LA FERROVIA SOTTERRANEA

LA FERROVIA SOTTERRANEA. Colson Whitehead. Edizioni Sur.
Premio Pulitzer 20117, La Ferrovia Sotterranea più che un romanzo è un libro di storia. Tolti i nomi dei personaggi, il testo si presenta come la semplice e diretta cronaca dello schiavismo in America nella prima metà dell’Ottocento. Un testo che non cade nella retorica, che non fa di eventi scabrosi uno specchietto per le allodole. La Ferrovia Sotterranea racconta: non denuncia, non interpreta, non insegna, non pontifica, ed è proprio questa sua impersonale narrazione che consegna al lettore una fotografia della società, scarna, scabrosa, impietosa.
La fuga di Cora è un viaggio attraverso vari stati del sud, che vivono la schiavitù in modi diversi, raccapriccianti, dove la cattiveria e la disumanità non hanno bisogno di climax. Esistono in ogni riga. Esistono e basta. L’espediente della ferrovia sotterranea rende giustizia all’anonima rete di abolizionisti che aiutavano gli schiavi nella loro fuga, clandestini a loro volta, giustiziati e spesso torturati.
Per quanto mi riguarda il suo punto di forza, sopraccitato appunto, è anche l’unica debolezza narrativa. Cora e tutti i personaggi che incontriamo mancano di “qualcosa” che impedisce al lettore di avvicinarsi ad essi. Nel momento in cui accade qualcosa che avvicina le parti, ecco che il capitolo finisce, oppure la scena cambia.

PER PRIMO HANNO UCCISO MIO PADRE.

PER PRIMO HANNO UCCISO MIO PADRE. Loung Hung. Piemme.
17 aprile 1975. Loung Ung, 5 anni, e la sua famiglia fuggono da Phnom Penh.
Il padre, un uomo fermo, coraggioso, amabile, che non smetterà mai di essere una presenza fissa nella vita di Luong, lavora per il governo che è appena stato spodestato dagli Khmer Rossi. Loung è una bambina sveglia, inquisitiva (una caratteristica che per l’età, l’estrazione sociale e l’epoca non è proprio un pregio), non sa darsi pace per quell’esodo scomodo e furtivo, apparentemente senza meta, sino a quando, giunti in campagna dai parenti agricoltori la verità le piomba addosso come una maledizione. Non torneranno mai casa, non devono parlare della loro precedente vita in città (gli Khmer rossi considerano corrotti dall’occidente tutti coloro che hanno lasciato la campagna, solo i contadini sono ritenuti “puri”), vivono sotto mentite spoglie, con la costante paura che qualcuno possa riconoscere loro o il padre.  Quello che Luong ancora non sa è che il colpo di stato ha condannato tutta la Cambogia ad una lenta morte. Un genocidio di quasi due milioni di cambogiani, uccisi dalla fame, dalle malattie, dalle esecuzioni sommarie. Una terra deturpata e fiaccata da un’ideologia folle.
Per quanto risoluta ed accorta, la famiglia di Luong si disintegra. Per prima suo sorella maggiore, inviata in un campo di lavoro, poi suo padre ed infine sua madre e la sorella minore. I suoi fratelli imprigionati e lei stessa destinata ad un campo di addestramento. Una lotta continua contro la fame, la disperazione, il lavaggio del cervello ad opera degli istruttori.
Ci vogliono anni prima che i vietnamiti pongano fine al regime, mesi trascorsi con il fratello  ritrovato, e la di lui moglie, in un campo profughi prima che ai tre venga concesso il visto per gli Stati Uniti.
Ciò che più tocca della narrazione non è certo lo stile, semplice e diretto, bensì la “vista” da basso. La guerra civile, la morte, la fame, vista con gli occhi di una bambina che aveva tutto e si trova inspiegabilmente a non avere niente. Un libro che fa riflettere.

