JAKOB IL BUGIARDO.

JAKOB IL BUGIARDO. Jurek Becker. Neri Pozza.
Commentare un libro di cui già si è visto il film è una fatica, soprattutto perché, pur non essendo la più famosa interpretazione di Robin Williams, hai la sua faccia davanti mentre leggi. Una faccia che devo ammettere alleggerisce i primi due terzi della narrazione, ma solo sulla pellicola. Sulla carta ci prova, quella faccia, ma non ci riesce.
Polonia. Jakob Heym, ospite della struttura conosciuta come ghetto ebraico di Lodz, è il protagonista del libro, un po’ interprete, un po’ narratore, è lui il personaggio che sulla scena è sempre baciato, o perseguitato, dall’occhio di bue. Jakob è un buono. Un eroe improvvisato, un paladino della disperazione. Una sera, al ritorno dalla fabbrica, Jakob sfora il coprifuoco e viene mandato a rapporto alla sede del comando. Entra ed esce poco dopo. Vivo. Incolume. Un improvviso colpo di fortuna, che suo malgrado lo indurrà a mettere in moto gli arrugginiti ingranaggi dell’intera comunità.
I russi stanno combattendo a 500 km da lì. Stanno arrivando.
Una frase mezzo sussurrata e mezzo sputata, con il solo intento di salvare un compagno di lavoro dal farsi ammazzare, una distrazione breve ed effimera. Una menzogna poi che lievita come il pane, dove di pane non se ne vede da tanto e che si ingigantisce fino a diventare una leggenda.
Poiché Jakob non può spiegare la notizia ai suoi compaesani, prende piede diceria che JAKOB HEYM HA UNA RADIO.
La notizia circumnaviga il ghetto, si insinua ovunque come la muffa e a Jakob non resta che reggere il gioco, un funambolo che infrange tutte le regole e dà fondo a tutte le sue risorse (fisiche e mentali) per tenere viva una speranza. Non una fiaccola, per come stanno le cose è più che altro un cerino, eppure diventano tutti fiammiferai, con un ricordo con un motivo per continuare a vivere, fino alla fine. Fino a quando i Russi non arrivano… e si fermano giusto alla periferia di Varsavia, mentre il ghetto viene distrutto (perchè la speranza è una bella cosa, ma spesso l’accompagna la beffa).
Si nota in questo libro, diversamente da tanti altri romanzi sullo sterminio nazista, l’anonimia riservata ai carcerieri, di rado nominati. La loro esistenza è percepita attraverso tutti il resto, persone, cose, animali (unica eccezione: quando prelevano l’eminente medico affinché possa occuparsi della precaria salute del comandate. Forse, a sottolineare il nonsense intrinseco nell’atto).
Lo stile è lento e un po’ datato (come il libro), descrittivo spesso in modo afoso, difficoltoso per il lettore non lasciarsi prendere dallo sconforto e superare la prima metà del libro, quando qualcosa comincia ad accadere.

