlia Pauline in un romanzo toccante e scioccante, crudo e fastidioso, che spalanca le porte di universi altrimenti ignorati, volutamente evitati per paura di rimanerne contagiati.
Scritto con uno stile pregevole, capace di dare al dolore della vicenda la doverosa profondità, “Tutti i bambini tranne uno” è un libro che parla di morte, che sa di morte sin dalle prime pagine, eppure non lascia dietro a sé una amaro ricordo, tra le righe si può scorgere l’inno alla vita e all’amore di un genitore per la propria creatura. Infine, Forest Philippe vede il mondo dei “vivi” con la sensibilità e lo spirito critico di chi ha incontrato la morte, ma non se n’è andato con lei. A volte cinico nei confronti di coloro (tutti noi) che si beano della propria salute, della propria fortuna, del proprio credo consolatorio, là dove una semplice cellula impazzita può trasformare il cammino in un calvario.