I RACCONTI DI SAN FRANCISCO

racconti di san franciscoI RACCONTI DI SAN FRANCISCO. Armistead Maupin. BUR.
Un graditissimo regalo di Natale, di una persona che ha finalmente capito che l’unico regalo che non cambierò mai è un libro.
È la storia di un gruppo di ragazzi, più o meno squattrinati, che si ritrovano a condividere la stessa casa, il numero 28 di Barbary Lane, la cui frizzante e misteriosa padrona di casa, Anna Madrigal coltiva marjuana in giardino ed offre uno spinello a tutti i nuovi arrivati. Ma è anche la storia della famiglia Halcyon, piena di soldi e ipocrisia.
È il numero 28 di Barbary Lane che sceglie i suoi inquilini, sostiene la Signora Madrigal. Attrae una combinazione di persone e di storie che si intrecciano, facendo pensare più a un piccolo paese che a una città come Frisco.
In questo ironico spaccato della vita di San Francisco negli anni ‘70, i personaggi, impegnati in sperimentazioni di droghe varie ed eventuali, sessuali e sentimentali senza limiti di genere, si muovono tra locali di boogie, strani luoghi di “acchiappo” come lavanderie, saune e supermercati.
È considerato un libro culto della letteratura LGBT americana, ma Armistead Maupin non ci sta ad essere relegato ad un settore specifico della libreria e scrive: “Il tipico fan dei Racconti di San Francisco è semplicemente una persona felice di essere se stessa –  comunque essa sia –  e di lasciare che gli altri si esprimano altrettanto liberamente”. Se pensate di essere così, allora è il libro che fa per voi.
Dal libro è stata tratta anche una serie televisiva, “Tales of the City”, il primo episodio è fedelissimo al libro.

LE RAGAZZE

LE RAGAZZELE RAGAZZE. Emma Cline. Einaudi.
La storia di Evie Boyd, dei suoi eterni 14 anni, del suo eterno bisogno di essere vista e del suo definirsi in base a chi le sta intorno.
Il racconto dell’estate del ’69, trascorsa vicino a San Francisco, con un gruppo di ragazze, in una sorte di comune o di setta fatiscente, tra droghe, riti di iniziazione, sporcizia.
Un amore, che non viene mai etichettato come tale, ma che trasuda da ogni pagina in cui Evie e Suzanne sono insieme.
Il tutto intervallato da anticipazioni, dettagli, fotografie di una scena (splatter) del delitto, che provocano quei brividini di paura, durante tutta la lettura.
Quando ho cominciato a leggere non sapevo che le vicende del romanzo fossero ispirate ai delitti della Manson’s Family, ma tanti particolari coincidono.
Emma Cline scava nel torbido, non tralascia dettagli raccapriccianti ed evoca attraverso descrizioni multisensoriali delle scene abbastanza sgradevoli e amare.
Il torbido, la paura, il disgusto provocano però la morbosa curiosità di conoscere i fatti e comprendere fino in fondo i personaggi, quindi la lettura è stata particolarmente veloce.
Di Evie soprattutto, ma anche di Suzanne, mi è piaciuto come è stata resa la loro vulnerabilità. Essere non viste dai genitori le porta ad andare nel mondo come esseri cangianti a seconda delle circostanze. Anche da adulta, Evie, cercherà sempre di corrispondere alle aspettative delle persone che incontra. Della sua personalità si distingue poco, se non questa fame continua di approvazione.