L’ULTIMA VOLTA CHE SIAMO STATI BAMBINI

L’ULTIMA VOLTA CHE SIAMO STATI BAMBINI. Fabio Bartolomei. Edizioni E/O.
Bartolomei è uno degli autori italiani che amo di più, tutti i miei amici hanno ricevuto uno dei suoi romanzi in regalo, e se nei suoi ultimi romanzi non mi aveva entusiasmato come nei primi, qui è tornato in tutto il suo fulgore con quella che forse ad oggi è la sua opera migliore. Sono talmente tante le emozioni che questo romanzo trasmette da lasciarti quasi spossato e vuoto alla fine.
Siamo a Roma verso la fine della seconda guerra mondiale, è il cortile il regno di Cosimo, Italo, Vanda e Riccardo, hanno dieci anni e per loro la guerra è incomprensibile, sanno solo che comporta una serie infinita di divieti da parte degli adulti che peraltro “non gli hanno mai chiesto niente” prima di farla.
Sono molto diversi tra loro i quattro: Cosimo, cresciuto da un nonno chiuso nel suo dolore dopo che il figlio attivista comunista è sparito nel nulla, Italo piccolo balilla ansioso di essere all’altezza del fratello eroe di guerra, Vanda un’orfana che spera di trovare una famiglia ma sa di non essere carina quindi fa di tutto per essere ordinata e pulita, Riccardo tranquillo e generoso ma ebreo e “non è il momento giusto per essere ebrei nè per vivere nel ghetto”. Diversi si, ma a dieci anni le differenze sono come etichette staccate e illeggibili che non hanno alcuna importanza. Un giorno però Riccardo non arriva, dicono sia stato rubato dai tedeschi, e i tre non hanno dubbi su quale sia la cosa giusta da fare, quindi con motivazioni completamente diverse ma con il cuore saldo, scappano per ritrovare il loro amico e spiegare ai tedeschi che si sono sbagliati “i figli dei nemici non sono nemici a loro volta”. Sulle loro tracce due persone che non possono essere più diverse: Suor Adele, personaggio bellissimo, e il fratello soldato di Italo.
Il loro viaggio, molto più lungo del previsto, se all’inizio ha ovviamente il sapore della grande e bellissima avventura, man mano che procedono assume quello della tragedia, le difficoltà e i pericoli del mondo di fuori non sono cose che i bambini possono immaginare, fino a un finale inaspettato che non voglio assolutamente anticipare.
Il punto di vista dei bambini sugli adulti (quale dono inestimabile ha quest’autore) è veramente divertente ma soprattutto disarmante. Sono talmente evidenti ai loro occhi le follie che stanno dietro a quello di cui siamo capaci. Ho riso come una matta e il finale me lo sono sognato per una notte intera, credo sia un romanzo imperdibile per tutti e consigliatissimo anche ai ragazzi, profondo, meraviglioso e indimenticabile.

CARTOLINE DALLA TERRA DI NESSUNO

CARTOLINE DALLA TERRA DI NESSUNO. Aidan Chambers. BUR.
Jacob è un ragazzo goffo e imbranato come quasi tutti i ragazzi di 17 anni, quasi ossessionato da Anna Frank va in Olanda per partecipare alla commemorazione della battaglia di Arnhem nella quale è morto suo nonno da giovane. Qui viene ospitato dalla famiglia di Gertrui, la ragazza che nel 1944 ha assistito il nonno ferito durante la battaglia e che ora è un’anziana signora malata che ha preso una decisione molto difficile da accettare.
Charmbers è un famoso e acclamato autore per ragazzi e in effetti questo romanzo riesce ad affrontare in maniera semplice ma senza fornire risposte moltissimi temi: l’eutanasia, l’omosessualità, la guerra, le difficoltà nei rapporti con la famiglia e nel crescere, l’amore, e tanti altri. Le avventure e disavventure che capitano a Jacob sono tante in soli pochi giorni tra Amsterdam, Haarlem e Arnhem e questo tiene abbastanza alto il ritmo della lettura.
Ma il vero punto forte di questa lettura secondo me è Amsterdam, città meravigliosa che attraverso le pagine del romanzo si riesce a rievocare come se vivessimo nella cartina e respirassimo la sua atmosfera vitale.
Essendo io molto, ma molto lontana dall’età di Jacob, ho apprezzato di più i racconti di Gertrui e la sua ricostruzione dell’ennesimo brutto capitolo della seconda guerra mondiale, ma è un romanzo che comunque mi sento di consigliare.

LA SCOMPARSA DI JOSEF MENGELE

LA SCOMPARSA DI JOSEF MENGELE. Olivier Guez. Neri Pozza.
Non so come abbia fatto quest’autore, ma a questo romanzo è stata fatta una pubblicità veramente fuori dai soliti standard: giornali, televisioni e social, il suo facciotto lo si vedeva un po’ ovunque.
Dopo aver letto Gemelle Imperfette, di cui ho già parlato, e aver approfondito il personaggio di Mengele, non potevo non leggere questo che è anche finalista al Premio Strega Internazionale.
La storia inizia quando Mengele si imbarca solo a Genova verso l’Argentina. Dopo la fine della guerra ha passato qualche anno nell’anonimato lavorando come bracciante nelle campagne della Baviera. In Argentina invece gode della protezione del regime di Peron e soprattutto dei fondi messigli a disposizione dalla famiglia che è influente e molto ricca. A Buenos Aires sono molti i nazisti che si sono ricostruiti una vita negli anni 50, tra loro anche Eichmann. Man mano che negli anni le testimonianze degli orrori dell’olocausto si fanno più numerose e dettagliate, anche le azioni di Mengele diventano di dominio pubblico. L’Angelo della Morte, lo Zio dei bambini del capanno 10, diventa uno dei maggiori ricercati per crimini contro l’umanità. Ma Mengele è molto più cauto e avveduto di Eichmann, che verrà catturato dagli agenti del Mossad e successivamente giustiziato in Israele, e anche grazie a una serie di casualità riesce fuggire prima in Paraguay poi in Brasile dove morirà nel 1979 per cause naturali. Gli ultimi anni furono quelli di uomo braccato, sospettoso, solo, dipendente da altri, paranoico e malato, ma non ebbe mai un barlume minimo di pentimento.
E’ una lettura veramente interessante, racconta chiaramente in uno stile piacevole come sia stato possibile che personaggi di tal fatta siano rimasti impuniti, e a questo dovrò rassegnarmi. Stento però a definirlo romanzo, troppi i dettagli e la ricerca storica, forse lo vedo più come un saggio-biografia, del resto l’argomento è scottante non adatto alle semplificazioni e approssimazioni.
Mengele, ovvero la storia di un uomo senza scrupoli, dall’anima blindata, che ha risposto alle sollecitazioni di un’ideologia velenosa e mortifera in una società sconvolta dall’irrompere della modernità. … Diffidenza, l’uomo è una creatura malleabile, bisogna diffidare degli uomini.

