SAGGIO SULLA LUCIDITA’

copSAGGIO SULLA LUCIDITA'. Josè Saramago. Einaudi.
Si chiamano entrambi Josè e sono entrambi portoghesi, sul Josè calcistico, che io comunque adoro, si sprecano anche troppe parole, su quello letterario troppe poche, ma è difficile per me riuscire a trasmettere l'ammirazione che rasenta l'idolatria che mi ha sempre suscitato questo gigante della letteratura. Mi sarebbe piaciuto tra l'altro sapere cosa pensasse il letterato del suo discusso compatriota.
In un momento in cui non si fa che parlare di indignazione, di responsabilità morale, civile e politica, questo romanzo del 2004 sa quasi di profetico. Nella capitale di uno stato non identificato, alle elezioni municipali, la quasi totalità dei cittadini esercita il proprio sacrosanto diritto costituzionale di votare scheda bianca, delegittimando apertamente non solo il governo ma la politica tutta, che si trova ad affrontare la più grave crisi da quando esiste la democrazia. La capitale viene prima abbandonata a se stessa, poi, in mancanza dei disordini e delle violenze previsti, viene messa sotto stato di assedio. Ma un colpevole è necessario, e se non lo si trova "il potere" è abituato a crearlo, non ha fatto i conti però con la coscienza di alcuni, pochi, troppo pochi per sperare in un lieto fine.
Con il sapiente e frequente uso del grottesco e riprendendo alcuni dei personaggi di Cecità di cui ho già parlato, questo romanzo è una lucida quanto amara riflessione sulla politica e sul potere che essa conferisce. Indimenticabili sono quasi tutti i dialoghi tra i ministri del governo, desolante il finale, un romanzo come tutti quelli di Saramago che turba. Vi risparmio il discorso sullo stile già abbondantemente affrontato, ribadisco però che i suoi romanzi non sono di quelli che si possono leggere con la tv accesa, occorre essere ben presenti e vigili, impossibile pentirsene. Sempre GRAZIE Josè. 

IL QUINTO FIGLIO

cop1IL QUINTO FIGLIO. Doris Lessing. Feltrinelli.
Per quanto poco voglia dire, stiamo parlando del Nobel per la letteratura del 2007, e nonostante dubiti di voler leggere ancora qualcosa di questa autrice, sono quasi certa che alcune sensazioni suscitatemi da Ben, il quinto figlio appunto, rimarranno indelebili nella mia memoria.
David ed Harriet caparbiamente, incoscientemente e del tutto controcorrente per i mitici anni sessanta, vogliono avere una famiglia numerosa. Per molti anni a dispetto delle feroci critiche e dello scetticismo dei parenti riescono a creare un'isola felice. Tutti vogliono passare da loro le feste e godere della gioia e della serenità della loro grande casa. Fino alla nascita di Ben che porterà alla distruzione l'intera famiglia. Nessun medico ha il coraggio e la competenza per diagnosticare, sempre che ci sia, qualche disturbo a questo bambino particolare, un folletto malefico, fortissimo, iperattivo, e quasi animalesco nella sua violenza, ma molto più crudele. Il romanzo attraverso una prosa scorrevole, scarna ma precisa, è tutto giocato sull'ambiguità delle percezioni che gli altri hanno di Ben, e sulla frustrante impotenza di Harriet che salvando Ben, che non ha mai amato ma che non riesce ad abbandonare nell'istituto dove sarebbe quasi certamente morto, sa di condannare il resto della famiglia all'infelicità. Un romanzo breve ma molto forte.

IL TESTAMENTO DI NOBEL

IL TESTAMENTO DI NOBEL. Liza Marklund. Marsilio.
il testamentodinobelAnnika Bengtzon, giornalista di un noto tabloid di Stoccolma, durante il famoso ricevimento di premiazione dei Nobel nel Municipio, assiste al ferimento del medico premiato per la medicina e all'omicidio di una donna, presidentessa del Comitato Nobel. Chi era il vero bersaglio e perché? Cosa nasconde il Karolinska Institute e cosa c'è dietro il complicato mondo delle ricerche scientifiche e dei miliardi di euro di donazioni e premi per sovvenzionarle?
Un buon giallo, con ritmo e tutti i crismi classici delle indagini cosiddette poliziesche. Inconsueto il tema trattato e interessante anche la vera storia di Alfred Nobel inserita nei vari capitoli, i personaggi però sono decisamente stereotipati e la storia personale di Annika che fa da contorno e pausa alla trama vera e propria ne fanno secondo me una lettura più femminile. Quella di Annika è una serie molto famosa, si desume dai riferimenti alle precedenti avventure non sempre chiari e dal fatto che la scrittrice lascia del tutto in sospeso il finale "personale". Non so però quanto abbia ancora intenzione di pubblicare Marsilio.

