LA FELICITA’ DI EMMA

LA FELICITA’ DI EMMA. Claudia Schreiber. Keller.
Emma è una giovane ragazza quasi selvatica, ma non nel senso romantico del termine, è grezza e spesso sporca e gestisce da sola una fattoria nella campagna tedesca dell’ex Germania Ovest che è sull’orlo del fallimento: allevare maiali e soprattutto farlo in maniera etica, rende poco o nulla oramai. La sua infanzia è stata dura e violenta come spesso accadeva nelle piccole società rurali, Emma però non ha perso la speranza in una vita migliore e quando si ritrova nel cortile una Ferrari con dentro un giovane di città svenuto e una borsa zeppa di soldi, decide di cogliere la sua occasione al volo, visto che parrebbe che la sorte le abbia servito su piatto d’argento la soluzione a tutti i suoi problemi, compreso l’amore, poco importa se il ragazzo ancora non sa nemmeno chi sia. Un romanzo particolare, a tratti divertenti a tratti molto forte, alcuni procedimenti della macellazione dei maiali vengono descritti nei minimi dettagli volutamente. Si legge in un baleno ed è pieno di ironia, e anche se a volte è un po’ troppo grottesco, affronta anche temi importanti come l’eutanasia e la solitudine. Una lettura molto piacevole che ha avuto un grande successo in Germania dal quale hanno anche tratto un film.

GLI EFFETTI SECONDARI DEI SOGNI

GLI EFFETTI SECONDARI DEI SOGNIDelphine de Vigan. Mondadori.
Quando l’affetto non è abbastanza, quando la speranza è destinata alla deriva eppure continua a galleggiare. Un romanzo delicato e drammatico, un acquerello per dipingere l’incontro-scontro tra i patrizi parigini, partecipi del sistema sociale, e i plebei senza tetto:  i fuggiaschi, gli abbandonati, i dimenticati.
I protagonisti di questo romanzo sono bambini già adulti che si trascinano dietro il fardello altrui.
Lou ha 12 anni e frequenta il liceo, una bambina precoce, un piccolo genio che osserva il mondo circostante come un acquario. Sebbene la sua visione sia molto diversa da quella comune, sono poche le cose che sfuggono alla sua attenzione. Lou cataloga, analizza, studia, sopratutto pensa. Continuamente. Non smette un attimo di setacciare e in un reticolo di pensieri così fitti difficilmente l’ingiustizia passa inosservata. La sua è una famiglia per bene, eppure piegata dal dolore, una sorella neonata morta in culla ha tracciato una frontiera tra “il prima” e “il dopo”.
A scuola, perculeggiata da tutti, Lou instaura un’amicizia tenera e molto profonda con il ribelle ripetente della classe. Lucas che vive solo nell’appartamento da cui suo padre se n’è andato, una casa che sua madre ha lasciato per vivere con il nuovo compagno.
È proprio un progetto scolastico che porta Lou a conoscere, per caso, una senza tetto. Noweel, detta No.
Noweel ha diciotto anni, diciannove, sei, oppure sessanta. Non ha casa, non ha famiglia, non ha amici (nessuno ha amici sulla strada), è una lumaca solitaria che striscia nei residui limacciosi della società, un trolley malconcio come guscio.
L’amicizia nasce per caso, per forza, forse anche per sbaglio. Un legame affettivo che da duo diventa trio, la lotta impari tra due ragazzini e tutto il resto del mondo.
Drammatico, ma mai patetico; ironico, ma mai comico. Un libro che affronta un argomento, quello dei clochards, che è in tutto e per tutto un male sociale riconosciuto a cui forse ci si è assuefatti (a Parigi più di 10.000 persone vivono sulla strada). Guardiamo ma non vediamo. Vediamo ma non guardiamo. Tutti indistintamente. Tranne Lou.