 

LE ASSAGGIATRICI.

LE ASSAGGIATRICI. Rosella Postorino. Feltrinelli.
1943. Rosa ha lasciato Berlino per sfuggire ai bombardamenti, ospite a casa dei suoceri mentre il marito, Gregor, combatte sul fronte russo da bravo tedesco.
Nove donne di Gross-Partsch, un villaggio vicino alla Tana del Lupo, meglio noto come il quartier generale di Hitler. Nove donne che assieme a Rosa hanno il compito di ingerire il cibo del Führer per scongiurare la minaccia degli avvelenamenti. Non certo volontarie, vittime di un’isteria generale al cui vertice siede l’ambigua e corrotta figura di un macellaio che paradossalmente non sopporta i mattatoi. Sì, perchè Hitler, promotore di macelli di uomini aveva subito un trauma da piccolo… più di uno verrebbe da affermare. Ironia della sorte. Un’ironia macabra che per una volta proietta una luce poco lusinghiera anche sulle condizioni dello stesso popolo tedesco, che pur soggiogato dal carismatico merchandising hitleriano, non se la passa bene in guerra. La fame e la paura sono una pestilenza che affligge anche la razza ariana.
Rosa è una cittadina, trapiantata tra donne di campagna, con le quali da subito instaura un non-rapporto dovuto ad un’inesistente differenza culturale. Rosa è prigioniera né più né meno delle altre. Obbligate a mangiare anche quando non hanno fame, quando si sentono male, topi da laboratorio rinchiusi in una mensa che da un momento all’altro può trasformarsi in una tomba. Raramente nel romanzo (ispirato alla storia vera di Margot Wölk, assaggiatrice di Hitler) ci sono scene violente; il sopruso è insito nella storia stessa, di giorno in giorno, di notte in notte, di pagina in pagina.
La sensazione claustrofobica di sopraffazione, la tirannia quotidiana, il pericolo di porre un piede in fallo pur appartenendo alla razza giusta, privano le persone del libero arbitro fino a che non resta che domandarsi cosa significhi essere e rimanere umani. Cosa si è disposti a fare per continuare a sentirsi vivi, nonostante la paura, l’incertezza, la colpa?
Scritto con uno stile impeccabile, credo che Le Assaggiatrici sia soprattutto questo, un libro senza eroi, dove tutti sono vittime, persino i carnefici.

TUTTO CAMBIA (La saga dei Cazalet. Vol. 5)

Tutto Cambia. Elisabeth Jane Howard. Fazi Editore.

ll mondo cambia ma i sentimenti no, questo è il grande finale. L’epoca che termina passa il testimone alla nuova come la vecchia generazione ai giovani della famiglia, cambiano le abitudini e il modo di vivere ma non i sentimenti e il loro impatto sulle esistenze dei nostri protagonisti. La morte e la vita sono parte del ciclo naturale e sono la normale evoluzione della grande famiglia Cazalet. Mentre le vecchie generazioni ad un primo sguardo sembrano arrancare nel cambiamento, sia esso una scelta o un’imposizione, le nuove, alla fine non troppo diverse dai genitori, lo cavalcano, esattamente come è stato durante la guerra quando gli allora giovani avevano riorganizzato le loro esistenze per sopravvivere. Questo quinto, e tristemente ultimo, rende l’intera saga un unico grande romanzo, tutto torna e si conclude per ricominciare, in una parola fiducia. Il sentimento che prevale e si respira, mai sdolcinato, è proprio la speranza: speranza nel domani, speranza di un riscatto, speranza di riuscire a cambiare, speranza di rimanere nei cuori degli amati anche dopo la morte.  Ancora una volta bravissima l’autrice nell’ambientazione storica ma soprattutto nella caratterizzazione dei personaggi, lasciarli andare e sapere che non li incontreremo più è straziante.