DUE VERTICALE

due verticaleDUE VERTICALE. Jeff Bartsch. Nord.
Vera e Stanley si incontrano e si sfidano ai campionati nazionali di ortografia quando sono ancora poco più che bambini. Sono due piccoli geni, due menti particolari dedite allo studio per motivi diversi e in modi molto diversi. Entrambi hanno solo la madre, ma mentre quella di Vera la costringe a girovagare per il paese, quella di Stanley vive praticamente in una clausura autoinflitta nella suite di un hotel di Washington. L’affinità ovviamente è immediata, quindi dopo qualche anno Stanley chiede a Vera di sposarlo per finta e utilizzare il ricavato dei regali di nozze per iniziare una nuova vita. Stanley infatti non vuole andare ad Harvard (meta prestabilita da sempre dalla madre) vuole vivere libero dallo studio e dedicarsi alla sua grande passione per i cruciverba. Vera innamorata di lui lo asseconda ma ovviamente una menzogna più grande di loro può solo travolgerli e perseguitarli anche a lungo termine. I due si inseguiranno per quasi 15 anni per tutto il paese perdendosi, scappando e ritrovandosi, sempre attraverso i messaggi in codice lanciati attraverso i cruciverba dei quotidiani nazionali.
Nonostante l’occhiello reciti Un amore a schema libero ho trovato ben poco romanticismo in questo romanzo. Di certo è molto particolare e del tutto inaspettato. Lo stile è molto curato, le trovate sono originalissime, i personaggi ben caratterizzati e decisamente malinconici, e proprio per questa malinconia più che vederlo come un romanzo d’amore io l’ho interpretato come un romanzo che parla della difficoltà di trovare la propria strada nella vita, di scrollarsi dai fardelli di cui, più o meno involontariamente, i genitori ci caricano sempre, di liberarsi delle proprie inibizioni e del saper interpretare i propri sentimenti. Sullo sfondo scorrono gli eventi politici importanti dell’america degli anni 60 e nonostante il tema non abbia tematiche profonde è sicuramente una gran buona lettura.

MIDDLESEX

9788804511793gMIDDLESEX. Jeffrey Eugenides. Mondadori (Vincitore del premio Pulitzer 2003)
« Sono nato due volte: bambina, la prima, un giorno di gennaio del 1960, in una Detroit straordinariamente priva di smog, e maschio adolescente, la seconda, nell’agosto del 1974, al pronto soccorso di Petoskey, nel Michigan »
Incipit d’impatto, Eugenides sa il fatto suo.
Calliope (in seguito Cal) viene al mondo affetto da sindrome da deficit di 5-alfa-reduttasi, una forma di ermafroditismo che non viene diagnosticata, ed ecco quindi Calliope, nipote di immigrati greci, la tanto voluta figlia femmina che un giorno deciderà di scappare di casa per evitare che un medico troppo ambizioso, famoso e arrogante decida di “dare un taglio” a ciò che lo rende se stesso.
Lungo e prolisso, Middlesex è una saga famigliare più che una biografia, un libro in cui lo stile accurato riesce a compensare le ripetizioni narrative (volute). Non concordo con la critica che paragona Cal Stephanides a Holden Caulfield; ricordo Holden più tragico mentre in Middlesex c’è uno scorcio umoristico che fa capolino quando la situazione diventa drammatica, una nota umana che spinge il lettore a voltare pagina.
Pur minuziosa, la prima metà del libro è pregevole, scrupolosa e toccante. La fuga dei nonni durante la guerra civile tra Grecia e Turchia, la distruzione della città di Smirne, l’attraversata oceanica verso l’America, il matrimonio incestuoso, la vita da immigrati, la povertà, il proibizionismo, l’integrazione nella società multirazziale americana, la guerra. Attraverso gli occhi di Cal si srotolano le storie dei nonni e dei genitori, intrecciate ad eventi storici rilevanti, e soprattutto agli usi e costumi di etnie ormai sperse.
La seconda metà (o meglio l’ultimo quarto per essere cavillosi) invece mi ha lasciato un po’ l’amaro in bocca. Primo, dal momento in cui fugge da New York, Cal scarseggia dell’introspezione a cui il lettore era abituato (forse perché ha scoperto e poi scelto di essere maschio?); secondo, la fine del libro è quella che si definisce un’americanata: grandiosa e pacchiana.