DIECI PRUGNE AI FASCISTI

DIECI PRUGNE AI FASCISTI. Elvira Mujcic. Elliot.
Attingendo a piene mani dalla sua storia personale, l’autrice ci racconta del viaggio a ritroso di una famiglia bosniaca immigrata in Italia all’indomani della guerra dei Balcani, che per esaudire il desiderio della nonna di essere sepolta nella sua terra affronta non poche vicissitudini e avventure.
Il tono è delicato, spesso scanzonato e divertente, altre volte triste e nostalgico, la protagonista Lania e i suoi due scalmanati fratelli minori devono raggiungere la Bosnia con treni, autobus e passaggi rimediati mentre la Madre accompagna il feretro. La città di destinazione la conosciamo solo a due terzi del libro, Srebrenica, scritto una sola volta quasi con pudore ed è li che capiamo tante cose dei vari personaggi nonostante nulla venga raccontato apertamente ma solo lasciato intendere.
Una bellissima lettura, intensa e inaspettata, con un finale commovente e per nulla banale così come il titolo, e credetemi non sono tipo da lacrima facile.
I miei sentiti complimenti all’autrice!!

 

L’ADDIO

l'addio L’ADDIO. Antonio Moresco. Giunti
E’ di pochi giorni fa la notizia che questo romanzo di Moresco a sorpresa è rimasto fuori dalla cinquina dei finalisti del Premio Strega. Lui è insorto, ha fatto intendere che nel mondo dell’editoria italiana se non vivi a Roma … Tra l’altro Moresco ha una storia particolare alle spalle, è un intellettuale rispettato dopo essere stato rifiutato da quasi tutte le case editrici per svariati anni. Insomma mi era già simpatico ed ero assolutamente propensa a sposare la sua teoria complottista e nepotista. Già alla lettura del preambolo che ho trovato autoreferenziale all’eccesso, il mio entusiasmo si era decisamente raffreddato.
D’arco è un poliziotto morto nella città dei morti, che è del tutto speculare e simile alla città dei vivi, lo costringono ad accorgersi che alla sera i bambini della città dei morti si mettono a cantare, così scopre che lo fanno per accogliere i nuovi arrivati che oramai stanno diventando davvero troppi. Inizia così la sua missione punitiva nella città dei vivi per arginare il male che è troppo, come compagno ha un bambino muto morto “che ha visto tutto”. Il tormentone del romanzo è se la vita viene veramente prima della morte, e se il dolore e il male ne sono una conseguenza, ma lo sviluppo si concretizza in una gran carneficina raccontata nei minimi dettagli.
Come avrete capito, a costo di sembrare ignorante, anche perchè lo sono, non starò qui a fingere di aver trovato significati nascosti e profondi in un romanzo che mi è parso solo verboso e inconcludente e nemmeno originale. Moresco sarà anche un grande intellettuale, non ne dubito, ma se fossi stata nella giuria dello Strega l’avrei eliminato anche io … e giuro io non vivo a Roma.