LA TERRA IN BILICO

LA TERRA IN BILICO. Al Gore. Bompiani.
laterrainbilicoAlla fine ce l’ho fatta, è stata dura ma ce l’ho fatta. Un mattone di 600 pagine che non sono riuscita che a leggere in due tempi. Mattone non per difficoltà, ma per l’argomento e spesso la ripetitività dei temi trattati. Al Gore (premio Nobel per la pace grazie al suo impegno per l’ambiente) affronta tutti, ma proprio tutti, i grandi temi ambientali e seri problemi che sono troppi anni ormai che cerchiamo di ignorare. Non ho la competenza scientifica per capire se siano conclusioni certe, credo però che le 100 pagine di bibliografia finale e richiamo a studi scientifici recenti zeppi di nomi, date e riviste da cui sono tratti, siano un buon indizio. Una ricerca e uno studio enormi di cui non posso che ringraziarlo, è sempre difficile esporsi in prima persona e combattere davvero. Poi intendiamoci, sono anche moltissime le cose che non mi sono proprio piaciute: in fondo è un vero americano e ha dovuto inserire una lunga sbrodolata religiosa, molti capitoli sul ruolo degli Stati Uniti salvatori del mondo e varie ripetizioni evitabili. Nonostante ciò sono felicissima di averlo letto, ho davvero le idee più chiare su molte cose, soprattutto sul fatto che il nostro singolo impatto ambientale giornaliero è davvero troppo forte e non possiamo ignorarlo, qualsiasi intervento deve essere urgente e tempestivo e deve rivedere completamente il nostro rapporto con ciò che ci circonda. Ed è qui che davvero non riesco a capire il suo ottimismo (sarà sempre per la sua nazionalità?). Delle varie soluzioni che propone (che comunque sono piuttosto logiche) non ne vedo che attuate una minima miserrima parte, soprattutto dai governi mondiali che lui individua come i maggiori depositari della possibilità di combinare veramente qualcosa. L’approccio stesso a questa marea di problemi è talmente vago e retorico (ma del resto è politica) che non vedo davvero via di uscita. Insomma una buona lettura, almeno le prime 300 pagine, che chiarisce tante cose che la stampa riporta in parte e spesso in maniera distorta, sicuramente una lettura poco allegra.

SBUCCIANDO LA CIPOLLA

SBUCCIANDO LA CIPOLLA. Gunter Grass. Einaudi.
sbucciandolacipollaHo sempre avuto una diffidente attrazione per i premi Nobel per la letteratura. Mi sembra impossibile che siano premi "solo" diplomatici e politici come si vocifera, ma ogni volta (e capita spesso) che la curiosità ha la meglio su di me, arrivo a concludere che sicuramente sono scrittori dalle innegabili doti ma che sento un po’ troppo distanti; la loro lettura arricchisce non c’è dubbio, ma non può certo dirsi una lettura facile o piacevole. Insomma credo che sia la diffidenza che l’attrazione siano destinate a rimanere. Gunter Grass ne è il classico esempio. Nobel del 1999, di lui ho letto forse il romanzo più significativo, quello che negli anni sessanta lo fece conoscere al mondo Il tamburo di latta: romanzo visionario e dalle molteplici simbologie, che non mi era dispiaciuto nonostante la solita difficoltà. Questa invece è la sua autobiografia che va dall’inizio della seconda guerra mondiale (aveva 11 anni) agli anni ’60 appunto. Inizia subito con la discutibile quanto tardiva autodenuncia, che tanto clamore ha suscitato, di essersi arruolato ad appena 17 anni volontario nelle SS e non precettato come si era sempre pensato, convincimento che lui si era ben guardato dallo smentire, da qui le richieste di una parte della critica che gli venisse ritirato il Nobel. Racconta gli anni della guerra, la prigionia insieme a un giovane Joseph che lui è convinto essere lo stesso che è poi diventato l’attuale Papa. I primi anni del dopoguerra: il lavoro in miniera, poi a Dusseldorf lavorando come scalpellino, la sua insostenibile "terza fame", la fame d’arte che lo porterà a Berlino. Gli inizi come scultore/pittore per poi approdare inevitabilmente alla scrittura da allora e per sempre. L’impressione è di trovarsi di fronte a un personaggio sicuramente notevole, poco simpatico, molto pieno di sé, ma soprattutto che si porta sulle spalle un grande fardello.