 

WOLF. LA RAGAZZA CHE SFIDO’ IL DESTINO.

WOLF. LA RAGAZZA CHE SFIDO’ IL DESTINO. 
1956. Il Terzo Reich ha vinto la seconda guerra mondiale, Hitler governa mezzo mondo. I campi di lavoro e di sterminio sono comuni, la razza ariana obbligata a riprodursi, gli orrori della Shoah non sono finiti, sono semplicemente diventati la quotidianità.
Yael è fuggita da un campo di sterminio. Quello dove il Dottore l’aveva scelta tra migliaia di bambini per sperimentare farmaci che avrebbero cambiato i colori tipici della sua razza. Una fortuna non finire sezionata tra tanti altri, ma solo rivoltata come un calzino, che perde la pelle e muta come un serpente. Yael riesce a fuggire grazie a quello che pare essere un effetto collaterale degli esperimenti: muta forma. Yael riesce a essere chiunque, una chimera fatta di tutte le persone che imita e di cui assume le sembianze. Reclutata dalla resistenza, Yael pare essere l’unica in grado di portare a compimento il progetto Valchiria, avvicinarsi a Hitler quanto basta per ucciderlo in diretta mondiale, e dare quindi il via all’insurrezione. L’unico modo è vincere il Tour dell’Asse: una gara motociclistica che parte dalla Germania e si conclude a Tokyo. Per partecipare Yael diventa Adele Wolfe, l’unica ragazza che abbia mai partecipato, e vinto, la gara.
Una competizione che puzza di morte ed inganni, per la quale Yael si è addestrata dieci anni.
Il romanzo è un perfetto esempio di ucronia, un corso alternativo della storia mondiale dove distopia e fantapolitica vanno a braccetto. Peccato che si tratti davvero di un romanzo per ragazzi (13 anni) e che quindi sia poco corposo nonostante la complessità dei temi trattati. WOLF è una ricerca di riscatto, di vendetta, di giustizia, ma soprattutto di identità umana.

ALLONTANARSI (la saga dei Cazalet vol.4)

ALLONTANARSI. Elisabeth Jane Howard. Fazi Editore.

1945. La guerra è finita e, nonostante ciò, il ritorno ad una parvenza di normalità è più lento di quanto ci si aspetterebbe e la nostra famiglia è ancora alle prese con razionamenti di cibo e tessere per il vestiario. L’avanzare inesorabile del tempo e il rientro a Londra dopo l’abbandono della residenza di campagna, luogo di forzata convivenza durante la guerra, portano alla rottura di legami e rapporti. Si respira la nostalgia per i personaggi che se ne vanno e si portano via, per alcuni dei protagonisti, la parte più felice della vita: il Generale e la Duchessa con la morte liberano l’amore di Rachel per Sid e allo stesso tempo obbligano i tre figli maschi a crescere e prendere in mano definitivamente le redini dell’azienda di famiglia e le loro esistenze. I figli, ora genitori, sono relegati al ruolo di comparse rispetto ai veri protagonisti, la terza generazione femminile, quelle bambine cresciute nel clima ovattato della campagna nonostante i bombardamenti che hanno ormai le proprie vite. Louise, attrice mai arrivata, che si trova imprigionata nel ruolo di moglie e madre, Polly, dimenticato finalmente l’amore per Archie, si rivela donna sicura e forte, e infine Clary che avrà un percorso tutto suo e pieno di colpi di scena per arrivare alla felicità. Le avventure degli altri cugini fanno da contorno a questi tre personaggi femminili ancora una volta caratterizzati magnificamente dall’autrice. Si respira in ogni pagina la nostalgia per i “bei tempi passati” della giovinezza che nei ricordi (…di ciascuno di noi) rimangono sempre romanticamente felici. E’ triste sapere che ne manca solo uno alla fine….