QUEL FANTASTICO PEGGIOR ANNO DELLA MIA VITA

quel fantastico peggior anno della mia vitaQUEL FANTASTICO PEGGIOR ANNO DELLA MIA VITA. Jesse Andrews. Einaudi.
Forse non mi sono spiegato bene. Quello che voglio dire è che questo libro contiene zero lezioni di vita, zero piccole verità sull’amore, zero momenti di calde lacrime in cui abbiamo tipo capito di aver abbandonato l’infanzia per sempre. E, a differenza di quasi tutti i libri in cui una ragazza si ammala di leucemia, non ci sono quelle frasi lunghe come un paragrafo e super mielose, che dovrebbero sembrare profonde solo perchè sono in corsivo. Sapete di cosa parlo, vero? Frasi tipo: “La leucemia si era impadronita delle sue pupille, tuttavia lei vedeva il mondo con chiarezza ancora maggiore di prima”. Puah. Scordatevele. Per quanto mi riguarda, non è che le cose abbiano uno straccio di senso in più solo perchè ho conosciuto Rachel prima che morisse. Caso mai, di senso ne hanno ancora meno. Chiaro?
E’ proprio questo che mi ha attirato subito di questo romanzo, il punto di vista di un ragazzo di fronte alla malattia e alla morte, di un adolescente che non riesce a trovare alcun senso in tutto questo, come me del resto, che non ha risposte e vive inerme una situazione che non ha scelto: la madre inizialmente lo costringe a fare visita a Rachel dopo aver saputo della malattia, poi subentra la subdola pietà e il senso di colpa a costringerlo a tornarci,  e alla fine ne subisce l’impatto psicologico, come può un ragazzo rimanere indifferente alla morte di un suo coetaneo?
La storia è raccontata in prima persona da Greg un ragazzo un po’ cicciotello e molto insicuro, che cerca di rendersi invisibile al liceo fingendo di simpatizzare con i vari gruppi ma senza esporsi mai, appassionato di cinema gira film piuttosto bizzarri e originali con il suo amico Earl, un ragazzino che vive una situazione familiare delle più disperate e che trova rifugio mettendo tutto se stesso in questa attività. I film però sembrano l’unica cosa che riesce a fare ridere Rachel durante la malattia e allora i due vengono caldamente invitati/obbligati a farne uno tutto per lei.
Il romanzo mantiene completamente le promesse fatte, nessuna situazione mielosa anzi molta molta ironia, Rachel non è un angelo e quando sta male si comporta male, non dispensa certo verità ed insegnamenti ai suoi amici, Greg non è felice di andare da lei tutt’altro, quando le fa visita il più delle volte fa gaffe spaventose, ma non riesce a farne a meno, e la cosa lo costringe a mettersi in discussione. Beh la storia mi ha toccato maggiormente proprio per questo. Peccato solo per le numerose volgarità e gli assurdi dialoghi tra Greg ed Earl, probabilmente voluti per rendere il romanzo più realistico ma che poi debbano anche piacermi no.
Ieri sera ho guardato anche il film che ne è stato tratto che invece ha snaturato completamente l’intenzione del libro e che riesce ad essere lento e modesto lo stesso.

LE INTERMITTENZE DELLA MORTE

le intermittenze della morteLE INTERMITTENZE DELLA MORTE. Josè Saramago. Feltrinelli.
Da un giorno all’altro in un ipotetico paese la gente smette di morire, rimanendo per così dire “tra color che son sospesi” , e Saramago nella sua inconfondibile maniera sviscera tutti gli ambiti sociali ed economici che verrebbero colpiti da una rivoluzione di questa portata. La Chiesa che per una resurrezione promessa ha indiscutibilmente bisogno della morte, le onoranze funebri, gli ospedali, i ricoveri, le assicurazioni. Dopo l’iniziale euforia è necessario però far fronte a tutto ciò che comporta e tutti a modo loro cercano delle soluzioni senza disdegnare l’aiuto della mafia. Questa è la prima parte del romanzo e l’ironia di certo non manca, la riunione dell’associazione delle pompe funebri ne è un chiaro esempio. Dopo sei mesi però la morte torna al lavoro previo avvertimento e decide d’ora in avanti di avvertire le persone 8 giorni prima dell’inevitabile. Una delle fantomatiche lettere viola però non arriva al mittente e torna indietro ogni volta, la morte (con la m minuscola sia chiaro se no si arrabbia) decide quindi di voler scoprire chi e come si sottrae al proprio destino. Questa la seconda parte che nonostante i dialoghi meravigliosi tra la morte e la sua fedele compagna falce, non mi ha molto convinta compreso il finale. Che dire è Saramago e tanto basti.
Io l’ho letto nell’edizione Einaudi di qualche anno fa, non so se cambi il traduttore.