IL MIO NOME E’ ROSSO

IL MIO NOME E’ ROSSO. Orhan Pamuk. Einaudi.
IL MIO NOME E’ ROSSO Istanbul nel 1591 è una città colorata ed odorosa, ma soprattutto colorata. Dipinta dai suoi miniaturisti che, chini sui loro fogli, immortalano la vita che passa loro accanto mischiando realtà e leggenda. Il libro inizia con un omicidio che ci accompagnerà per tutto il romanzo, un giallo quindi, seppur lento ed artificioso. Il Sultano ha commissionato un libro, del quale tutti vociferano in segreto, e tra i suoi miniaturisti si cela un assassino. Per poter conquistare una duratura felicità con Sekure, e salvarsi la vita, Nero dovrà smascherare il colpevole.
L’intero romanzo è un coro di voci, tutti hanno almeno un capitolo nel quale esprimere il loro disappunto per la vita che gli è toccata in sorte, aggiungendo ogni volta un tassello del puzzle. Lo stile è ricco ed accurato, appassionato e malinconico, tipicamente in stile medio orientale. La narrazione è ben costruita, ma dettagliata fino allo sfinimento. Ci sono intere pagine dedicate alla descrizione delle miniature, dei colori, delle leggente legate ai miniaturisti, alla storia della miniatura araba, alle sue tradizioni in contrasto con le innovazioni occidentali. Alla fine, una volta scoperto il vile, della storia al lettore resta poco, se non il ricordo di aver avuto tra le mani un buon libro, ma di una prolissità spesso non necessaria, che confonde le idee.

IL VANGELO SECONDO GESU’ CRISTO

IL VANGELO SECONDO GESU’ CRISTO. José Saramago. Ed. Einaudi.
Il vangelo secondo Gesù Cristo, José Saramago Ci sono libri per cui mi chiedo se io non ho capito nulla oppure se le critiche spesso seguono più l’onda del grande nome che del reale valore dell’opera. Che Saramago non sia mai una lettura facile e leggera è cosa nota e assodata ma ho sempre letto volentieri i suoi romanzi perché pieni di ironia e di spietati spunti di riflessione su temi spesso scottanti. Stavolta lo "scottato" a mio avviso è lui e il povero lettore che si lascia incuriosire dal retro copertina e dalle critiche. Non voglio certo addentrarmi in un discorso religioso o dare difficili giudizi morali, anche se ovviamente è quasi impossibile, ma non riesco proprio a capire coloro che sostengono che non sia blasfemo un romanzo che dipinge un dio capriccioso, crudele, manipolatore e un diavolo invece più umano e senz’altro più ragionevole, e che non da assolutamente spazio a quello che comunque era il messaggio di Gesù, così diverso e innovativo per l’epoca. Ho deciso di leggere il libro pensando che Saramago desse una rilettura del Vangelo più umana e terrena e la cosa poteva interessarmi al di là del discorso religioso, invece ne è saltato fuori un romanzo del tutto alternativo al Vangelo che certo prende grossi spunti, anche se molto più lento e pieno di lungaggini senza significato. Ho trovato particolarmente tediosa la prima metà, decisamente affrettata la fine e assurdo e ridicolo il colloquio a tre tra Dio, Diavolo e Gesù; insomma qualcosa ma poco veramente da salvare. Per quando riguarda lo stile vale ovviamente lo stesso discorso già trattato il 31/05/05 per Cecità, a mio parere romanzo di tutt’altro spessore. Forse la delusione è anche più grande perché proporzionata alle aspettative che avevo visto lo scrittore, spero proprio di potermi confrontare con qualcuno perché per ora le delusione è tanta.

CECITA’

CECITA’. José Saramago. Ed. Einaudi.
Cecità, José Saramago Una strana epidemia di cecità denominata mal bianco colpisce l’umanità. I primi casi vengono completamente isolati e rinchiusi e poi dimenticati in strutture. Abbandonati nel totale abbrutimento morale e igienico, alla mercé della violenza del più forte costretti a non sapere più cosa sia la dignità e a sopportare qualsiasi bassezza, nel solo tentativo di sopravvivere, il primo e più forte istinto umano quasi animale. L’unica donna che non ha perso la vista sarà suo malgrado la testimone del veloce degenerare della situazione e si consumerà aiutando il gruppo dei protagonisti che rimarranno fino all’ultimo senza nome. E’ evidente la metafora alla nostra società che ha quasi raggiunto i limiti di disumanità e soprattutto di indifferenza. Le immagini sono volutamente dettagliate e proprio per questo molto forti. Anche l’ironia spesso usata da Saramago è troppo stridente in una storia di questo genere. E’ uno scrittore che a me piace molto, mai banale, molto profondo. Si ha la netta impressione che ogni vocabolo sia lì non a caso. Ovviamente non è uno scrittore facile, soprattutto per l’uso non "consono" della punteggiatura. Usa solo punti e virgole per inserire le pause nel discorso. Semplificando molto la spiegazione dello stesso Saramago relativa a questo suo modo di scrivere (contributo per il quale ringrazio tantissimo Silvia Cortés) pare che il suo, sia un tentativo di non voler lasciare passivo il lettore alle sue opere, lui vorrebbe che ogni lettore trovasse il suo ritmo, partecipasse alla sua storia. Spero che mi crediate, io non mento mai, almeno quando parlo di libri, è davvero così, superate le prime 20/30 pagine ogni protagonista ha la sua voce, non ci si confonde mai e la storia scorre come se fosse tutto normale. L’unico difetto che ho trovato è che a mio avviso si dilunga troppo nell’esperienza della segregazione, per il resto è un libro che metterò tra gli IMPOSSIBILI DA DIMENTICARE.