CONFUSIONE (La saga dei Cazalet vol. 3)

CONFUSIONE. Elisabeth Jane Howard. Fazi Editore.

Siamo nel 1942 e anche se la fine della guerra è ancora lontana, i Cazalet vivono nella speranza della rinascita imminente. L’attenzione dell’autrice si sposta verso le nuove generazioni, i nipoti e soprattutto le donne della famiglia: Louise, Polly e Clary. Le tre cugine si affacciano alla loro nuova vita in modi diversi ma sempre da donne di una nuova era: Louise, tradendo leggermente le speranze riposte nel suo personaggio, si ritrova sposata ad un uomo che non ama e prigioniera di una vita ben lontana dalle aspirazioni che aveva manifestato mentre le sue cugine, alla ricerca di una nuova autonomia femminile, riusciranno ad andare a vivere a Londra da sole. Nel frattempo, Rachel continua a sopravvivere tra la devozione per i genitori e l’amore “segreto” per Sid, Edward mantiene le sue relazioni clandestine ma si lega sempre più ad una delle sue amanti, Villy si occupa dell’organizzazione e gestione della famiglia dai piccoli agli anziani, Hugh lavora nell’azienda di famiglia e subisce le confidenze del fratello Edward, Zoe (bella sorpresa come personaggio per l’evoluzione positiva) sempre sola si dedica totalmente a  sua figlia. Il vero personaggio emergente, tuttavia, è Archie, amico del disperso Rupert, sarà il perno intorno a cui gravita tutta la famiglia e a cui tutti affidano le loro confidenze.Sempre brava l’autrice che riesce a riprodurre lo stato d’animo del periodo storico attraverso le vite dei personaggi, si respirano ancora le privazioni della guerra ma emerge sempre più forte nei protagonisti la voglia di riscatto e di vivere appieno ogni istante disponibile.

GEMELLE IMPERFETTE

GEMELLE IMPERFETTE. Affinity Konar. Longanesi.
Devo a questo romanzo parecchie notti tormentate. E’ angosciante e straziante come solo la realtà più inimmaginabile può esserlo in una delle pagine più atroci e bestiale della storia dell’umanità.
Stasha e Pearl hanno poco più di dieci anni quando arrivano ad Auschwitz nel 1944 e in quanto gemelle vengono subito dirottate al cosiddetto e tristemente conosciuto Zoo di Mengele, il capanno dove l’Angelo della Morte conduce le sue sperimentazioni: sugli albini, sui rom, sui nani ma soprattutto su gemelli, la sua ossessione. La condizione di “protette” del dottore garantisce loro alcuni evidenti privilegi, il prezzo che dovranno pagare però è talmente alto da fargli spesso agognare la morte.
Il romanzo è raccontato in prima persona dalle due gemelle a capitoli alterni e in sostanza è diviso in due parti. La prima racconta la vita nel campo delle due bambine, l’incredulità iniziale di fronte all’insensibilità di cui si sono ammantati gli atri bambini per sopravvivere, i rapporti instauratisi con qualcuno di loro, il loro codice segreto per distribuirsi in parti uguali pesi e fardelli che permette loro di andare avanti e soprattutto l’insano rapporto instauratosi con Mengele. Poi una sera Pearl sparisce e Stasha dopo un primo momento nel quale si sente annientata è decisa a ritrovare la sua metà. Ma l’Armata Rossa ormai è arrivata, il campo viene sgomberato e l’altra metà del romanzo ci racconta il viaggio di Stasha e Feliks, un ragazzo che le due consideravano quasi un terzo gemello perchè Mengele aveva ucciso il suo gemello, attraverso una Polonia distrutta e il caos imperante in quella che si può definire una vera apocalisse di dolore nel quale a poco a poco qualche barlume di ottimismo e speranza fa capolino.
Che sia un romanzo per stomaci forti l’ho già detto, quello che a mio avviso l’ha reso ancora più toccante è il punto di vista e la descrizione della realtà delle due bambine che raccontano o fanno caso a cose che non capiscono (noi purtroppo sì) e utilizzano un registro linguistico quasi fiabesco per raccontare l’impossibile.
Joseph Mengele non pagò mai per nessuno dei suoi crimini e visse una vita relativamente tranquilla tra l’Argentina e la Germania, aiutato e coperto da parecchie persone importanti, all’orrore non c’è davvero fine.