MI CHIAMAVANO PICCOLO FALLIMENTO

piccolo fallimentoMI CHIAMAVANO PICCOLO FALLIMENTO. Gary Shteyngart. Guanda.
Vorrei dire di essere una delle poche persone che vantano nella propria libreria una copia autografata con tanto di dedica di questo libro. Ma la verità è che in settembre al Festival della Letteratura di Mantova, all’incontro con l’autore presentato da Malvaldi eravamo veramente in tanti. Un’ora letteralmente volata via tra grasse risate e sogghigni un po’ più amari. Beh in questa autobiografia c’è ben poco da ridere, e nonostante l’autore che io trovo fantastico, sfoggi tutta l’ironia smaccata di cui dispone, unica arma degli ebrei immigrati, come lui l’ha definita, percepiamo nettamente tutta l’amarezza, la sofferenza e la solitudine che hanno accompagnato gran parte della sua vita. Nato ai primi degli anni ’70 a Leningrado, in una Russia ormai al collasso, asmatico e piccolo ma con una fantasia e un’insicurezza infinite, ha fin da subito la percezione di essere una delusione per i genitori che nonostante la amino profondamente non perdono occasione per mortificarlo. A sette anni per salvarlo da un destino già scritto emigrano negli Stati Uniti e da qui inizia la sua nuova vita e la scalata sociale non solo della famiglia ma la sua perenne ricerca di accettazione e di quel senso di appartenenza che gli è precluso fin dalla prima scuola ebraica alla quale lo iscrivono i genitori, per proseguire fino alla sua vita adulta. Un libro veramente molto bello che ho trovato quasi perfetto fino al racconto del college, con alcuni episodi a dir poco indimenticabili in particolare il capitolo dell’arrivo in America, ma che da li in poi si è appesantito di dettagli ed episodi irrilevanti. Buona parte dei capitoli era comparsa sotto forma di articoli sul New Yorker, importante periodico statunitense, da li forse molte delle lungaggini che in un libro potevano essere evitate. Resta comunque una lettura sicuramente memorabile.

MISS JULIA DICE LA SUA

miss julia dice la suaMISS JULIA DICE LA SUA. Ann B. Ross. Astoria.
A sessant’anni Miss Julia ha imparato finalmente a godersi un po’ la vita. Rimasta vedova da poco si è resa conto che il marito con il quale ha vissuto per 44 anni non le manca per niente e quando scopre di essere anche ricchissima, cosa di cui non aveva nessun sospetto vista la parsimonia con la quale il marito le lasciava soldi, si ritrova addosso le invadenti attenzioni del pastore della chiesa presbiterana, che ha precisi progetti sul patrimonio lasciatole, e degli abitanti del piccolo paese in cui abita, il cui pettegolezzo è l’unico diversivo. Tipica donna del sud devota e sottomessa dovrà mettere in discussione tutta la sua esistenza e le sue convinzioni, quando alla porta compare una donna un po’ troppo appariscente che fuggendo le lascia una bambino frutto della sua lunga relazione con il defunto, e lo fa con ironia e ingenuità mai eccessive. Con la fidata domestica Lilian e un paio di amici disinteressati, alla  fine di una trama appassionante e divertente Miss Julia sbroglierà l’intricata matassa di eventi di cui si trova al centro e metterà le fondamenta di una nuova indipendente esistenza senza rinunciare mai alla sua integrità. Grazie ad Astoria che non sbaglia mai un colpo, abbiamo la possibilità di conoscere un altro bellissimo personaggio femminile e di leggere un romanzo coinvolgente e delizioso. Negli Stati Uniti la serie di Miss Julia è famosissima e conta 14 episodi, io spero molto che qualche altro la casa editrice ce lo regali.