UNA INFANZIA SIBERIANA

UNA INFANZIA SIBERIANA. Clara Strada Janovic. Marsilio.
Estremo oriente siberiano. Una terra sconosciuta, lontana ed aliena, che certo non figura nella letteratura contemporanea. Clara Strada Janovic ha raccolto i suoi ricordi in questo libro, rimembranze, appunto, della sua infanzia siberiana. Nata nel 1935, Clara Strada Janovic è cresciuta sotto l’egida di Stalin e degli anni che hanno seguito la sua dipartita. Un’epoca in cui la politica, vissuta o combattuta, aveva un posto in prima fila nella vita del comune cittadino. Un periodo storico di clamore e orrore, si alterna alla durezza e alla meraviglia di una natura incontaminata, dove l’uomo è un ospite che deve guadagnarsi il diritto di sopravvivere. Seppur racchiusa in un microcosmo socialmente artificiale, Clara è una cittadina del mondo e cresce in mezzo a diverse popolazioni ed etnie, tungusi, ghiliaki, nanai, contadini deportati dopo la collettivizzazione delle campagne; coreani, cinesi, tatari, polacchi.
Dalla taiga siberiana all’Italia di Palmiro Togliatti e Carol Wojtyla, Clara Strada Janovic racconta  la vita quotidiana di un’ideologia forte e anche amata, che diventata regime; con occhio vigile e mai disincantato, capace di cogliere il bello ed il brutto.

IL CORTILE DI PIETRA

IL CORTILE DI PIETRA. F. Formaggi. Neri Pozza.
Sembra l’Irlanda, è il commento che più spesso si trova in rete a proposito di questa storia.
Uno indignato stupore, dal sapore ipocrita, già visto e sentito, quasi che “certe” cose accadessero SOLO a casa degli altri. Il Cortile di Pietra è un romanzo ambientato nell’Italia rurale del dopo guerra, il protagonista è Pietro, un bambino di sei anni che viene allontanato da casa perché sua madre è malata (nel dopoguerra era consueto che le famiglie indigenti affidassero i figli ad istituti simili). Il distacco è traumatico, nessuno gli spiega cosa stia accadendo e l’ispettore che lo porta via (con la grazia di chi spinge la vacca al macello) lo scarica in un collegio di suore che tanto sa di lager.
Fame. Freddo. Botte. Incuria. Sono i pilastri della pia educazione offerta dalle suore che gestiscono la struttura, aguzzini in abiti talari a loro volta abbruttiti da una vita spesa all’insegna della sopravvivenza. I bambini sono trattati come animali, da soggiogare ed addomesticare, in alcuni casi da infilare in un sacco e seppellire in una fossa comune.
Malgrado l’ambiente infernale, Pietro fa amicizia con Mario, un ribelle, un bambino avvezzo alle punizioni corporali, quasi fossero il solo modo per sentirsi vivo e rivendicare un’individualità derubata giorno dopo giorno. L’ultima tentata avventura però, seguita da quello che sarà l’ultimo pestaggio, fa sì che Mario si ammali gravemente. Pietro non si da pace, nemmeno si rende conto che il suo solo amico sta per lasciarlo, e si ingegna, forte del coraggio dei disperati, per organizzare la fuga di entrambi.
Un bel libro, drammatico, con pochissimi personaggi positivi. Umani a dirla tutta.