UN LAVORO SPORCO

UN LAVORO SPORCO. Christopher Moore. Elliot Edizioni.
Charlie Asher è il tipico maschio beta, è grazie a loro che si riesce a perpetrare la specie, perchè a causa delle loro manie, paure e insuccessi, si guardano bene dall’affrontare le difficoltà della vita, ma ne stanno semplicemente alla larga il più possibile. Gestisce un negozio di articoli di seconda mano a San Francisco ed è accerchiato da dipendenti, vicini e parenti a dir poco originali. Quando la moglie che lui adora e che lo accetta per quel che è, muore subito dopo aver dato alla luce la loro primogenita, il mondo gli crolla addosso e pensa di essere impazzito: sente voci strane provenire dai tombini, vede molti degli oggetti del suo negozio emanare una strana luce, tutte percezioni che ha solo lui. La spiegazione, dopo non pochi strani accadimenti, gliela da Menta Fresca, un nero di due metri e venti vestito con un completo verde brillante che gestisce un negozio di cd usati: ora Charlie è speciale, è diventato un Mercante di Morte, preposto al recupero delle anime dopo la loro morte. Ci vuole un po’ per entrare nel bizzarro mondo creato da Moore, autore di culto negli Stati Uniti e non solo, cani infernali, scoiattoli frankenstein vestiti da sera, arpie mortali nei tombini e tanto altro. Intendiamoci non stiamo parlando del libro del secolo, e forse nemmeno dell’anno. Il contenuto è modesto, la trama molto confusa e un po’ troppo lunga, ma tutto questo viene compensato da puro e semplice divertimento, dialoghi e situazioni spassosissimi, risate fini a se stesse e forse per questo così gustose.
Consigliato a chi ama l’ironia del folle e dell’assurdo, ma anche a chi ama ridere e basta, ovviamente con le dovute premesse.

Shikò. Una bambina di strada

Shikò. Una bambina di strada. Renato K. Sesana. Sperling & Kupfer.
shiko Originario di Lecco, scrittore e direttore di “Nigrizia”, Renato Sesana è un padre missionario Comboniano che l’Africa ha adottato e ribattezzato “Kizito”.
In questo libro “Kizito” ha registrato, commentato ed approfondito la storia di una bambina, Shikò, che si racconta ad un occidente che troppe volte non sa, molte altre non vuol sapere.
Il suo vero nome è Malaika, che significa “angelo”, ma la strada le ha strappato anche quello. Adesso si fa chiamare Shikò, un appellativo a metà tra un sospiro ed un grido perché Shikò è una delle migliaia di “street children” che affollano Nairobi. Creature abbandonate e bisognose, le definiamo noi, persone che conducono un’esistenza allucinata dalle droghe, violenza e privazioni. Tuttavia, per quanto sensibili ed incisive possano essere le nostre parole, resta che non siamo in grado di comprendere appieno l’assoluta mancanza d’umanità che permea la vita di chi è nato nella parte sbagliata del mondo. Quella dove nulla è scontato, eppure tutto lo diventa.
A questo proposito, tra le tante citazioni con le quali si potrebbe presentare il libro, ne scegliamo una, una soltanto, tratta dai ricordi di Shikò, che da sola è in grado avvicinare due mondi opposti: “Era anche lei una bambina di strada e l’avevano uccisa con il veleno per i topi, mentre chiedeva qualcosa da mangiare.”
I racconti di Shikò sono caratterizzati da un complesso insieme di tinte forti e lugubri, di sapori acri e putridi, dalla cacofonia di una città che divora corpi ed anime, dove l’esistenza è soltanto sopravvivenza attraverso un’apocalisse quotidiana.
La carestia è la prima causa del degrado fisico e morale. Una povertà dovuta al mancato sviluppo delle risorse di un paese ricco, che afflitto da folli guerre civili e truffe politiche, un giorno sì e l’altro anche, non riesce a prendersi cura del suo popolo.
È la fame che porta individui ed intere famiglie in città, alla ricerca di un miraggio, una Eldorado circondata da un girone infernale di denutrizione e abiezione, indiscutibilmente peggiore di quello da cui hanno cercato di fuggire. Nairobi è l’essenza del controsenso che caratterizza l’Africa. Enormi ricchezze adiacenti alla povertà sconfinata.
La solidarietà, che caratterizza le comunità rurali africane, si perde tra le maleodoranti baracche di lamiere, cartone e stracci, che questi figli di un dio minore chiamano casa, spesso affittata ad un prezzo così caro che fagocita quei pochi spiccioli strappati all’elemosina ed ai lavori saltuari. Non ci sono più legami famigliari cui fare riferimento e non ci sono regole, soltanto bambini che fuggono e frugano tra i rifiuti per raccattare qualcosa di commestibile. Bambini che sniffano colla ed assumono droghe per attenuare il senso di vuoto nello stomaco e nell’anima. Bambini che entrano ed escono dalle prigioni, picchiati e presi a calci come randagi.
È questo un terreno fertile per la pandemia del nostro millennio, l’AIDS.
Tralasciando i comuni disturbi dovuti ad un’alimentazione ed un’assistenza sanitaria pressoché inesistente, l’AIDS imperversa spandendosi a macchia d’olio tra le fila di una popolazione che non avendo nulla da perdere oggi difficilmente può preoccuparsi del domani. Ne sono colpite le leve dell’industria del sesso: donne che si prostituiscono contagiando altri uomini e generando figli già sieropositivi; stormi di bambini vittime di abusi sessuali. La mamma di Shikò muore di questo male, così come le madri delle sue amiche di strada, dapprima affamate fuggiasche, poi percosse ed infettate.
Padre Kizito apre una finestra su un panorama apocalittico, dove si è portati a pensare che la morte sia davvero fine di tutto. Tuttavia questa storia ha un lieto fine: nella Casa di Anita, che raccoglie ed ospita bambini come lei, Shikò afferra la mano che le è tesa ed acquisisce un’identità ed una famiglia, ritrova la forza di desiderare qualcosa per il domani. Questo fanno i collaboratori di Padre Kizito, insufflano vita per riattizzare le fiamme della speranza, creano un focolare attorno cui è possibile ricostruire rapporti umani ed affettivi.
Lo stile del testo volutamente semplice, talvolta ripetitivo nei concetti, consente al lettore di non perdere nessun’immagine e le didascalie dell’autore, che inframmezzano i racconti di Shikò, forniscono nozioni di politica, storia e vita quotidiana, indispensabili per una lettura attenta e coscienziosa.
Recensione pubblicata dalla rivista “Afro: dall’Africa sull’Africa” website: http://www.afromagazine.it/