DOPO TUTTO QUESTO

DOPO TUTTO QUESTO. Alice McDermott. Einaudi.
dopotuttoquestoLa famiglia Keane è una famiglia cattolica di origini irlandesi. Il romanzo ripercorre tutta la sua storia: dall’incontro dei genitori in una New York in attesa della fine della seconda guerra mondiale, alla nascita dei quattro figli (macigni di preoccupazione per il cuore onesto del padre), e la loro crescita in un’America sempre più irriconoscibile. I giovani Keane negli anni della guerra del Vietnam e della rivoluzione sessuale non possono che scontrarsi con i vecchi ma radicati valori dei genitori. "… erano i figli di mezzo nati a metà del secolo da genitori di ceto medio e passati da scuole mediocri di provincia a college mediocri all’altro capo dello stato. Per la maggior parte sarebbero diventati insegnanti. Le facoltà più gettonate erano quelle umanistiche e tecniche visto che qualunque interesse in ambito scientifico o matematico preludeva a carriere più brillanti". Un bella storia scritta magistralmente ma velata da una coperta di malinconia forse un po’ troppo pesante. E’ la prima opera che leggo di questa giovane ma già famosa (negli Stati Uniti) scrittrice, ha "quasi" vinto moltissimi premi letterari, e non posso dire di non condividere quel "quasi". Tutti i personaggi sono tratteggiati bene ma risultano troppo distanti, sembra di guardarli da lontano non di partecipare alla loro storia.

L’ULTIMA DELLA SUA SPECIE

L’ULTIMA DELLA SUA SPECIE. Nunez Sigrid. Ed. Neri Pozza.
lultimadellasuaspecie In un’America degli anni 60/70 la gente comune si augurava che Ann fosse "l’ultima della sua specie", ragazze di buona famiglia che rifiutavano la loro condizione di privilegiate, per tutta la vita venivano guidate dal senso di colpa e cercavano di redimersi combattendo per i diritti dei meno fortunati. Quelli erano anni in cui molte persone sensibili confondevano il limite che separa lotta e fanatismo, anni in cui fare uso di droghe era cosa comune, anni in cui però si credeva davvero di poter cambiare qualcosa. Per quelli della mia generazione questi mitici anni 60 e 70 sono diventati un po’ una persecuzione ma è innegabile che abbiano segnato un’epoca. La storia viene raccontata da George la compagna di stanza di Ann all’Università, spettatrice onesta e imparziale della sua vita travagliata. La storia è piacevole, nonostante qualche lungaggine di troppo, e ci permette di vedere con occhi diversi la vita di giovani intelligenti che in realtà erano fautori e vittime al tempo stesso del loro tempo. I personaggi hanno tutti un loro spessore ma Ann, la figura centrale, è perfetta, una figura complicata e con innumerevoli sfumature che non ti permettono di riuscire a condannare del tutto le sue scelte coraggiose e stoiche.

UOMINI E TOPI

UOMINI E TOPI. J. Steinbeck. Ed. Bompiani.
John Steinbeck Non credo si possa definire un romanzo ma un lungo racconto. Un racconto intenso e toccante che riprende i temi del capolavoro di Steinbeck già commentato, Furore, ma li sviluppa con due personaggi a mio parere più riusciti. La vita descritta è quella dei rancheros che in cerca di lavoro e di un pò di soldi si spostano continuamente da un ranch all’altro della California, covando come tutti il sogno di riuscire a comprarsi un pezzo di terra loro, e che come tutti finiscono a fine mese per dissipare tutta la paga in una notte scontrandosi con l’impossibilità di realizzarlo. George e Lennie due insoliti compagni e amici, George intelligente, cauto e generoso; Lennie un gigante bambino, un uomo ritardato buono e ipersensibile ma con una forza che non sa controllare. L’epilogo è dei più tragici e forti, come forte e difficile era veramente la vita in America durante la grande depressione. La breve storia è davvero bella e credo valga proprio la pena guardare il film che ne è stato tratto con John Malkovich nella parte di Lennie, vi saprò dire.