UN GENTILUOMO A MOSCA

UN GENTILUOMO A MOSCA. Amor Towles. Neri Pozza.
Se uno non era in grado di governare le proprie circostanze, allora sarebbero state le circostanze a governarlo“. E’ questo lo spirito con il quale il Conte Alexander Rostov affronta tutte le difficoltà che gli si presentano, ed è questo che pensa mentre varca la soglia del Metropol di Mosca per l’ultima volta.
Siamo nel 1922 e all’indomani della rivoluzione è appena stato condannato agli arresti domiciliari a vita proprio in questo Hotel. Il Conte è un nobile di nome e di fatto, non ha mai lavorato un giorno in vita sua ed è abituato ad assaporare la vita e tutto quello che offre, dal cibo al vino, dall’eleganza al contegno, insomma diciamocelo è un personaggio meraviglioso.
Per quanto grande l’Hotel, non può però bastare a una mente abituata agli stimoli, per fortuna la sorte gli fa incontrare Nina, una bambina di 10 anni che ha una curiosità e una mente che lo sorprendono e gli fanno vedere il mondo con occhi diversi. Inizia così la sua lenta trasformazione.
Il romanzo abbraccia quasi 40 anni di storia, storia che il conte percepisce attraverso i cambiamenti delle persone che frequentano l’Hotel, che è rimasto un punto di aggregazione anche internazionale in Russia, storia che è quasi un’eco ma che il Conte con l’imparzialità data dalla distanza, interpreta molto meglio dei rivoluzionari che la vivono. Tanti i personaggi indimenticabili che incontriamo: lo chef Emile, la sarta, il concierge, e di nuovo una bambina, Sofia, che il Conte crescerà come un padre.
E’ un romanzo a tratti impegnativo e ambizioso: un po’ di storia russa ce la racconta e ci sono moltissimi tributi alla letteratura e alla musica di cui immagino di non averne individuati che pochi; è un romanzo avventuroso: il finale è quasi una spy story; è un romanzo dolce e divertente: gli incontri con due bambine così diverse in momenti diversi della sua vita danno luogo a dialoghi bellissimi, del resto secondo il Conte il segno più sicuro della saggezza è la costante allegria; è un romanzo che stimola l’appetito: come non invidiarlo quando con dovizia di particolari ci descrive pietanze e vini; è un libro che avrebbe consumato una matita intera se avessi dovuto sottolineare tutte le frasi da ricordare.
In una parola SPLENDIDO. Se l’avessi letto solo un paio di mesi fa l’avrei dichiarato il libro dell’anno, a questo punto spero sia di buon auspicio per il 2017.

LA PATRIA, BENE O MALE

copLA PATRIA, BENE O MALE. Almanacco essenziale dell'Italia Unita (in 150 date). Carlo Fruttero, Massimo Gramellini. Mondadori.
E' il libro di storia che avrei sempre voluto leggere. E forse ne sono così entusiasta perché in effetti NON è un libro di storia. Non lo consiglio certo a chi cerca una ricostruzione precisa di luoghi e date. Ma a chi come me vuole ricordare, a volte scoprire per la prima volta. E' la raccolta di tutti gli essenziali (a volte davvero troppo essenziali) articoli comparsi nei mesi scorsi sulla Stampa. Con uno stile curato e una narrazione piacevolissima, ci parlano della nostra Italia da quel 17 marzo 1861 ai giorni nostri scegliendo 10 date per decennio. Non si parla solo di politica o guerre, ma anche di sport e di musica, c'è persino un articolo sul Gi Effe che, bene o male, è entrato a far parte della nostra cultura. Le analisi sono lucide e profonde, ovviamente a posteriori è più facile, fatte da chi questo paese lo conosce veramente per quanto possibile, e non si nasconde sicuramente dietro falsi perbenismi o retorica inutile. Bellissimo e appagante. L'unica sentimento negativo che mi ha lasciato però, è una disaffezione totale e un completo senso di impotenza di fronte a una politica che non è davvero mai cambiata.  

IL DEMONE

IL DEMONE. Magdeburg. Vol. 3. Alan Altieri. Mondadori.
ildemonevol3 La faida tra i sostenitori luterani e l’impero cattolico, che ha fatto della terra tedesca un desertico campo di sterminio, giunge al capolinea: la città di Magdeburg.
Migliaia di uomini d’arme si trascinano da un campo di battaglia all’altro, tra pestilenza, fame ed eccidio, infettati dal male oscuro della guerra che ha tramutato l’esercito cattolico in un’orda di umane barbarie. Tuttavia fra i complotti politici e la follia dilagante, l’incarnazione della pazzia è senza dubbio il principe Reinhardt von Dekken, che animato da un sogno di assoluta egemonia lascia il suo castello e le terre dei Dekken, fino ad allora rimaste neutrali, per affondare nei miasmi della Guerra Eterna.
Come già nel precedente LA FURIA, Reinhardt è affiancato dall’eretico Wulfgar, la cui identità viene alla luce poco a poco. Wulfgar che conduce da solo una vera e propria partita a scacchi contro un nemico giurato, sino all’estrema resa dei conti.
Questo terzo volume chiude, credo proprio a titolo definitivo, la trilogia di Magdeburg. Se della trama ho già raccontato fin troppo, dello stile ho poco da sottolineare perché in Altieri troviamo un autore saldo nelle sue scelte, dal primo all’ultimo libro. Periodi brevi, lessico ricercato, descrizioni veloci e cruente.