L’AMORE AL TEMPO DEI MORTI

L’AMORE AL TEMPO DEI MORTI. Robert Silverberg. Ed. Fazi.
L'AMORE AL TEMPO DEI MORTI
Sono due brevi romanzi, o lunghi racconti, la differenza sinceramente non mi è mai stata chiara, ambientati nel futuro o meglio nel nostro presente ma che per Silverberg che li ha scritti negli anni ’60 era un futuro considerevolmente lontano, che parlano del rapporto con la morte. Nel primo che da il titolo al libro le persone possono decidere di venire rianimate dopo la morte, creano delle comunità e vivono tra loro cercando di fare tutte le cose che non hanno potuto fare in vita, ma la vita ovviamente non ha più il gusto di prima e i rianimati provano un distacco da tutto incomprensibile per gli altri. Il racconto parla delle mille peripezie di Jorge che non riesce ad accettare la prematura morte della moglie poi rianimata, e che cerca in tutti i modi di incontrarla e di parlarle senza riuscire a capire che adesso è un’altra persona. Nel secondo LA PARTENZA, a mio avviso più bello, siamo in un mondo in cui nessuno muore più di morte naturale grazie ai progressi della medicina, tutto ciò comporta ovviamente grandi problemi di sovrappopolamento e rapporti parentali difficili visto che l’età media arriva sui 150 anni, al punto che le persone verso la fine della propria vita decidono di andarsene in grande stile e di lasciare spazio alle nuove generazioni; il protagonista, un musicista famoso, presa la grande decisione fatica comunque a lasciare definitivamente una vita che non aveva più niente da dargli. Sono racconti piacevoli e scorrevoli, forse più belli nelle intenzioni che nel risultato che mi è sembrato poco intenso e affrettato nonostante il tema importante. Questa è la prima opera di Silverberg che leggo ma accostarlo a gente come Philip Dick, Orwell o Huxley mi sembra sicuramente eccessivo.